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L’educazione e la cultura durante il fascismo

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Nel suo orizzonte totalitario, il fascismo riuscì a mettere insieme le più svariate forme di uso strumentale della cultura, ottenendo un sostanziale consenso presso gran parte degli intellettuali.

Fascismo
Slogan fascista

Ma quali furono i progetti di organizzazione della cultura, essenziali per il regime? Come riuscì a garantirsi il consenso presso gli intellettuali?

Il controllo sulla formazione scolastica

Il regime si preoccupava della formazione dei giovani e dell’istruzione scolastica, attento che la manualistica storica fosse improntata all’esaltazione dello spirito nazionalistico, a tal proposito, cruciale fu la riforma dell’intero sistema scolastico.

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Il filosofo Giovanni Gentile

Il filosofo Giovanni Gentile (1875-1944), nominato ministro della Pubblica Istruzione, realizzò nel 1923 la riforma che porta il suo nome, basata su una netta distinzione di classe, su una rigida distinzione tra formazione professionale e studi classici, ai quali veniva assegnato un ruolo preminente nella formazione della futura classe dirigente.

Erano soprattutto le università il luogo dove si svolgeva l’attività formativa della gioventù, in cui molti professori avevano mantenuto un atteggiamento di riserva e di opposizione verso il regime. Nel 1931, su consiglio di Giovanni Gentile, fu imposto a tutti i docenti universitari il giuramento di fedeltà allo <<Stato fascista>>; i pochissimi che rifiutarono dovettero abbandonare l’insegnamento, fra cui Gaetano De Sanctis.

L’Enciclopedia italiana e i Littoriali

Subito dopo la riforma della scuola, Gentile diede vita a una grande iniziativa di sistemazione della cultura, l’Enciclopedia italiana, per la quale fu creato nel febbraio del 1925 l’Istituto Giovanni Treccani, contando sulla collaborazione di diversi intellettuali, tra i quali anche coloro che mantenevano una posizione critica verso il fascismo. Il primo volume vide la luce nel 1929.

Un cenno va fatto anche a quella singolare organizzazione culturale del fascismo che furono i littoriali, ai quali partecipavano giovani laureati, che dibattevano non solo di dottrina fascista ma anche su temi letterari e filosofici. I primi littoriali furono quelli dello sport (1933), altro aspetto su cui il fascismo puntava molto per costruire l’uomo del futuro: atletico, disciplinato, forte.

L’attività editoriale durante il fascismo

Nella tendenza a ricondurre nel modello della fedeltà al fascismo, un ruolo di rilievo svolse la fondazione dell’Istituto nazionale fascista di cultura, che aveva lo scopo di promuovere e diffondere gli studi sul fascismo, attraverso lezioni, pubblicazioni, libri. L’attività di questo istituto, comunque sia, non era assolutamente in grado di competere con quelle case editrici come l’Einaudi che, alle sue origini, ebbe l’apporto di intellettuali e scrittori straordinari, come Leone Ginzburg e Cesare Pavese. Altro editore famoso era Laterza, di Bari, che pubblicava la rivista di Benedetto Croce, “La Critica”.

Negli ultimi anni del regime, il clima cambiò nei confronti della cultura e dell’informazione e nel 1937, venne istituito il ministero della Cultura popolare. Tutto doveva passare attraverso il ministero come la nomina dei direttori di giornali e gli argomenti da trattare. Si arrivò anche al controllo della produzione editoriale, in maniera particolare delle opere di scrittori ebrei e di sinistra.

La riforma totalitaria della scuola e il suo fallimento

Dopo la guerra contro l’Etiopia, nell’euforia della vittoria e della nascita dell’impero, Benito Mussolini ritenne giunto il momento di adeguare la scuola alla “svolta totalitaria” e trovò in Giuseppe Bottai (1861-1946) l’uomo capace di trasmettere la rivoluzione fascista nella scuola.

La riforma, prevista dalla Carta della scuola (1938), svuotava di significato la riforma Gentile, ritenuta troppo selettiva e mirava a valorizzare il lavoro, che diveniva materia dì insegnamento, orientando i giovani delle classi lavoratrici verso scuole tecnico-professionali nel tentativo di formare le nuove generazioni in laboratorio. Queste avrebbero avuto il compito di completare e continuare la “rivoluzione” fascista dopo la scomparsa del primo fascismo, che aveva avuto bisogno del consenso per affermarsi e di cui, ormai, riteneva di non avere più bisogno.

La riforma Bottai avrebbe potuto fare qualcosa che si avvicinava a questa idea ma, dopo i primi passi, si fermò. Fu la terribile guerra, ormai alle porte, ad arrestare questa fascistizzazione integrale della scuola.

Anna Della Martora

Bibliografia

G. De Rosa, La Storia. Il Novecento, Minerva Italica, 2002.

G. Ferroni, L’esperienza letteraria in Italia. Vol. 3A: Dal secondo Ottocento al Duemila, Einaudi scuola, 2006.

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