Home Storia contemporanea (1850-oggi) Storia dell'Italia contemporanea Fascismo: cos’è? L’ideologia e la visione del mondo

Fascismo: cos’è? L’ideologia e la visione del mondo

1218
Ideologia del Fascismo

Il Fascismo nell’immaginario comune è collegato ad alcune immagini: Mussolini che dichiara la guerra affacciandosi al balcone di palazzo Venezia, le adunate oceaniche, le forze armate che sfilano compatte sui viali di Roma.

Ma il fascismo è stato solo questo? E soprattutto può essere considerato come una visione culturale alternativa?

Il fascismo: la fase embrionale

Con la parola Fascismo solitamente si indica il movimento politico nato in Italia dopo la prima guerra mondiale, governandola per circa un ventennio (1922-1945). Questo movimento fu fondato a Milano il 23 marzo 1919 con il nome di “Fasci Italiani di Combattimento”[1]; un suo esponente di punta fu Benito Mussolini e ne divenne benpresto il leader indiscusso. 

Agli inizi il movimento fascista presentò agli Italiani un programma politico che si potrebbe definire sincretico: univa proposte politiche della sinistra socialista e della destra nazionalista. Tale programma è esposto nel manifesto programmatico scritto da Alceste De Ambris[2].

Ad esempio le istanze di sinistra erano “la richiesta della giornata lavorativa di 8 ore; l’imposta progressiva sul reddito; il suffragio universale paritario”. Mentre quelle di “destra nazionalista[3] sostenevano “la nazionalizzazione di tutte le fabbriche di Armi e di esplosivi” oppure “una politica estera nazionale intesa a valorizzare la nazione italiana nel mondo” [4].

Questo fase del fascismo viene definita “diciannovista[5] e presenta anche altri caratteri. Per esempio le aspirazioni ‘repubblicane’ sono visibili nella proposta di convocare un’assemblea nazionale costituente per rivedere la forma monarchica.

Dunque il fascismo originario presenta degli elementi ideologici diversi, uniti da un carattere di fondo: la tensione antiparlamentare e di forte critica alla mentalità liberale, notabile nell’esaltazione “dell’attivismo delle minoranze, nella pratica della violenza e della politica di piazza”[6].

Questo forte sincretismo politico sul piano ideologico potrebbe dimostrare l’intenzione del Fascismo a proporsi come un movimento politico rappresentativo di un’ampia e varia massa elettorale. Ma nella pratica si potrebbe parlare di versatilità politica del fascismo, di cui sono rintracciabili le origini storiche.

Il fascismo: origini del termine

Il termine fascismo ha una sua precisa origine. Tale termine rimanda direttamente al fascio littorio, un simbolo di origini romane e ritornato in voga con le rivoluzioni americana e francese. In questi ultimi contesti rappresentava fondamentalmente l’idea del potere[7].

Le prime attestazioni del termine fascio in Italia sono rintracciabili verso la fine del XIX° secolo, quando nella sinistra italiana ci si riferiva ad un’associazione senza strutture di partito[8]. Un esempio concreto di questa concezione fu il movimento dei “Fasci Siciliani”, espressione dei moti contadini esplosi in Sicilia tra il 1894 e il 1896 e che per l’appunto non si inquadrarono in nessuna organizzazione partitica.

Invece l’espressione “movimento fascista” appare nell’aprile 1915 su ‘Il Popolo d’Italia’, per definire un’associazione di tipo nuovo, l’antipartito, formato dagli spiriti liberi di militanti politici che rifiutavano i vincoli dottrinari ed organizzativi di un partito. Con questo carattere versatile furono fondati i Fasci Italiani di Combattimento nel marzo del 1919.

Il fascismo diciannovista: le sue componenti sociali e la sua diffusione

In origine i componenti dei Fasci provenivano dalla sinistra rivoluzionaria: ex socialisti, repubblicani, sindacalisti, arditi, futuristi. Da essa furono reclutati i dirigenti del nuovo movimento, in massima parte giovani e giovanissimi appartenenti alla piccola borghesia.

Per tutto il 1919 e gran parte del 1920 il fascismo rimase un movimento politico trascurabile, nonostante l’attivismo e la campagna a sostegno dell’impresa fiumana. Nel primo congresso nazionale dei Fasci (ottobre 1919) gli iscritti erano poche centinaia, sparsi per lo più nell’Italia Settentrionale (Lombardia, Emilia Romagna, Veneto). L’insuccesso iniziale di tale movimento fu confermato anche dalla disfatta elettorale del novembre 1919.

La sconfitta elettorale rappresentò un turning point nell’evoluzione del fascismo italiano: infatti al congresso del maggio 1920 i Fasci abbandonarono il programma radicale del ’19 e operarono una conversione a destra, ponendosi come organizzazione politica della borghesia produttiva e dei ceti medi che non si riconoscevano nei partiti tradizionali.

Un massimalismo di ceti medi: lo squadrismo e la nascita del fascismo di massa

Il fascismo divenne un movimento di ampio consenso soltanto verso la fine del 1920, dunque dopo il periodo del biennio rosso (1919-1920)[9].

In quegli anni ci furono l’occupazione delle fabbriche e la forte protesta contadina ed operaia, che furono guidate dal partito socialista. Al controllo vessatorio esercitato dalle organizzazioni proletarie, i ceti medi risposero riaffermando i diritti della proprietà e il primato dell’ideologia nazionale.

Lo squadrismo fascista, dunque, fu una forma organizzativa che diede sfogo a questa reazione e l’assorbì al suo interno. Tale riassorbimento è segnalato dalla crescita di adesione ai Fasci, che passarono dai 20.165 iscritti del 1920 ai 200.000 del luglio 1921[10]. Questo fu possibile proprio perché il fascismo, ponendosi come avanguardia della reazione piccolo-borghese, si fece interprete della sfiducia e del malcontento dei ceti medi nei confronti del governo. 

Da alcuni storici, come Emilio Gentile, tale fase del fascismo viene descritta “massimalismo dei ceti medi”[11]. In questa fase il movimento fascista ha come orizzonte sociale i ceti medi, i quali sono ‘i protagonisti sociali’ dell’Italia post-giolittiana. Il loro impatto sociale era determinante: solo tra il 1901 e il 1921 i ceti medi erano saliti dal 51,2 al 53,3 per cento della popolazione attiva, mentre la borghesia rimase all’1,7 e la classe operaia era calata dal 47,1 al 45[12]

Questa massa sociale di ceti medi era variamente composta: molti erano i nuovi proprietari terrieri, essendo presenti anche lavoratori della terra, dell’industria, impiegati pubblici, studenti, liberi professionisti e docenti. L’ingresso dei ceti medi nel movimento fascista comportò non solo un cambiamento sociale, ma anche culturale.

Infatti i Fasci diventarono un movimento di massa, caratterizzato da un proprio dinamismo e da proprie ambizioni politiche; tra di esse la conquista del potere.

Il fascismo: la tensione tra normalizzazione e squadrismo

Alcuni eventi segnano simbolicamente questa evoluzione del movimento fascista. 

L’ingresso dei fascisti in parlamento (maggio 1921)[13], la conseguente partecipazione ai giochi politici tradizionali (da citare è il caso dell’adesione fascista al patto di pacificazione del governo Bonomi)[14] e la trasformazione dei Fasci di Combattimento nel Partito Nazionale Fascista (congresso di Roma del 7-10 novembre 1921)[15].

In queste tre tappe si può vedere un graduale processo di normalizzazione del movimento fascista, che viene operato da Mussolini per aumentare la sua autorità sui fascismi provinciali[16]. Ma gli esponenti dello squadrismo locale non accettarono facilmente questo processo.

In effetti si venne a creare una tensione tra centro e periferia, rintracciabile con il perpetuarsi della violenza squadrista e il persistere delle azioni autonome dei ras locali. Tutto ciò provocò la condanna della classe borghese, che precedentemente aveva legittimato lo squadrismo.

Questa crisi interna fu risolta con un compromesso raggiunto tra Mussolini e gli esponenti provinciali: i fasci sarebbero stati trasformati in un partito, ma quest’ultimo avrebbe valorizzato l’attivismo squadrista, inserendo le ‘squadracce’ all’interno della struttura partitica e creando un organo collegiale di direzione politica (Gran Consiglio del Fascismo).

L’ascesa al potere e la costruzione dello stato fascista

Dunque è questo tipo di partito che tra il 28 e il 31 ottobre 1922 ‘conquista’ il potere in Italia. Un partito che sebbene fosse caratterizzato da forti tensioni interne, le canalizza e riesce ad applicare una strategia di conquista dalla doppia faccia: ovvero attaccare gli avversari usando lo strumento della mediazione parlamentare e del terrore squadristico[17].

Una volta asceso al potere, attraverso gli episodi della marcia su Roma (28 ottobre) e della strana formazione del Governo Mussolini (31 ottobre 1922)[18], il fascismo conserverà questo carattere ambivalente, essendo allo stesso tempo conservatore dei poteri tradizionali (esercito, élite industriali, chiesa e monarchia), ma anche alternativo ad essi[19].

Questo si vede bene nell’architettura dello stato fascista (costruita attraverso varie leggi approvate tra il 1923 e il 1926[20]), che darà spazio sia alla conservazione delle forme istituzionali tradizionali (non viene abolita la monarchia, non vengono nazionalizzate le industrie, vengono siglati ‘i Patti Lateranensi’, burocrazia ed esercito mantengono una loro autonomia), sia alla nascita di nuove (il già citato Gran Consiglio del Fascismo, la milizia nazionale, l’ovra, le corporazioni, gli strumenti educativi e formativi della religione fascista)[21].

Questa ambivalenza presentata dal fascismo in parte è frutto delle condizioni storiche del tempo, ma in parte potrebbe derivare dalle sue radici culturali.

Il fascismo come cultura e atteggiamento morale

Questo carattere versatile del fascismo e il suo sincretismo politico potrebbero essere spiegati citando l’interpretazione del prof. Emilio Gentile[22]. In Fascismo. Storia e interpretazione, Gentile parte dal presupposto di considerare il fascismo come una nozione proteiforme, ovvero adattabile a diversi contesti.

Infatti afferma che “il termine è universalmente adoperato in senso spregiativo come sinonimo di destra, contro-rivoluzione, reazione, conservatorismo, autoritarismo”. Addirittura ci sono casi in cui tale parola è stata accostata a movimenti di estrema sinistra o al fondamentalismo islamico[23].

A confermare la plasticità del fascismo è l’esperienza storica. Per esempio il rapporto tra il fascismo italiano e il capitalismo cambia dall’opposizione del 1919 all’accomodamento del 1921, nel momento in cui Mussolini vuole compattare le élite tradizionali e gli industriali e gli agrari che finanziano gli squadristi. Ma se nel ’21 Mussolini è liberale, nel ’29 diventa protezionista e addirittura negli anni ’30 diventa statalista[24].

In queste condizioni tentare una definizione di fascismo è difficile. Ma l’associazione del termine ‘fascismo’ a così diversi contesti si può spiegare solo considerandolo come ethos. Ovvero esiste una “visione del mondo, un rapporto con il tempo, con il corpo, con l’altro, con se stessi, con la città che è proprio del fascismo e comune ai fascismi”[25]. Dunque una visione che si può chiamare “cultura fascista”.

Benché studiosi come Benedetto Croce considerarono l’esperienza fascista come “indifferente alla cultura”[26], grazie ai lavori di George L. Mosse ed Emilio Gentile si è potuto definire il fascismo come una cultura che rispondeva ai dubbi e agli interrogativi di un’epoca destrutturata dalla rivoluzione industriale e traumatizzata dalla Grande Guerra.

La nostra comune conoscenza del fascismo lo definisce come una serie vertiginosa di negazioni: il fascismo è anti-liberale, antidemocratico, anti-marxista, anti-individualista. Ma questo accumulo di negazioni ha senso, se si riconosce la sua unità culturale di fondo.

Il sospetto del fascismo e la sua natura social-darwinistica

Dell’illuminismo, il fascismo contesta l’universalità della ragione; ovvero contesta la natura ideologica del razionalismo universale.

Si ritrova presso i fascisti il sospetto nutrito da Marx nei confronti dell’Illuminismo, secondo cui esiste un uso strumentale delle ideologie che vorrebbero essere universaliste; ma non lo sono perché esistono solo particolarismi. Come scrive Emilio Gentile “il fascismo ebbe come principio della sua ideologia la critica delle ideologie”[27].

Come il marxismo, il fascismo afferma che ogni enunciato ideologico è il frutto di un particolarismo nazionale, di classe o razza.

Anzi per il fascismo la guerra oltre ad essere un fatto evidente, è una legge positiva della storia. La guerra per il fascismo è un processo che rende gli uomini e il mondo migliore. Essa viene letta come i marxisti leggono la lotta di classe: la guerra è un conflitto sociale, in cui diversi gruppi si scontrano e attraverso cui la storia procede e si invera. Però per il fascismo la lotta sociale non è tra proletariato e borghesia; ma tra nazioni proletarie e nazioni demo-plutocratiche[28]. In questo confronto di discorsi ideologici vince il gruppo sociale più forte e più violento.

Si può notare in queste affermazioni una lettura social-darwinistica fatta dal fascismo; ovvero il mondo viene inteso come un luogo in cui i gruppi umani più forti si impongono su quelli più deboli. A dare conferma di questa affermazione è proprio l’esperienza della prima guerra mondiale, in cui i gruppi umani si scontrano, dando sfogo alla loro forza e non alla loro ragione[29].

Si può notare, dunque, nella cultura del fascismo l’attribuzione di una numerosa terminologia marxista, di cui l’applicazione era passata dal piano sociale interno al piano internazionale.

Il fascismo e la società irreggimentata: ethos guerriero e giovanilismo

Dunque se il mondo è in continua lotta, il fascismo sostiene la permanenza di un continuo stato di guerra.

Per il fascismo la guerra è un momento fondante. Anzi è un’esperienza fondamentale. La Prima Guerra Mondiale ha dimostrato che l’illuminismo è un’ideologia, in quanto gli uomini al fronte non si confrontano con una discussione razionale. Gli uomini in guerra si confrontano solo con la forza delle armi.

Inoltre, secondo il fascismo, il momento bellico sviluppa un atteggiamento morale nuovo che si può definire “ethos guerriero“. Quest’ultimo diventa un modo di agire alternativo alla vita borghese; esso è esaltazione delle prestazioni fisiche, culto della forza e del virilismo[30].

Una componente fondamentale di questo ethos resta il giovanilismo. Per il fascismo il più alto simbolo della forza è la giovinezza (non a caso è anche il titolo dell’inno del Partito Nazionale Fascista). Infatti l’esaltazione della giovinezza significa esaltazione della forza, dell’aggressività e della promessa; quest’ultima è da intendersi come speranza di tempi nuovi.

Per il fascismo il giovane conserva i tratti più naturali dell’uomo, i quali si perdono durante la maturazione. Essi devono essere conservati ed alimentati. Invece l’umanesimo liberale di stampo illuministico non può essere uno strumento educativo, in quanto ha come principale scopo l’esaltazione dei tratti razionali e culturali dell’uomo.

Insomma per il Fascismo la cultura illuministica tenderebbe a mortificare quelli che sono i “tratti naturali” a vantaggio di quelli “razionali”; per evitare questo solo lo sport e le competizioni agonistiche permettono di alimentare e conservare le caratteristiche naturali dell’uomo[31].

Ma questo giovanilismo è pur sempre orientato verso uno scopo. Principale orizzonte culturale del fascismo rimane la guerra. I giovani vanno intesi come strumenti ed oggetti utili alle guerre della comunità nazionale.

Il fascismo e la società irreggimentata: la frontgeimenschaft

Benché per il fascismo l’orizzonte culturale sia la guerra, solo alcuni scontri sono legittimi. Dato che la storia procede attraverso la lotta tra nazioni, solo questo scontro è giustificato.

Questa affermazione culturale definisce una determinata visione della società interna: dato che esistono solo conflitti esterni, la società viene immaginata come un gruppo etnico omogeneo. Dunque per il fascismo non sono concepibili gli scontri sociali interni, la lotta tra classi sociali[32].

La logica conseguenza di questa visione fascista della società è la sua irreggimentazione, che non consente l’espressione autonoma degli individui e dei gruppi sociali.

Questa visione della società è giustificata dal continuo stato di guerra. Quest’ultimo, infatti, consente una permanente mobilitazione delle anime e dei corpi sociali, votati all’assenza di dibattito interno e sottoposti ad un rigido controllo della classe dirigente[33].

Infatti in uno stato di guerra continuo la comunità nazionale diventa una comunità combattente, guidata dal suo capo all’assalto finale, ovvero alla affermazione della propria nazione sulle altre.

In tale tipo di comunità non esiste un confronto democratico, ma lo stato della Frontgemeinschaft (comunità del fronte). In essa la comunità nazionale è diretta ed ordinata dal principio della lotta e sottomessa ad una disciplina di ferro[34].

Tale comunità dal fascismo è considerata “organicamente democratica”. Il carattere democratico, secondo il fascismo, si vede non nell’espressione in un dibattito di opinioni diverse, ma nella partecipazione degli uomini ai rituali, alle battaglie, ai momenti collettivi della comunità nazionale.

Un esempio di questa lettura della società sono le continue battaglie indette dal regime fascista in Italia: come la battaglia del grano, la battaglia per la quota novanta, la battaglia per l’oro alla patria. La partecipazione a queste battaglie da parte dei costituenti della comunità nazionale rappresenta la partecipazione organicamente democratica alla vita del paese[35].

Dunque il Fascismo risolve in questo modo il problema della gestione delle masse, che si era posto all’attenzione della classe dirigente liberale di fine secolo. Ma a farne le spese resta l’espressione soggettiva dell’uomo, la quale non è autonoma ma regolata dalle liturgie e rituali elaborati dalla cultura della gerarchia fascista.


Note 1 – 9

[1] In realtà esisteva un movimento fascista precedente ai fasci di combattimento. Si tratta del “Fascio d’Azione Rivoluzionaria”, nato proprio durante la polemica interventista (1914-1915). Esso radunava principalmente i socialisti che sostenevano l’intervento italiano nella prima guerra mondiale e la natura rivoluzionaria della guerra, vista come strumento per il rinnovamento della società.

[2] Il manifesto programmatico, scritto da Alceste De Ambris e presentato su “Il Popolo d’Italia” il 6 giugno 1919, era diviso in diverse sezioni, chiamate “problemi”. Riconosceva quattro problemi, quello politico, sociale, militare e finanziario. Vedi Manifesto dei Fasci Italiani di Combattimento.

[3] Con il termine “destra nazionalista” si intende la fazione radicale della destra italiana tra la fine del XIX° sec. e gli inizi del XX°. Essa si distingue dalla destra conservatrice (ovvero tutti quei movimenti politici tradizionali di orientamento moderato-liberale) e dalla destra sociale (con tale definizione si auto-definiranno tutti i movimenti politici che più o meno si rifanno al fascismo comunemente inteso).

[4] Vedi la quarta sezione del Manifesto dei Fasci Italiani di Combattimento.

[5] Con il termine di “diciannovista” alcuni storici individuano il fascismo nato a seguito della prima guerra mondiale. In senso stretto, il termine diciannovista si riferiva ai primi aderenti ai fasci di combattimento, cfr. Gentile 2005, pp. 9-10.

[6] Gentile 2005, p. 10

[7] In realtà la “tradizione simbolica” sul fascio littorio è lunga e controversa. Le prime attestazioni risalgono al periodo dell’antica Roma, almeno al momento della cosiddetta “Roma etrusca”. Le prime attestazioni sono riportate da Livio e da Dionigi di Alicarnasso. Vedi anche fascio littorio.

[8] Gentile 2005, pp. 5-9.

[9] Il biennio rosso fu un periodo di gravi sconvolgimenti che visse l’Italia dopo la prima guerra mondiale (1919-1920). Tale periodo era contrassegnato dalla forte protesta operaia e contadina, sostenuta dalle leghe socialiste e dal PSI. Cfr. Chapoutot 2013, pp. 67-70.

Note 10 – 17

[10] Gentile 2005, p. 11.; Chapoutot 2013, p. 69.

[11] Gentile 2005, pp. 10-13.

[12] Ibidem, p. 12.

[13] Sull’ingresso dei fascisti in parlamento durante l’elezioni parlamentari del ’21, possono essere fatte delle precisazioni. Innanzitutto fu un “ingresso mediato”, ovvero ci fu un tentativo di collaborazione e mediazione tra Giolitti e i Fasci. Da alcuni storici è stato visto come un primo punto d’incontro formale tra la reazione piccolo-borghese fascista e l’interesse delle élite tradizionali (imprenditori, esponenti del vecchio liberalismo, della monarchia). Cfr. Chapoutot 2013, pp. 70-72.

[14] Il patto di pacificazione del governo Bonomi (4 luglio 1921 – 26 febbraio 1922) tentò di porre fine alla violenza politica tra gli opposti gruppi politici armati. Il 3 agosto, infatti, fu sottoscritto un accordo tra fascisti, socialisti e dirigenti della CGdL in cui si dava l’avvio alla sospensione delle violenze. L’inserimento dei fascisti in questo patto ad opera di Mussolini fu un altro tassello verso la “normalizzazione del fascismo”, a cui si opponevano gli esponenti dello squadrismo.

[15] Il congresso fondativo del Partito Nazionale Fascista (7-10 novembre 1921) rappresenta una salto di qualità nel processo di normalizzazione del fascismo. Benché non si raggiunga una completa sottomissione dei ras (ovvero i capi locali dello squadrismo), in quel congresso si riconobbe la preminente autorità di Benito Mussolini su di essi. Vedi Gentile 2005 p. 13, Chapoutot 2013, pp. 70-71.

[16] Con fascismi locali si intendono l’espressioni dello squadrismo provinciale, di cui i capi erano i ras. Esponenti di spicco di questo tipo di fascismo furono Italo Balbo, Roberto Farinacci, Michele Bianchi, Dino Grandi.

[17] Gentile 2005, pp. 16-17.

Note 18 – 20

[18] Con “strana formazione del Governo Mussolini” si intende la serie di eventi che portarono alla presa del potere da parte del fascismo in italia. Effettivamente non si trattò né di una conquista rivoluzionaria, né di un atto pienamente conforme alla tradizione parlamentare italiana (rispetto all’altro evento simile che fu l’ascesa del nazismo in Germania, che avvenne nel pieno della regola parlamentare). Infatti Mussolini venne incaricato dal re Vittorio Emanuele III dopo la marcia su Roma, un evento che avveniva in un contesto politico determinato. In esso era in corso una trattativa tra gli esponenti della destra moderata (Salandra e Giolitti) e il segretario del PNF (Michele Bianchi). Gentile, infatti, definisce la marcia su roma come “tentativo di condizionamento della trattativa politica”. Vedi Gentile 2005, pp. 15-19.

[19] Mussolini nel suo discorso di insediamento (16 novembre 1922) parla di “stato fascista”, di “Italia fascista” e di “introduzione nelle stracche arterie dello stato parlamentare della nuova corrente fascista”. Tutti termini che vogliono rappresentare l’avvenuta alleanza tra le élite tradizionali e la reazione fascista. Vedi anche il discorso di Benito Mussolini, 16 novembre 1922. Cfr. Gentile 2005 pp. 149-153.

[20] L’intervallo di tempo che va dal 1923 (promulgazione della legge Acerbo) al 1926 (promulgazione dell’insieme di leggi dette “fascistissime”) rappresenta il periodo impiegato dal fascismo per consolidare il suo potere. La legge Acerbo, va detto, era una legge elettorale che permetteva alla prima lista vincente di godere dei 2/3 dei seggi parlamentari. Mentre le leggi fascistissime furono elaborate dal giurista Rocco e in esse erano presenti alcuni provvedimenti (istituzione dei tribunali speciali, istituzione del regime a partito unico, restrizioni alle libertà individuali, istituzionalizzazione del Gran Consiglio del Fascismo) che permisero al fascismo di diventare un regime anche de jure. Vedi anche Gentile 2005, pp. 19-22.

Note 21 – 25

[21] Le nuove istituzioni fasciste, integranti di quelle tradizionali, rappresentano la novità nello stato italiano. Sono queste ad essere intese dal fascismo come realtà alternative alla tradizione statuale italiana. La presa di controllo dello stato da parte del fascismo si vede nelle competenze del Gran Consiglio del Fascismo, organo decisionale e collegiale in cui l’autorità del Duce Mussolini era preminente. Le competenze del Gran Consiglio, per esempio, si estendevano addirittura alla scelta dell’erede al trono (vedi legge 9 dicembre 1928, Gentile 2005, p. 21).

[22] L’interpretazione di Emilio Gentile allude proprio al fatto di considerare il fascismo non nel suo senso polemico, ma in quello epistemologico. Questo comporta considerare il fascismo come un’architettura culturale completamente alternativa a quella illuministico-liberale. Cfr. Chapoutot 2013, pp. 93-95.

[23] In quei casi si parla di “fascismo rosso” e “fascismo verde”. Quest’ultima è un’espressione coniata di recente ed indica il fondamentalismo teocratico islamico. Sul tema del “fascismo generico” cfr. Gentile 2005, pp. 59-70.

[24] La parabola economica del fascismo è interessante proprio perché plasticamente mostra la sua versatilità. Sembra che il fascismo in campo economico non abbia “un’idea chiara” e si adatti al contesto in cui agisce. In realtà, nel corso della sua esistenza, il fascismo ha elaborato una teoria economico-sociale che si può definire “corporativismo”, termine che deriva dalle antiche corporazioni e con cui si indica un’organica solidarietà tra imprenditori e classe dipendente. Idealmente il corporativismo fascismo si poneva a metà strada tra il laisezz-faire e il regime di economia pianificata marxista-leninista. Ma concretamente, benché in Italia ci fu l’istituzione del ministero delle corporazioni, non ci fu un’esecuzione pratica di quella teoria. Cfr. Genitle 2005, pp. 20-31.

[25] Chapoutot 2013, pp. 94-96.

Note 26 – 35

[26] Benedetto Croce ebbe un’esperienza travagliata con il Fascismo. Dall’appoggio necessario del periodo 1922-1924 all’opposizione conclamata, precedente di qualche mese al delitto Matteotti (giugno 1924) e che durerà fino alla fine della seconda guerra mondiale. Per Croce il fascismo non ha una struttura culturale, ma è semplicemente un movimento di reazione che “vuole portare l’italia ad uno stato precedente quello liberale”. Vedi anche “Croce e il Fascismo”.

[27] Gentile 2005, pp. 78-79.

[28] Ovvero tra nazioni che devono ancora compiere il loro percorso da grande potenza (segnalato dalla presenza di un apparato produttivo moderno e industriale, di un vasto impero coloniale e dalla forza militare), e nazioni che questo percorso l’hanno compiuto. In questa lotta l’Italia fascista si poneva tra le nazioni proletarie, a dispetto delle nazioni demo-plutocratiche che erano il Regno Unito, la Francia e gli Stati Uniti.

[29] Chapoutot 2013, pp. 95-97.

[30] Sul concetto di ethos guerriero e di fascismo come religione politica, Gentile 2005, pp. 206-230.

[31] Interessanti sono i termini hitleriani usati per esaltare la gioventù. Secondo Adolf Hitler, i giovani devono sviluppare le loro caratteristiche oggettive, lasciando da parte l’interesse soggettivo. Anzi i suoi termini, esposti in un discorso pronunciato alla Gioventù hitleriana nel 1935, sono: “Il giovane tedesco di domani deve essere magro e slanciato, veloce come il leveriero, resistente come il cuoio e duro come l’acciaio Krupp”. Vedi anche Chapoutot 2013 pp. 97-98 e pp. 150-157.

[32] Sull’ideale fascista della società senza classi conflittuali vedi Chapoutot 2013, pp. 158-160.

[33] Gentile 2005, pp. 155-160.

[34] Chapoutot 2013, p. 98.

[35] Sul tema della partecipazione delle masse e sul concetto di “democrazia organica” vedi Gentile 2005, pp. 161-168 e Chapoutot 2013, pp. 157-164.

Bibliografia

  • Gentile 2005: “Fascismo. Storia e Interpretazione”, Emilio Gentile, Laterza, Bari.
  • Chapoutot 2013: “Fascisme, nazisme et régimes autoritaires en Europe (1918-1945)”, Johann Chapoutot, Presses Universitaires de France, Paris.

Niccolò Maria Ricci

Commenti

Commenti