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Biomagnificazione: il sentiero dei veleni

1971

Un contadino un poco ignorante
spruzzò il veleno sopra le piante.
Dodici grilli, la cosa è accertata,
fecer merenda con l’insalata,
sei topolini mangiaron gli insetti
di quel veleno rimangono infetti.
Con il veleno dei topi inghiottiti
i tre serpenti ora son farciti.
Dodici dosi di veleno mortale
possono far fuori qualunque animale,
chi ci rimette le penne è il falcone
che con le serpi ci fa colazione.
Questa storiella vi spiega perché
di falchi nel cielo più non ce n’è.”
(Gianni Rodari sulla biomagnificazione)

Il bioaccumulo, la causa della biomagnificazione

Com’è noto, l’essere umano immette nell’ambiente molte sostanze tossiche, come scarti industriali e rifiuti. Questi composti chimici vengono assorbiti dagli organismi sia direttamente dall’ambiente, sia indirettamente, attraverso il cibo. Non sempre questi composti vengono metabolizzati od espulsi dal corpo, ma vengono accumulati all’interno dei tessuti.

Questi organismi, come ad esempio le cozze, vengono spesso studiati e monitorati per ottenere dati sui livelli di sostanze tossiche all’interno di un determinato ambiente. Svolgono anche un’importante funzione: ad esempio alcuni organismi bioaccumulatori, come gli alberi di ginkgo, vengono utilizzati per ridurre, grazie all’assorbimento, le sostanze inquinanti all’interno delle nostre città.

Cos’è la biomagnificazione

Com’è ben esplicato nella poesia di Gianni Rodari sopra riportata, il bioaccumulo porta al progressivo incremento delle concentrazioni di sostanze tossiche via via che si sale sulla piramide della catena alimentare: di fatto, per effetto della biomagnificazione, gli organismi più in alto disporranno di prede con concentrazioni sempre maggiori di composti dannosi per la salute.

Tra queste sostanze non vi sono solamente i vari composti chimici, ma anche le microplastiche: queste si trovano in prodotti che usiamo quotidianamente, come dentifrici o creme per il viso, e vengono scaricate in gran quantità nelle acque reflue.

Biomagnificazione negli animali

Com’è ovvio, i predatori in cima alla catena alimentare sono quelli più esposti a questo fenomeno. Negli anni ‘50 il DDT venne accolto come una grande rivoluzione in grado di eliminare il problema delle colture infestate. Nel giro di poco tempo, per effetto della biomagnificazione, alcune specie di rapaci, come il falco pellegrino e l’aquila calva, furono sull’orlo dell’estinzione.

La biomagnificazione non produce solo effetti immediati con la mortalità. Le sostanze inquinanti infatti possono perturbare il normale sviluppo degli organismi, portando ad esempio a deformità congenite o sterilità.

Un fenomeno ampiamente osservato nei gabbiani è l’assottigliamento del guscio delle uova: essendo uccelli predatori, sono soggetti agli effetti della biomagnificazione, che in questo caso impedisce la formazione di un guscio calcareo resistente, aumentando la mortalità prenatale.

biomagnificazione

Biomagnificazione nell’uomo

I ricercatori, dopo il caso del DDT, attuarono delle ricerche e scoprirono nelle popolazioni Inuit altissime percentuali di POP (Inquinanti organici persistenti). Questo perché gli Inuit basano la propria dieta esclusivamente sulla carne, in particolar modo di balene, foche e trichechi, a loro volta carnivori. Queste concentrazioni erano più basse però in quei gruppi dove si consumavano anche carne di caribù e renna, che sono invece animali erbivori.

Anche in occidente il fenomeno è ben conosciuto, con il caso del cosiddetto “pesce al mercurio“. Tonno, pesce spada, verdesca: sono tutti pesci vittime della biomagnificazione che arrivano sulle nostre tavole. È infatti consigliato il consumo di questi particolari prodotti ittici non più di una volta a settimana, proprio per evitare conseguenze spiacevoli.

La biomagnificazione nell’uomo può portare a effetti analoghi a quelli per gli animali, con morte per intossicazione alimentare, infertilità, malformazioni e malattie oncologiche.

La biomagnificazione nel mondo

Quello della biomagnificazione non è un fenomeno circoscritto solo ad alcuni ambienti antropizzati. Le sostanze inquinanti possono essere trasportate all’interno del nostro ecosistema da fattori fisici, come correnti atmosferiche e acquatiche, ma anche dagli stessi organismi. Esempi lampanti sono le migrazioni degli uccelli, ma anche quelle dei pesci. I salmoni ad esempio, quando raggiungono la maturità riproduttiva, lasciano l’oceano e risalgono nei fiumi, dove trasferiranno le sostanze inquinanti accumulate precedentemente.

Le concentrazioni di prodotti chimici nell’ambiente stanno diminuendo gradualmente (seppur ancora alte, soprattutto in ambiente artico) grazie alla progressiva presa di coscienza a livello globale e alle nuove normative. Tuttavia lo stoccaggio a lungo termine di queste sostanze impedisce una cessazione del fenomeno in tempi brevi.

Lucrezia Guarino

Bibliografia

Cain, Bowman, Hacker, “Ecologia“, Piccin

Rachel Carson, “Primavera silenziosa“, Feltrinelli

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