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Il Vangelo contemporaneo: Pasolini e Saramago

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Vangelo

…l’oggetto e il contenuto della religione cristiana sono umani e nient’altro che umani. (Ludwig Feuerbach, L’essenza del cristianesimo)

Tutti sono in grado di riconoscere il valore generalmente positivo dell’aggettivo “umano”, in ogni sua accezione. E non c’è da sorprendersi laddove tale positività venga ugualmente percepita nell’humanitas in antitesi rispetto alla divinitas, nel concreto e l’effimero in antitesi rispetto all’immutabile e l’imperscrutabile.
La figura di Cristo, da questo punto di vista, è notoriamente “scandalosa” (prendiamo in prestito il lessico di Kierkegaard), in quanto alla natura di Dio contrappone la sofferenza da Uomo: ma qual è il punto focale di questa dicotomia nella sensibilità contemporanea? Analizziamo le opere cristologiche di due imprescindibili intellettuali della nostra epoca, Pier Paolo Pasolini e José Saramago.

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Pieter Paul Rubens, Compianto su Cristo morto, 1612 ca.

Il Vangelo secondo Matteo e la rivoluzione del Cristianesimo

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Pier Paolo Pasolini

L’annuncio, nel 1963, di una trasposizione cinematografica del Vangelo secondo Matteo da parte di un pensatore dichiaratamente laico e marxista qual era Pasolini destò, com’era naturale che accadesse, molteplici attenzioni: in un panorama culturale in cui impropriamente si guardava al Cristianesimo come suggello del conservatorismo, la discussione, talora polemica, verteva su come Pasolini avesse potuto conciliare la sua impalcatura ideologica con le Scritture senza necessariamente contraddirsi. Ebbene, l’opera finita si rivelò non soltanto «il miglior film su Cristo mai realizzato» (secondo una recente esternazione del Vaticano), ma soprattutto cristallizzazione vera e propria dei tratti caratteristici del pensiero pasoliniano.

A tale proposito già Moravia, nel recensire Il Vangelo secondo Matteo, si focalizzava ampiamente sulla visione che da esso emerge di un Cristo rivoluzionario e ben conscio di esserlo, predicatore di un’ignota Nazaret che pare quasi espressione di quel carattere popolare all’autore – com’è noto – tanto caro. «Non sono venuto a portare pace, ma una spada»: Gesù porta divisione, il fascino del suo messaggio destabilizza e sovverte. Ma la caritatevolezza bonaria della sua oratoria è in netto contrasto con la resa complessiva del personaggio. Il Cristo di Pasolini è inflessibile, coriaceo, lontano dall’immagine francescana a cui siamo abituati; e pare che sul suo Sermone della montagna gravi il fardello della sofferenza e del sacrificio.

Questa “iconoclastia” nella rappresentazione di Gesù, come Moravia stesso la definiva, non sarebbe stata possibile senza una grande attenzione nei confronti dei volti (a Gesù lo dà Enrique Irazoqui, attivista politico spagnolo), dei semplici sguardi, questi ultimi ora di tacita intesa, ora di trasporto; pare a tratti di osservare un affresco, più che un’opera in movimento. Nelle ultime scene, quelle della Passione, ciò è ulteriormente evidente: Gesù fa i conti con la sua umanità, la sua angoscia ora si sublima, l’allegoria incalza. E noi comprendiamo che Pasolini non ha avuto bisogno di reinventarsi.

Il Vangelo secondo Gesù Cristo: “umanizzazione” e critica

Padre, allontana da me questo calice, Che tu lo beva è condizione per il mio potere e la tua gloria, Non desidero questa gloria, Ma io voglio questo potere.

Evemero da Messina, pensatore del IV-III secolo a.C., sosteneva l’indubbia storicità degli dèi, uomini in un certo senso influenti, divinizzati in un secondo momento. Naturalmente, a tutt’oggi il dibattito teologico sulla storicità di Gesù, persino nella quotidianità, è denso di opinioni differenti. Ma Saramago, nel farsi evangelista del ventesimo secolo, sapeva che offrire una connotazione storica a Gesù implicasse anche offrirgli umanità maggiore rispetto a quella che le Scritture gli riservano.

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José Saramago

Nel Vangelo secondo Gesù Cristo, il Messia è concepito come tutti gli uomini, al pallore della prima alba, col rapporto carnale tra Giuseppe e una Maria che «aveva aperto le gambe… per un presentimento di moglie consapevole dei propri doveri» (lascività, questa, che certo non si addice alla Madonna nella convenzionalità); nasce «come tutti i figli degli uomini», sporco, «soffrendo in silenzio»; eredita la colpa del padre Giuseppe, reo di non aver avvisato le altre madri dell’incombente infanticidio nei progetti di Erode, di cui aveva origliato informazioni poco prima che avvenisse. Sarà quello stesso senso di colpa a spingere Giuseppe ad aiutare un amico ribelle a Sefforis, conducendolo alla morte, crocifisso, all’età di trentatré anni.

Le vicende nel Vangelo di Saramago, rispetto alla conoscenza comune, sono alterate, talvolta razionalizzate, qualcuno direbbe deturpate, ma fungono da efficace background per la presentazione di Gesù, umanizzato e pur sempre divino, che vive tuttavia con Dio un rapporto conflittuale, addirittura sancito da un patto che renda a Dio il «potere», a lui la «gloria». È un Dio feroce e calcolatore, quello di Saramago, che si serve di Gesù come agnello sacrificale per la fondazione di una nuova religione che sparga ulteriore sangue in terra; in un celebre passo del libro, Dio enumera a Gesù i futuri martiri che moriranno in suo nome, quasi conferendo all’opera lo status di manifesto contemporaneo contro il fanatismo religioso.

Con la sua prosa scarna e lucida, irriverente ma viscerale (effetto ottenuto grazie all’utilizzo particolare della punteggiatura), lo scrittore portoghese mette su carta un Gesù che si innamora come un uomo, intraprendendo una relazione con la prostituta Maria di Magdala, ma soprattutto che, sulla croce, giunge ad accettare passivamente di essere stato mero strumento del Padre. Il Vangelo non è dunque un’attualizzazione, come quella di Pasolini, né tantomeno uno stravolgimento blasfemo col fine ultimo di stravolgere; basti pensare alle ultime parole del Cristo di Saramago, scandite dal ticchettio del sangue:

Uomini, perdonatelo, perché non sa quello che ha fatto…

Pierluigi Patavini

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