Il Rinascimento e il problema della modernità

Perchè il Rinascimento è una delle categorie storiografiche più complesse? Segnò davvero l’inizio della modernità? Quale rapporto tra quest’ultima e il patrimonio filosofico e scientifico dell’antichità? Quali sono le ultime tendenze della storiografia?

Il dibattito novecentesco tra storicismo ed esistenzialismo

L’Illuminismo si considerava come lo sviluppo del Rinascimento nel senso di progresso storicistico, ma l’idea di progresso si sarebbe disgregata da Nietzsche in poi. Nel ‘900 ci fu un’aspra discussione sul concetto di modernità e il Rinascimento costituì uno degli argomenti principali del dibattito. Per questo si parla per il ‘900 di “apocalisse” della modernità, di rivelazione. Per questo lo troviamo discusso dai maggiori autori del XX secolo in relazione alle problematiche del tempo. Non è un caso che Braudel e Lefebvre fossero storici del Rinascimento, perchè le Annales con le loro premesse teoriche misero in discussione il modello storicistico.

In Francia, l’esistenzialismo di Heidegger era considerato appartenente alla stessa di scuola di Jean Paul Sartre. C’era in realtà unamodernità differenza profonda tra le due correnti ed Heidegger volle prendere le distanze col saggio “Lettera sull’umanismo” (1947). Il filosofo tedesco mise in evidenza che, mentre per Sartre l’esistenzialismo era un umanesimo, per lui valeva l’esatto contrario: era antiumanistico.

L’Umanesimo divenne quindi il discrimine tra le due correnti filosofiche. Heidegger lo rifiutava come soggettivismo, come il dominio dell’uomo sulla natura, dove il fondamento della realtà è l’uomo che conosce la natura e la tiene soggetta con un dominio tecnico. Nel mondo greco – a cui Heidegger guardava – la massima aspirazione era invece la vita teoretica, contemplativa, e non il dominio che è moderno.

Rinascimento e modernità in relazione all’antico

Il ritorno all’antico del Rinascimento avvenne in polemica col Medioevo: si voleva tornare direttamente al classico. In realtà anche gli autori medievali avevano sempre guardato agli antichi, la novità stava nel modo diverso di leggerli. La grande rivoluzione rinascimentale non fu quindi la riscoperta di opere perdute, in primis di Platone e di altri autori come Quintiliano e Lucrezio; la vera novità fu la nascita della filologia che consentiva di tornare ai testi originali tramite l’edizione critica. Inoltre la lettura era contestualizzata, i classici non venivano più assimilati alla cultura del tempo (come aveva fatto, per esempio, Tommaso d’Aquino con Aristotele).

Per questo, secondo Burckhardt, gli Italiani erano i primogeniti della modernità. Molti hanno però contestato questa visione perché si tende a postdatare la modernità alla prima metà del ‘600. Quindi al periodo di Galileo, di Hobbes, di Cartesio e di Bacone.

modernità

Lo spirito moderno in opposizione all’autorità degli antichi

La modernità nacque infatti in polemica con l’antico. Nel ‘600 ci fu la frattura che portò alla concezione meccanicistica della natura, che quindi doveva essere studiata con la matematica che così soppiantò la teologia come scienza dominante.

Il Dialogo sui massimi sistemi (1632) di Galileo Galilei è un’opera che mostra rispetto per Aristotele ma, allo stesso tempo, segna il superamento della filosofia naturale. La nuova scienza non si basva più sulla speculazione ma sull’osservazione diretta, sull’esperimento.

Nel Discorso sul metodo, Cartesio racconta della sua formazione, aveva frequentato uno dei più famosi collegi dei gesuiti. Apprezzava gli insegnanti ma si rese conto che i loro insegnamenti non servivano per capire la natura.

Anche nel Nuovo organon di Bacone troviamo una demolizione degli idoli. Commentava la Logica di Aristotele ma nel complesso rifiutava l’antico.

Nel Leviatano Hobbes fondò la scienza politica moderna, usando il metodo geometrico. Nel Behemoth attaccò le sette religiose e le università che insegnavano Aristotele. Un atteggiamento diametralmente opposto a quello di un Machiavelli che invece adorava gli antichi, anche se li stravolgeva perché non era un filologo. Il rapporto che aveva con essi non era però nei termini di un ipse dixit ma di un dialogo in cui chiedeva ragione delle loro azioni.

Con questo non si vuole stabilire una gerarchia valutativa tra gli Umanisti e i “fondatori” della modernità. Il fatto che sia Hobbes – e non Machiavelli, come talvolta si continua a sostenere – il fondatore della scienza politica moderna non toglie nulla a capolavori come quello de Il Principe.

Gli ultimi esiti della storiografia

Dagli anni ’50 non c’è più una linea prevalente, prima si discuteva su Burckhardt che venne contestato nel ‘900. Da allora divenne solo uno dei referenti e si fece più attenzione su argomenti specifici, come la contestazione del nome di Rinascimento. Mentre prima si guardava a questo periodo come all’origine della modernità, oggi mancano opere complessive sul Rinascimento. Tranne che per i manuali, la tendenza è la frammentazione.

Carlo Dionisotti in Geografia e storia della letteratura italiana (opera diventata classica, edizione Einaudi) ha dato una nuova emodernità importante impostazione. La tesi centrale è la contestazione della storia intesa storicisticamente come nella Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis. Quest’ultimo era interessato solo allo sviluppo complessivo, alla fenomenologia dello spirito italiano. Del Rinascimento aveva una concezione ambivalente, ne ammirava il razionalismo ma deprecava la degenerazione morale e politica.

Dionisotti invece considera le aree geografiche e le scansioni temporali, non dà un’interpretazione unitaria per cui c’è il Rinascimento napoletano (iniziato solo con gli aragonesi), quello fiorentino e così via. Anche nella stessa città può essere diverso da un periodo all’altro. Il rischio delle indagini particolari è però quello di concentrarsi troppo sull’individuale mentre la consapevolezza di una cultura italiana c’è già con Dante ed è confermata nel Rinascimento.

Ettore Barra