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Otium nel mondo latino: Orazio, Cicerone, Ovidio e Seneca

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Dolce far niente, dipinto di John William Waterhouse

Se nel senso comune l’ozio – in passato chiamato alla latina otium – sta ad indicare il dolce far niente, il lasciarsi cullare dalle onde del mare mentre si è in vacanza o semplicemente lo starsene distesi sul divano di casa, nell’antichità aveva un significato molto diverso sia in ambito letterario che filosofico.

L’ otium nell’antica Roma

Nell’antichità l’otium veniva considerato sempre in contrapposizione al negotium. Quest’ultimo indicava letteralmente gli affari commerciali e le varie occupazioni che ogni cittadino svolgeva per il bene della sua città. Per ozio si intendeva tutto ciò che era lontano dall’attività pubblica. L’otium era la cura di sé e della propria saggezza, che passava per la contemplazione e lo studio. In questo senso fu considerato da molti il padre della filosofia.

Se, però, nel De Oratore Cicerone ritiene che l’otium e il negotium siano ugualmente importanti e dovrebbero essere praticati allo stesso modo a fasi alterne, diversa è la posizione di Orazio. Per il poeta latino l’otium rende liberi dalle ambizioni che rincorre chi si affanna a svolgere l’uno o l’altro compito. Dunque l’otium è la sola via che conduce alla felicità.

Per Ovidio invece l’otium è addirittura imprescindibile affinché egli possa adempiere allo svolgimento della sua attività letteraria. Può inoltre essere di aiuto quando si vuole porre fine ad un amore. Proprio nei Remedia amoris scrive:

Venere ama il tempo libero; tu che vuoi la fine di un amore datti al lavoro e sarai al sicuro: l’amore si ritira di fronte all’attività.

Vi è dunque già la concezione dell’otium come del tempo che non si dedica agli affari pubblici, ma che si può riservare al conseguimento di una maggiore sapienza e all’affinamento delle virtù. Siamo ancora ben lontani però dall’idea che l’ozio possa combaciare con l’inattività.

L’ otium per Seneca

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Seneca, ritratto di Rubens

A Seneca dobbiamo riconoscere il merito di aver analizzato l’otium anche filosoficamente. Nel De otio in particolare il filosofo delinea la presenza di due repubbliche. La prima repubblica è grande, è l’universo in cui risiedono uomini e dèi; la seconda repubblica è piccola ed è quella in cui svolgiamo le nostre attività quotidiane. La prima è quella che ci predispone all’otium:

Questa repubblica grande noi possiamo servirla sino in fondo anche nel ritiro, anzi non so se meglio nel ritiro, indagando che cos’è la virtù, se è una o molteplice, se la natura o l’educazione rende buoni gli uomini […] di quale natura è Dio, se contempla inoperoso la sua opera o vi mette mano, se l’avvolge all’esterno o è immanente al tutto; se l’universo è immortale o è da annoverare tra le realtà caduche ed effimere.

L’otium apre la strada a quel pensiero che non si accontenta di ciò che gli viene mostrato, ma desidera andare oltre e addirittura, come più tardi sosterrà Petrarca, vuole innalzare lo spirito al di sopra delle cose celesti.

Secondo Seneca questa brama viene donata all’uomo dalla natura, che non si accontenta di uno sguardo fugace ma vuole essere contemplata. L’ozio presenta anche una connotazione più introspettiva e psicologica, poiché si traduce in un invito a scoprire la propria anima. La concezione dell’otium come meditazione è stata ripresa più volte nel corso della storia, anche da Bertrand Russell, eppure oggi il termine ozio è perlopiù utilizzato in senso dispregiativo.

Dall’ otium all’ozio, tra vizio e virtù

Nel corso dei secoli la connotazione dell’otium è radicalmente cambiata e ciò è accaduto di pari passo con un altro mutamento, quello che riguarda il modo in cui si concepisce la filosofia. Tale parallelismo dimostra da un lato l’affinità che sussiste tra le due sfere e dall’altro il fatto che oggi tutto ciò che riguarda l’attività teoretica è considerato obsoleto.

Nel secolo breve in cui la velocità è diventata un’esigenza insieme alla pragmaticità, l’otium si è trasformato in ozio. Il ritiro in sé non corrisponde più alla ricerca di sé ma, anzi, forse potremmo dire alla perdita di sé. Siamo sempre di più presi dai mille affanni quotidiani che ci impediscono di fermarci a riflettere su ciò che siamo o facciamo e sul modo in cui questo si verifica. Quell’antico otium è concepito piuttosto come il momento in cui possiamo lasciarci andare alla totale passività.

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È possibile che l’eccessiva attività speculativa possa ricadere tra gli atteggiamenti viziosi?

La risposta è sì, laddove ci emargina dalla realtà che ci circonda, facendoci paradossalmente perdere quel senso che cerchiamo proprio attraverso la riflessione. Anche l’otium però, divenuto ozio, confluisce il più delle volte in uno stato di apatia, che arriva a legittimare la mancanza di interessi e la scarsa cura delle proprie passioni. Forse anche nella smania di godere del puro dolce far nulla risiede il malessere dettato dall’incapacità di trovare una via di mezzo tra l’ostinata ricerca di saggezza e virtù e il desiderio sfrenato di cedere ai propri vizi.

Giuseppina Di Luna

Bibliografia

M. Tullio Cicerone, De Oratore, ed. Bur, Milano 1994.

P. Nasone Ovidio, Remedia amoris, ed. Pàtron, Bologna 1989.

Lucio Anneo Seneca, Dialoghi, ed. Utet, Torino 1999.

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