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Male di vivere: angoscia e negativo in Eugenio Montale

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male di vivere

male di vivereSpesso il male di vivere ho incontrato è una poesia di Eugenio Montale pubblicata nella raccolta Ossi di seppia del 1925. La poesia esprime uno dei concetti cardine del sistema filosofico montaliano, il “male di vivere” che si staglia icasticamente nella mente del lettore attraverso un susseguirsi di immagini che emblematicamente ne diventano l’espressione. Il bene non è in alcun modo ravvisabile, se non nella “divina Indifferenza”, intesa come unica evasione possibile.

“Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.”

Le due quartine risultano un perfetto esempio del correlativo oggettivo montaliano, ossia del rapporto che la parola stabilisce con gli oggetti da essa nominati: il male di vivere è emblematicamente sottolineato attraverso il faticoso fluire del ruscello, l’accartocciarsi al sole delle foglie e lo stramazzare stanco del cavallo.

Le immagini ripropongono aspetti della realtà, tipicamente montaliani, che con la loro quotidianità ferita simboleggiano un’uguale sofferenza degli uomini; in opposizione al Male di vivere, che si manifesta negli aspetti più comuni della natura, non vi può essere per Montale altro «bene» che un atteggiamento di distacco e di Indifferenza, come quello assunto dalla divinità, impassibile di fronte alla miseria del mondo.

Le qualità dell’Indifferenza vengono precisate dal poeta mediante tre simboli, che hanno come denominatore comune il distacco e la freddezza: la statua, la nuvola e il falco.

Male di vivere e angoscia nella poetica di Montale

male di vivereLa poetica di “Ossi di seppia” è attraversata dal Male di vivere e si impone con le sue novità del linguaggio scabro ed essenziale e la Negatività che deriva dal continuo rompersi e sospendersi dell’equilibrio tra l’io e la realtà.

Il soggetto tenta di entrare in rapporto con le cose ridotte alla loro essenza più nuda e l’osso di seppia, sballottato e levigato dalle onde, è evidente figura rivelatrice di questa riduzione.

La voce del poeta è quella di una persona concreta immersa nel paesaggio ligure, che però non partecipa direttamente alla sua vita, e si accanisce continuamente a interrogare i segni, seguendo il groviglio delle forme minerali e vegetali, il muoversi scomposto degli oggetti, il vibrare di suoni e rumori, il distendersi del vento nello spazio, lo svolgersi del ritmo del tempo.

In questa natura si incontra il Male di vivere: grazie a una percezione allucinata scorta anche in minime segni, in figure e presenze che incombono pericolose. In tutte queste forme trascolora il senso di una vita inafferrabile, si svela il vuoto in cui consiste il vivere personale e naturale: l’infanzia perduta, allontanata dalla natura, non solo è irrecuperabile, ma si trasforma in una precoce senilità, in un più negativo distacco dalle cose.

Ogni squarcio verso una realtà più profonda e autentica finisce per accrescere la solitudine dell’io, la sua distanza dalle cose e dallo stesso “tu” tanto cercato. L’angoscia domina le dense successioni di immagini della sezione Ossi di seppia, in cui si rapprende il Male di vivere; l’angoscia fa emergere dal paesaggio la figura autobiografica di “Arsenio” poesia inserita nella seconda edizione degli Ossi di seppia (1928):

“I turbini sollevano la polvere
sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi
deserti, ove i cavalli incappucciati
annusano la terra, fermi innanzi
ai vetri luccicanti degli alberghi.

[…]

E’ il segno d’un’altra orbita: tu seguilo.
Discendi all’orizzonte che sovrasta
una tromba di piombo, alta sui gorghi
più d’essi vagabonda: salso nembo
vorticante, soffiato dal ribelle
elemento alle nubi; fa che il passo
su la ghiaia ti scricchioli e t’inciampi
il viluppo dell’alghe: quell’istante
è forse, molto atteso, che ti scampi
dal finire il tuo viaggio, anello d’una
catena, immoto andare, oh troppo noto
delirio, Arsenio, d’immobilità…

[…]

[…]

Così sperso tra i vimini e le stuoie
grondanti, giunco tu che le radici
con sé trascina, viscide, non mai
svelte, tremi di vita e ti protendi
a un vuoto risonante di lamenti
soffocati, la tesa ti ringhiotte
dell’onda antica che ti volge; e ancora
tutto che ti riprende, strada portico
mura specchi ti figge in una sola
ghiacciata moltitudine di morti,
e se un gesto ti sfiora, una parola
ti cade accanto, quello è forse, Arsenio,
nell’ora che si scioglie, il cenno d’una
vita strozzata per te sorta, e il vento
la porta con la cenere degli astri.”

Male di vivereQuesto componimento ci narra con la vicenda di Arsenio, controfigura del poeta, il pessimismo di Montale. Il personaggio è rappresentato nell’atto di intraprendere un viaggio verso il mare, durante una terribile tempesta: un’avventura vista come possibile occasione per il raggiungimento di “un’altra orbita”, un’altra dimensione e dunque, un momento rivelatorio e in quanto tale salvifico, che possa finalmente imprimere un senso all’esistenza.

Questa ricerca è destinata però a risolversi in un fallimento: Arsenio, in sede finale, si ricongiungerà alla moltitudine di morti (colore che sono immersi in una condizione di non-vita).

L’angoscia è espressa fortemente nella poesia “Vasca”, in cui l’annullamento della vita parte dalla più tenera infanzia, giungendo a distruggere ogni spinta vitale a livello embrionale. Il tema del “nato morto” diviene manifestazione della vita strozzata, dell’espressività soffocata della violenza della vita stessa.

“Passò sul tremulo vetro
un riso di belladonna fiorita,
di tra le rame urgevano le nuvole,
dal fondo ne riassommava
la vista fioccosa e sbiadita.
Alcuno di noi tirò un ciottolo
che ruppe la tesa lucente:
le molli parvenze s’infransero.

Ma ecco, c’è altro che striscia
A fior della spera rifatta lisca:
di erompere non ha virtù,
vuol vivere e non sa come;
se lo guardi si stacca, torna in giù:
è nato e morto, e non ha avuto un nome.”

La lirica cela e al tempo stesso rivela, una crisi che, staccata dalla persona del poeta e riflessa nel correlativo oggettivo”, acquista un significato più ampio, allude alla crisi d’identità dell’uomo moderno.

Nella poesia “Incontro” in cui si inscena un impossibile incontro con una donna morta, la cui vita sofferente tenta invano di districarsi dall’arida vegetazione del paesaggio.

“Tu non m’abbandonare mia tristezza
sulla strada
che urta il vento forano
co’ suoi vortici caldi, e spare; cara
tristezza al soffio che si estenua: e a questo,
sospinta sulla rada
dove l’ultime voci il giorno esala
viaggia una nebbia, alta si flette un’ala
di cormorano.

La foce è allato del torrente, sterile
d’acque, vivo di pietre e di calcine;
ma più foce di umani atti consunti,
d’impallidite vite tramontanti
oltre il confine
che a cerchio ci rinchiude: visi emunti,
mani scarne, cavalli in fila, ruote
stridule: vite no: vegetazioni
dell’altro mare che sovrasta il flutto.

[…]

Se mi lasci anche tu, tristezza, solo
presagio vivo in questo nembo, sembra
che attorno mi si effonda
un ronzio qual di sfere quando un’ora
sta per scoccare;
e cado inerte nell’attesa spenta
di chi non sa temere
su questa proda che ha sorpresa l’onda
lenta, che non appare.

Forse riavrò un aspetto: nella luce
radente un moto mi conduce accanto
a una misera fronda che in un vaso
s’alleva s’una porta di osteria.
A lei tendo la mano, e farsi mia
un’altra vita sento, ingombro d’una
forma che mi fu tolta; e quasi anelli
alle dita non foglie mi si attorcono
ma capelli.

Poi più nulla. Oh sommersa!: tu dispari
qual sei venuta, e nulla so di te.
La tua vita è ancor tua: tra i guizzi rari
dal giorno sparsa già. Prega per me
allora ch’io discenda altro cammino
che una via di città,
nell’aria persa, innanzi al brulichio
dei vivi; ch’io ti senta accanto; ch’io
scenda senza viltà.”

Qui l’io lirico accetta definitivamente il proprio destino di sconfitta e di discesa verso il nulla, chiedendo, però, di poter avere almeno la possibilità di affrontare questa situazione con dignità e “senza viltà”

Male di vivere: espressione in negativo

Il significato più profondo dell’opera di Montale resta quello della più radicale negatività, e si riassume nel celebre primo pezzo della sezione degli Ossi di seppia, “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato” a cui Montale affida la propria dichiarazione di poetica.

Il poeta rivolgendosi a un destinatario imprecisato e parlando a nome di una generazione di poeti rigetta facili certezze e prende atto che la nuova poesia può esprimersi solo in negativo.

“Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.”

Maurizio Marchese

 

Fonti:

Eugenio Montale, Ossi di seppia, Mondadori, 2010

Luca D. Fiocchi, Unamuno, Machado, Montaletra simbolismo ed esistenzialismo, V&P, Milano, 2001

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