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Le origini della Riforma: Lutero fra paura e speranza

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Lutero

Il XVI secolo fu il secolo del Rinascimento, delle grandi scoperte geografiche, delle monarchie nazionali e dell’individualismo economico ma anche il secolo della Riforma di Lutero.

Una Riforma che ebbe certo qualcosa in comune con il Rinascimento ( la critica ai pellegrinaggi, le indulgenze, il culto delle reliquie e dei santi ) una Riforma che diede modo alla nobiltà tedesca di affrontare l’autorità imperiale e di far propaganda contro lo strapotere straniero del papato ma una Riforma proiettata più sul Medioevo che sulla Modernità, partendo dal luogo in cui nacque.

Mentre a Roma erano gli anni della costruzione della Cappella Sistina, degli amori e delle dissolutezze della famiglia Borgia, di Bramante, Raffaello e Michelangelo e del grande cantiere della nuova San Pietro.

Il Cristo giudice

A Wittenberg era l’immagine del Cristo giudice a dominare nelle rappresentazioni religiose. Un Cristo assiso sull’arcobaleno, con un giglio che spunta da un orecchio e una spada dall’altra, un’immagine che sta lì ad indicare la misericordia per i redenti e l’ira contro i dannati,  un’immagine colma di quell’oscillazione fra paura e speranza su cui tanto puntava la Chiesa dell’epoca. Un’oscillazione sufficiente per determinare conflitti intimi nelle persone sensibili, e Lutero aveva una sensibilità esasperata.

Lutero
Il Cristo giudice di Danzica

Atterrito dalla previsione del giorno del giudizio, convinto che gli spiriti malefici cospirassero per la sua perdizione, insoddisfatto dalle precauzioni offerte all’uomo dalla Chiesa ( sette sacramenti, sette opere di misericordia, appoggio dei sette intercessori celesti ), scelse di prendere la tonaca ( atto che grazie alla rinuncia ai beni, al matrimonio, alle armi era considerato all’epoca come un secondo battesimo ) così nel 1505 entrò in un monastero agostiniano.

Nessuna consolazione per Lutero

Ma anche all’interno del chiostro non riuscì a trovare la pace agognata. Decise d’imporre a se stesso tutti i rigori che fosse in grado di sopportare ma il sistema per cui a trasgressioni specifiche corrispondevano specifiche penitenze con cui espiarle non riusciva a soddisfarlo, così giunse alla conclusione che i peccati non si potevano considerare separatamente. Perché la natura stessa dell’uomo è così pervertita da esigere un rinnovamento radicale e nessun atto meritorio potrebbe andar oltre l’esigenza immediata.

Questo pensiero lo portò, infine, durante un viaggio a Roma nel 1511, a negare anche l’esistenza di quel tesoro di meriti, formato grazie all’eccezionalità delle vite dei santi, su cui si basava il sistema delle indulgenze.

Lo stesso sacramento della penitenza aveva ormai perso qualsiasi valore, perché i tre elementi su cui si basava non convincevano il monaco tedesco: la contrizione non va mai oltre un mero rammarico, la confessione tralascia quei peccati occultati dall’amor proprio e la soddisfazione non può mai essere raggiunta, perché non esiste Luteroammenda adeguata al peccato.

Eppure la Chiesa offriva un’altra via d’uscita: il sentiero del misticismo, la rinunzia ad ogni sforzo da parte dell’uomo e l’abbandono in Dio, come una goccia nell’oceano. Il trionfo della potenza di Dio sulla debolezza dell’uomo.

Ma per Lutero Dio non era un abisso in cui sprofondare ma una maestà infinita e l’uomo per quanto debole che fosse avrebbe sempre avuto la forza di ribellarsi.

Un dio detestabile

Così iniziò a credere, seguendo l’insegnamento agostiniano, che il destino dell’uomo è già predeterminato in senso favorevole o avverso ma all’uomo non è dato saperne nulla ( qualunque cosa egli faccia non può recare alcun mutamento ). Pensò di non riuscire ad amare Dio perché Dio non era tale da farsi amare:

I dannati sono dannati, per quanto s’ingegnino; i salvati son salvati, per quanto s’espongano. Dio li ha fatti in modo tale ch’essi non possono agire altrimenti ed ha deciso in anticipo nei loro riguardi, secondo che gli aggrada. Ma che equità è questa? che giustizia? Un Dio che si comporta così non merita forse d’essere considerato vile, crudele, spregevole? Chi mai può amare un Dio siffatto?

« Amarlo? Non l’amo, no; lo detesto » scriveva Lutero disperato.

Dio mio, Dio mio, perché m’hai abbandonato?

Il rifugio da questa introspezione morbosa Lutero riuscì a trovarlo negli studi biblici, indicatigli dal proprio confessore che non sapeva come altro aiutarlo, così Egli divenne dottore, predicatore e titolare della cattedra di studi biblici della locale università.

E fu proprio studiando la Bibbia, leggendola e insegnando, in particolare, i salmi che Lutero fece la sua più grande scoperta.

Il salmo XXII inizia con le parole che Gesù ripeté sulla croce: « Dio mio, Dio mio, perché m’hai abbandonato? » e Lutero rimase abbagliato da quel “abbandonato”.

Un messaggio di speranza

« Cristo abbandonato! Che cosa mai poteva significare? Abbandonato, derelitto, respinto ed estraniato da Dio? Ma era appunto questo il suo proprio stato d’animo. Anche Cristo aveva dunque sperimentato tutto ciò? Ma perché? Lutero ben sapeva perch’egli stesso si sentiva abbandonato: Dio è puro e l’uomo è impuro, Dio è forte e l’uomo è debole. Ma Cristo non era impuro, Cristo non era debole; e perché dunque era stato abbandonato? Non c’è che una risposta: colui ch’era senza peccato si fece peccato per amor nostro, identificandosi a tal punto con l’umanità peccatrice da prendere su di sé l’iniquità di noi tutti; e tanto egli si sentì solidale con l’umanità, che giunse a condividerne l’estraneamento da Dio.

Così il giudice assiso sull’arcobaleno si trasforma nel derelitto pendente dalla croce. Egli resta pur sempre il giudice e deve restarlo, in quanto la verità giudica l’errore e il giusto giudica l’ingiusto: ma nell’atto stesso di giudicare il peccatore, egli s’è immedesimato con lui, addossandosene il castigo e condividendone la colpa stessa.

Lutero

Mario Sanseverino

Bibliografia:

  • R. H. Bainton, La Riforma protestante, Torino, Einaudi, 1958.
  • H. Gutschera, J. Maier, J. Thierfelder, Storia delle Chiese in prospettiva ecumenica, Brescia, Queriniana, 2007.

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