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Bertha Mason: l’altra faccia di Jane Eyre

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Nel castello di Thornfield Hall si aggira una presenza inquietante, forse uno spettro o persino un vampiro: è ciò che può credere un lettore sprovveduto di “Jane Eyre“, anche se ormai è difficile riuscire a leggerlo senza conoscere già la trama. La responsabile degli incendi e della sua distruzione, però, non è una creatura sovrannaturale, bensì Bertha Mason, la prima moglie di Mr. Rochester.

Il fatto interessante di cui vogliamo parlarvi, in questo caso, non sta all’interno del romanzo stesso – Charlotte Brontë scriveva a metà dell’Ottocento, quando una visione imperialista dei paesi colonizzati e dei loro abitanti era la norma – ma in un altro testo, “il grande mare dei Sargassi” (Wide Sargasso Sea, 1966), che riscrive la storia di Bertha Mason da un nuovo punto di vista: quello di Jean Rhys, autrice caraibica di lingua inglese.

Bertha Mason film Fukunaga
Bertha Mason interpretata da Valetina Cervi nel film “Jane Eyre” del 2011

Il grande mare dei Sargassi: Bertha Mason non era pazza

Il Mare dei Sargassi prende il nome dalla specie di alghe che lo pullula, creando in certi punti uno strato tanto spesso da farlo sembrare una prateria. Secondo una leggenda caraibica, esse sarebbero così fitte da intrappolare le navi che lo attraversavano e farle affondare.

Bertha Mason Wide Sargasso Sea L’idea di Jean Rhys è proprio questa: creare una storia di incatenamenti reciproci, in cui all’amore si sostituiscono le pressioni sociali (di un padre, quello di Rochester, che intendeva mantenere intatto il proprio patrimonio e far sposare il secondogenito con una donna ricca, Bertha) e gli incantesimi oscuri praticati dalla popolazione di colore che abitava i Caraibi.

Andiamo con ordine: in “Jane Eyre” la protagonista, all’altare, scopre che l’amato Mr. Rochester aveva già una moglie, tenuta nascosta al mondo intero perché pazza. Di Bertha – questo è il nome che Rochester le impone, non il suo nome di battesimo – non possiamo che farci un’impressione negativa, poiché la donna non parla mai, si limita a sghignazzare, urlare e persino mordere come se fosse un animale, coi suoi capelli arruffati come una criniera e lo sguardo iniettato di sangue.

What it was, whether beast or human being, one could not, at first sight, tell: it grovelled, seemingly, on all fours; it snatched and growled like some strange wild animal: but it was covered with clothing; and a quantity of dark, grizzled hair, wild as mane, hid its head and face. [1]

Ma Bertha Mason, secondo Jean Rhys, non era affatto pazza: la sua condizione è, piuttosto, il prodotto di tutto ciò che ha subito fin dall’infanzia. È quindi la storia di Bertha che ci accingiamo a narrare.

Negli anni dell’Emancipation Act (1833), quando gli schiavi neri che lavoravano nelle piantagioni dei Caraibi ottengono la libertà, la piccola Antoinette vive con la madre creola, abbandonata dal marito, nella fatiscente tenuta di Coulibri. Essere creoli, all’epoca, significava soffrire di una doppia esclusione sociale: si era infatti diversi dai dominatori bianchi ed europei, ma anche dagli ex schiavi di colore. Antoinette non ha amici, gli altri bambini la chiamano blatta bianca e nessuno le si avvicina. La madre vive nella paura che gli ex schiavi, spinti dall’astio nei confronti della sua famiglia, un tempo schiavista, attentino alla loro sicurezza. Una serie di eventi mina la salute mentale della madre e Antoinette, dopo molti anni, viene promessa sposa ad un giovane e ricco inglese. L’uomo non è mai nominato nel testo, ma tutti i lettori già sanno che si tratta di Rochester.

Bertha e Rochester film 2006
Bertha e Rochester nel film “Wide Sargasso Sea” del 2006

La relazione tra Rochester e Antoinette, ribattezzata Bertha nel massimo atto di dominazione che un uomo possa permettersi, quello di plasmare le cose dandovi un nuovo nome, è quella di un rapporto tra due estranei che non riescono – e non vogliono – comprendersi: entrambi sradicati, entrambi chiusi in se stessi e nella commiserazione del proprio inferno, troppo egoisti per sostenersi a vicenda.

 

 

A proposito del nuovo nome che Rochester le ha dato, leggiamo:

Bertha is not my name. You are trying to make me into someone else, calling me by another name. I know, that’s obeah too. [2]

I toni vagamente morbosi di questa relazione sono accompagnati, qui come in Jane Eyre, da una presenza inquietante: in questo caso si tratta di Christophine, ex schiava rimasta fedele, una sorta di strega tribale. Antoinette/Bertha le chiede disperatamente un incantesimo per Rochester quando questi le nega anche l’unico contatto che i due erano riusciti ad instaurare, quello fisico. L’Obeah di Christophine, però, lungi dall’incantare i sentimenti del marito, non fa che alimentarne l‘odio come fosse un veleno. Si crea così un vero e proprio circolo vizioso in cui il legame matrimoniale si trasforma, per entrambe le parti, in una vera e propria prigione.

Uno spunto di riflessione

Riflettendo sulla trama di Jane Eyre, possiamo concludere che il lieto fine di Jane è reso possibile solo dal sacrificio di Bertha e, più in generale, dal ruolo negativo che riveste nella storia. Il femminismo di Charlotte Brontë, quindi, è tale ai danni di un’altra “debole”: non solo perché donna, ma anche e soprattutto perché diversa. Jean Rhys, figlia di padre inglese e madre creola proprio come Bertha, ha voluto allora offrirci il punto di vista dell’altro, dell’alienato, del pazzo. In Wide Sargasso Sea è implicita l’idea che la mostruosità dell’altro – come la bestialità e la pazzia di Bertha Mason in Jane Eyre – sia la conseguenza non di una differenza razziale, ma di una nostra costruzione culturale, di uno schema preconcetto all’interno del quale il “diverso” si trova imprigionato.

Jane Eyre ha quindi potuto affermare di non essere un uccello e di non essere intrappolata in nessuna gabbia proprio mentre un’altra donna si struggeva dietro le sbarre di una prigione ancora più spaventosa.

Bertha Mason Jean Rhys
Non sarò mai parte di nulla. Non apparterrò mai a nessun luogo, lo sapevo, tutta la mia vita sarà così, tentare di appartenervi e fallire. Qualcosa andrà sempre male. Io sono una straniera e lo sarò sempre, e dopotutto non m’importa davvero.

Maria Fiorella Suozzo

Traduzioni

[1] Quello che era, se bestia o essere umano, non si sarebbe potuto dire a prima vista: strisciava, apparentemente,a quattro zampe, ma afferrava e ringhiava come uno strano animale selvatico:il corpo però era ricoperto di abiti e una massa scura di capelli brizzolati, selvaggi come una criniera, nascondeva la sua testa e il viso. (da Jane Eyre)

[2] Bertha non è il mio nome. Stai cercando di rendermi un’altra persona, chiamandomi con un altro nome. Io lo so, anche questa è obeah. (da Wide Sargasso Sea, trad. mia)

Fonti

Jane Eyre, Charlotte Brontë

Wide Sargasso Sea, Jean Rhys

Three Women’s texts and a Critique of Imperialism, Gayatri Chakravorty Spivak

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