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I personaggi femminili ne “I promessi Sposi”

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ritratti

Alessandro Manzoni ne I promessi sposi ha fissato una serie di ritratti di personaggi femminili indimenticabili, sia dei personaggi protagonisti, sia di figure di secondo piano, ma comunque fondamentali per rilevare particolari circostanze e dare maggiore consistenza al messaggio che l’autore intende comunicare.

Tra le capacità del romanzo realista ottocentesco vi è proprio quella di offrire ritratti concentrandosi sulla descrizione di luoghi e personaggi perché si offra al lettore una visione quanto più completa possibile dell’ambiente in cui si svolge la vicenda e degli individui che in essa agiscono. Spesso nel romanzo moderno la costruzione del personaggio avviene progressivamente e a volte non si danno informazioni sull’aspetto fisico; mentre il romanzo ottocentesco ci offre immediatamente ritratti dei personaggi che stanno per entrare in scena, con descrizioni sull’aspetto fisico che sul carattere e il morale. Spessissimo questi aspetti si sovrappongono: dai dati esteriori è possibile dedurre il carattere.

Personaggi femminili

Lucia

personaggi femminili Promessi SposiTra i ritratti presenti nel romanzo sono particolari quelli dei personaggi femminili; partiamo da Lucia, la protagonista. Siamo all’inizio del romanzo, Don Abbondio ha ricevuto i bravi, inviati da don Rodrigo, il divieto di celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia. Pavido com’è, egli non ha saputo reagire e, nel colloquio con Renzo, avvalendosi anche della sua superiorità culturale (ad esempio parlando in latino), riesce per il momento a convincere il giovane dell’opportunità di rinviare le nozze. Renzo molto contrariato si reca dalla promessa sposa, che insieme alla madre sta provando l’abito nuziale.

“Lucia usciva in quel momento…Le amiche si rubavano la sposa, e le facevan forza perché si lasciasse vedere; e lei s’andava schermendo, con quella modestia un po’ guerriera delle contadine…e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s’apriva al sorriso. I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile drizzatura, si ravvolgevan dietro il capo, in cerchi moltiplici di trecce, trapassate da lunghi spilli d’argento…Intorno al collo aveva un vezzo di granati alternati con bottoni d’oro e filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori… una corta gonnella di filaticcio di seta…Oltre a questo, ch’era l’ornamento particolare de giorno di nozze, Lucia aveva quello quotidiano d’una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevano sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero…”

Aspetto esteriore e aspetto morale vanno di pari passo, o meglio il primo non è che un veicolo per arrivare al secondo. Il tratto fondamentale è quello della modestia che corrisponde al valore cristiano dell’umiltà, di cui Lucia è portatrice nel romanzo. Si tratta tuttavia di un atteggiamento non arrendevole, a differenza di Don Abbondio. Il carattere è riservato ma non chiuso come dimostra l’antitesi tra il corrugamento dei “lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s’apriva al sorriso”. Il suo animo rivela serenità ma non superficialità.

La Monaca di Monza

ritrattiDopo l’inutile tentativo di matrimonio a sorpresa nell’abitazione di don Abbondio, i due promessi sono costretti a separarsi, dirigendosi l’uno a Milano, l’altra nel convento di Monza. Renzo viene a contatto con l’ambiente popolare, con la gente della strada e delle osterie, con la folla, prima durante i tumulti di Milano, poi nella città sconvolta dalla peste; mentre l’esperienza di Lucia passa attraverso il contatto con personaggi di alto rango: il primo che incontra è Gertrude, la monaca del convento di Monza, presso cui verrà ospitata in attesa degli eventi. Alla vicenda esemplarmente negativa di Gertrude e alla tragica storia della sua monacazione, avvenuta su imposizione di una famiglia che maschera la propria violenza con l’ipocrisia religiosa, Manzoni dedica due interi capitoli (il IX e il X) che costituiscono una digressione di carattere sociale, morale e psicologico.

“…una monaca ritta. Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due parti…sotto il velo, una bianchissima benda di lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non d’inferiore bianchezza: un’altra benda a ieghe circondava il viso, e terminava sotto il mento in un soggolo, che si estendeva al quanto sul petto, a coprire lo scollo d’un nero saio. Ma quella fronte si raggrinziva spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si avvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi, neri neri anch’essi, si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba…Le gote pallidissime scendevano con un contorno delicato e grazioso, ma alterato e reso mancante da una lenta estenuazione. Le labbra, quantunque appena tinte d’un roseo sbiadito, pure, spiccavano in quel pallore: i loro moti erano, come quello degli occhi, subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero… dalla benda usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola…”

Nel caso di Gertrude l’aspetto fisico è specchio del travaglio interiore, determinato dal passato doloroso, essendo stata costretta a farsi monaca, e dalle sue infelici scelte successive, ampiamente descritte in seguito. Uno dei tratti dominanti della descrizione è costituito dall’uso dell’antitesi introdotta dall’avversativa ma; ogni impressione suscitata dall’aspetto e dall’atteggiamento della monaca è affiancata da alcuni particolari, di importanza rivelatrice, che la contraddicono. Il personaggio appare nella sua singolarità, travagliato interiormente e quasi prigionieri di se stesso. La raffigurazione di Gertrude si accentua in alcuni contrasti come quello tra il bianco e il nero dei suoi abiti, o la fissità e la mobilità, in riferimento agli occhi, alla bocca e alle movenze.

La madre

Promessi SposiTra i ritratti femminili delineati da Manzoni vi è quello della madre di Cecilia, nobile figura di madre. Siamo nella parte più drammatica del romanzo e dell’esperienza di Renzo, quando il giovane si reca a Milano per la seconda volta, la città si presenta ai suoi occhi come un luogo infernale, devastato dalla peste in cui domina una realtà di morte e desolazione. La vista di don Rodrigo morente suscita però la pietà di Renzo e segna la sua maturazione interiore. Padroni della città sono i monatti, avanzi di galera preposti al trasporto di cadaveri, da tutti temuti e a tutti necessari. Mentre cerca di raggiungere Lucia, ospitata a casa di don Ferrante, il giovane si imbatte in scene di grande intensità drammatica e allo stesso tempo terribili, come quella della giovane madre che scende in strada tenendo fra le braccia la propria bambina morta, e accostandosi al carro dei monatti, la sistema con cura tra i cadaveri.

“…una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e non offuscata…La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno di averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo…Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta…Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere a sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva…e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché,  se anche la somiglianaza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento. Un turpe monatto andò per levarle la bimba dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo,-no!- disse:- non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro…”

I ritratti di parole delineati da Manzoni sono ricchi di antitesi e, nel caso della madre, valgono a definire la nobiltà che permane in questa donna anche nel momento del massimo dolore che per quanto immenso “conserva un non so che di pacato e di profondo”. L’atteggiamento con cui tiene in braccio la figlioletta, come se questa fosse ancora viva, e la decisione con cui impedisce al monatto di toccarla come un qualsiasi cadavere, esprimono tutta la forza interiore di questo personaggio, che si imprime in maniera indelebile nella memoria dei lettori.

Maurizio Marchese

Fonti:

Alessandro Manzoni, I promessi sposi, Einaudi-Gallimard, Torino, 1995

Alessandro Manzoni, I promessi sposi, a cura di Francesco De Cristofaro, BUR Rizzoli, 2014

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