Home Letteratura straniera contemporanea (1850-2000) Letteratura britannica (1850-2000) Dolce et Decorum est di Wilfred Owen: una poesia di guerra

Dolce et Decorum est di Wilfred Owen: una poesia di guerra

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Wilfred Owen

Wilfred Owen è uno dei poeti di guerra inglesi – un gruppo di soldati che durante la prima guerra mondiale documentò il conflitto attraverso poesie scritte sul fronte. Owen si arruola nell’esercito britannico nel 1915, e dopo un breve ricovero nell’ospedale di Edimburgo dove stringe amicizia con l’altro grande poeta di guerra Siegfried Sassoon, muore a una settimana dall’armistizio. Solo cinque delle poesie del poeta furono pubblicate prima della sua morte.

Lo stile poetico di Wilfred Owen

Wilfred Owen scriveva poesia prima ancora del suo arruolamento nell’esercito inglese e della sua partecipazione alla prima guerra mondiale. Lo stile della prima produzione è però estremamente differente da quello che lo contraddistinguerà successivamente e che lo annovererà tra i più importanti poeti di guerra.

Il suo principale riferimento era rappresentato dai poeti romantici, tra cui spiccavano Keats e Shelley. Sarà l’incontro con Siegfried Sassoon a influenzare decisamente l’approccio poetico di Wilfred Owen, che attenuerà i toni romantici per abbracciare un realismo e una concretezza maggiori.

Sassoon era infatti orientato verso il realismo, verso ciò che lui definiva la scrittura dall’esperienza (“writing from experience”). La poesia di Owen risulterà così dalla sintesi della precedente tensione romantica e dell’influenza realistica di Sassoon.

Dulce et decorum est: un esempio

Wilfred OwenDulce et decorum est è forse la più famosa poesia di Wilfred Owen. Il componimento racchiude con poche, folgoranti immagini un episodio di guerra di cui sono vittime i soldati di trincea inglesi. La poesia è infatti ispirata a un’esperienza realmente vissuta dal poeta. Possiamo suddividere la poesia il tre sezioni corrispondenti alle tre strofe che la compongono.

La prima sezione

Bent double, like old beggars under sacks, / Knock-kneed, coughing like hags, we cursed through sludge, / Till on the haunting flares we turned our backs, / And towards our distant rest began to trudge. / Men marched asleep. Many had lost their boots, / But limped on, blood-shod. All went lame; all blind; / Drunk with fatigue; deaf even to the hoots / Of gas-shells dropping softly behind. [1]

La prima parte delinea l’ambientazione, che è quella di un campo di battaglia fangoso sul quale si muovono, con grosse difficoltà, i soldati in ritirata. L’immagine che ne emerge è terrificante. I soldati sono infatti paragonati a vecchi straccioni piegati in due dalla stanchezza e dalla sofferenza. Imprecando arrancano nel tragitto reso ancora più difficoltoso dal fango. Tutti sono stati irreversibilmente segnati dalla guerra: tutti resi zoppi e ciechi. Abituati al fragore delle bombe. I soldati descritti rassomigliano più che a uomini a fantocci che stentano a sopravvivere.

La seconda sezione

Gas! GAS! Quick, boys!—An ecstasy of fumbling / Fitting the clumsy helmets just in time, / But someone still was yelling out and stumbling / And flound’ring like a man in fire or lime.— / Dim through the misty panes and thick green light, / As under a green sea, I saw him drowning. [2]

La seconda sezione introduce l’evento drammatico della vicenda. L’esercito nemico lancia infatti dei gas letali scatenando così un subbuglio sul campo di battaglia. C’è una rincorsa a indossare le maschere antigas che non tutti però riescono a mettere. Alcuni subiscono la violenza dei gas ed è proprio su uno dei suoi compagni che si concentra l’attenzione del poeta. Ed è così dura la visione a cui assiste il poeta che l’immagine di quella morte lo tormenterà per sempre:

In all my dreams before my helpless sight, / He plunges at me, guttering, choking, drowning. [3]

La terza sezione

L’ultima sezione è invece una sorta di monito, sprezzante e ironico, rivolto a coloro che esprimono opinioni sulla guerra nonostante non l’abbiano sperimentata. A coloro soprattutto che la giudicano gloriosa e necessaria. È un punto di vista, dunque, nettamente opposto a quello di Rupert Brooke, un altro poeta di guerra che esaltava invece la guerra con toni chiaramente patriottici.

If in some smothering dreams, you too could pace / Behind the wagon that we flung him in, / And watch the white eyes writhing in his face, / His hanging face, like a devil’s sick of sin; / If you could hear, at every jolt, the blood / Come gargling from the froth-corrupted lungs, / Obscene as cancer, bitter as the cud / Of vile, incurable sores on innocent tongues,— / My friend, you would not tell with such high zest / To children ardent for some desperate glory, / The old Lie: Dulce et decorum est /Pro patria mori. [4]

Quest’ultimo verso, che nega la dimensione eroica della guerra, è una citazione a un’ode del poeta latino Orazio.

Ulteriori riflessioni

La forma della poesia è abbastanza regolare, con rime alternate per l’intero componimento. Il linguaggio è tuttavia brutale, diretto, a volte anche colloquiale e tende così a spezzare il senso di regolarità invece creato dai versi e dalle rime.

È interessante anche notare l’utilizzo delle persone nel corso della poesia. Wilfred Owen comincia infatti con un pronome collettivo (“we”), che fa riferimento all’esercito di soldati di cui fa parte. La tragedia della guerra li coinvolge in una storia comune in cui è difficile distinguere le singolarità.

Nella seconda sezione invece c’è un’attenzione all’io poetico di Owen (“I”) che riporta un’esperienza personale. Nella terza sezione invece l’attenzione è spostata all’esterno (“you”), con un tono quasi di accusa. Questa evoluzione rispecchia anche l’andamento della poesia, che passa dalla descrizione di una condizione generale, a un’esperienza personale fino ad arrivare a un’esortazione dai toni accusatori.

Traduzioni:

[1] Piegati in due, come vecchi straccioni, sacchi in spalla  / Le ginocchia ricurve, una tosse da streghe, imprecavano nel fango, / Finché volte le spalle agli ossessivi bagliori / Verso il riposo lontano cominciammo ad arrancare. / Gli uomini marciavano dormendo. Molti, persi / gli stivali, / Zoppicavano, calzati di sangue. Tutti zoppi; tutti ciechi; / Ubriachi di stanchezza; sordi perfino al sibilo / Delle bombe a gas che cadevano sommesse.

[2] Gas! GAS! Dài, ragazzi! – Una frenesia cieca, / Le goffe maschere sul viso appena in tempo; / Ma qualcuno ancora gridava e inciampava / Dimenandosi come un uomo fra le fiamme o nella calce… / Confuso, dietro il vetro appannato e la densa luce verde, / Come in un verde mare, io l’ho visto affogare.

[3] In tutti i miei sogni, davanti al mio sguardo smarrito, / Si tuffa su di me, e gronda, e soffoca, e annega

[4] Se in un sogno asfissiante anche tu potessi marciare / Dietro al vagone dove lo abbiamo buttato, / Guardando gli occhi bianchi dimenarsi nel volto, / il volto penzolante di un diavolo schifato dal vizio; / Se potessi sentire, a ogni sobbalzo, il suo sangue / Gorgogliare nei polmoni corrosi di schiuma, / Osceno come un cancro, amaro come il bolo / Di piaghe incurabili sulle lingue innocenti,… / Amico mio, tu non ripeteresti con tanto fervore / Ai figli assetati di disperata gloria, / La vecchia menzogna: Dulce et decorum est / Pro patria mori.

Traduzione di Andrea Amerio e Maria Pace Ottieri, in AA.VV. La Guerra d’Europa 1914-1918 raccontata dai poeti, a cura di Andrea Amerio e Maria Pace Ottieri, Nottetempo, Roma, 2014

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