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Totò, lo scugnizzo napoletano del rione Sanità

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Antonio de Curtis, in arte Totò, divenuto famoso come <>

« ‘A morte ‘o ssaje ched”è? …è una livella. » Così recitava il grande Antonio De Curtis, meglio noto e conosciuto con il nome d’arte Totò, in una delle più belle poesie napoletane. Il componimento  ‘A livella è ambientato in un cimitero, luogo in cui un malcapitato rimane chiuso. L’uomo assiste perplesso al discorso che avviene tra due ombre: un marchese si lamenta del fatto che un netturbino si sia fatto seppellire accanto a lui. Questi alla fine del dialogo sostiene che non importa quale ruolo si è svolto durante la vita perché col sopraggiungere della morte si diventa tutti uguali.

« Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo paese, in cui però per venire riconosciuti qualcosa, bisogna morire. »

La vita di Totò

Totò, pseudonimo di Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, nasceva a Napoli nel febbraio del 1898. Artista e attore italiano ha rappresentato durante tutta la sua intensa e mai declinante attività il simbolo dello spettacolo comico in un’Italia dissacrata e massacrata dalle guerre mondiali. Il Bel Paese aveva bisogno di serenità e di sorrisi e correttamente individuò nel mai dimenticato Antonio de Curtis «il principe della risata».

Cinema, teatro e recitazione fecero di lui uno dei più grandi drammaturghi e poeti, vanto del Meridione napoletano nel mondo. Paroliere e cantante, Totò interpretò i ruoli più svariati e si accostò fin da giovane alla tradizione della commedia dell’arte. Costruì la propria immagine di uomo dalla risata aperta e gentile e, attingendo da comici come Buster Keaton e Charlie Chaplin, migliorò la propria unicità interpretativa che mise subito in mostra in copioni brillanti e in parti impegnate.

Si contano oltre 50 titoli al cinema, 97 pellicole alla televisione e 9 telefilm e con diversi  sketch pubblicitari. I suoi film, che hanno registrato oltre 270 milioni di spettatori e segnando un primato nella storia del cinema italiano, rappresentano ancora oggi una summa di successo senza fine e molte sue citazioni e battute sono entrate nel parlare quotidiano, imponendosi come perifrasi nel linguaggio comune.  Totò si concentrò per tutta la vita nel grande progetto di migliorare la sua arte e il suo talento e passò a miglior vita in condizioni di forte cecità, causata da una grave forma di corioretinite.

Dopo la morte dell’artista napoletano, avvenuta a Roma nell’aprile del 1967, l’amico Goffredo Fofi e la compagna Franca Faldini scrissero nel 1977 un’opera intitolata Totò: l’uomo e la maschera, libro in cui si raccontò il profilo artistico, la vita privata e le emozioni di Antonio de Curtis. L’intenzione dell’opera era quella di smentire le false accuse e affermazioni che spesso erano state riportate sulla sua particolare ed estroversa personalità da scrittori, giornalisti e attori. Bisognava mantenere vivo il suo ricordo e la sua arte.

« Signori si nasce e io lo nacqui, modestamente! »

Lo “scugnizzo” del rione Sanità

Fin da bambino aveva conosciuto la difficile condizione di povertà e miseria in cui verteva il quartiere del rione Sanità in cui era nato e per sfuggire perdizione della vita di strada, il piccolo Totò riempiva spesso le sue giornate osservando in gran segreto tutte le persone che incontrava, più gli apparivano strane e bizzarre, più erano eccentriche maggiormente le analizzava nei movimenti e nei gesti. La gente del quartiere gli attribuì così il soprannome di «’o spione». Questo modo complesso ma curioso per un bambino di studiare il mondo e le persone che osservava, risultò poi fondamentale per l’identificazione di alcuni personaggi interpretati durante la sua carriera.

Una tra le esperienze dolorose che segnarono profondamente la sua vita pressoché avventurosa fu la relazione con Liliana Castagnola, donna dall’indubbia bellezza e dal talento scenico e artistico rari. Fu una delle poche donne che l’artista amò e odiò insieme. In seguito alla rottura della loro storia, la donna sentitasi probabilmente abbandonata dall’amato, si suicidò con un tubetto di sonniferi e fu trovata morta nella sua stanza d’albergo. Accanto al suo corpo inerme una lettera d’addio recitava:

Totò
Totò negli anni Trenta

 « Antonio,potrai dare a mia sorella Gina tutta la roba che lascio in questa pensione. Meglio che se la goda lei, anziché chi mai mi ha voluto bene. Perché non sei voluto venire a salutarmi per l’ultima volta? Scortese, omaccio! Mi hai fatto felice o infelice? Non so. In questo momento mi trema la mano… Ah, se mi fossi vicino! Mi salveresti, è vero? Antonio, sono calma come non mai. Grazie del sorriso che hai saputo dare alla mia vita grigia e disgraziata. Non guarderò più nessuno. Te l’ho giurato e mantengo. Stasera, rientrando, un gattaccio nero mi è passato dinnanzi. E, ora, mentre scrivo, un altro gatto nero, giù per la strada, miagola in continuazione. Che stupida coincidenza, è vero?… Addio. Lilia tua »

Totò rimase sconvolto dell’accaduto e il peso della responsabilità, della colpa e dei rimorsi per il gesto estremo dell’attrice lo accompagnarono per tutta la vita, tanto da far seppellire il corpo della donna nella cappella di famiglia e da battezzare la figlia con in come di Liliana.

Il titolo nobiliare

« Tengo molto al mio titolo nobiliare perché è una cosa che appartiene soltanto a me… A pensarci bene il mio vero titolo nobiliare è Totò. Con l’altezza Imperiale non ci ho fatto nemmeno un uovo al tegamino. Mentre con Totò ci mangio dall’età di vent’anni. Mi spiego? »

Dopo l’adozione avvenuta nel 1933 da parte del marchese Francesco Maria Gagliardi Focas, Totò intraprese numerose dispute legali per avere il riconoscimento del titolo nobiliare, contando sull’aiuto di avvocati e araldisti esperti. In realtà Antonio riteneva di appartenere a un ramo decaduto dei nobili de Curtis, quello dei conti di Ferrazzano, sebbene non siano mai state trovate prove in merito.

Tra l’estate del 1945 e l’agosto 1946 il Tribunale di Napoli emanò diverse sentenze che gli riconobbero diversi titoli nobiliari, quali Principe, Conte Palatino, Nobile, trattamento di Altezza Imperiale. Con sentenza 1º marzo 1950 del Tribunale civile di Napoli, il cognome di Totò venne rettificato in “Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio”: aveva finalmente ottenuto la possibilità di essere ritenuto nobile.

Valentina Labattaglia

Sitografia:

  • http://www.antoniodecurtis.org/core_analfabbeta.htm
  • http://www.antoniodecurtis.com/poesia8.htm
  • http://it.wikipedia.org/wiki/’A_livella

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