Home Medioevo Castelli e cavalieri (X-XIV sec.) Eneide e Roman d’Eneas a confronto

Eneide e Roman d’Eneas a confronto

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eneas

Ogni epoca ha i suoi valori, e perciò quando si mette mano ad un testo bisogna inquadrare non solo il periodo storico di riferimento, ma anche il bagaglio culturale di cui quel dato testo si fa portavoce. Un esempio molto pratico è offerto dall’Eneide di Virgilio, che, calato nel contesto originale, ovvero il I secolo a.C., è pregno di riferimenti politici, sociali e letterari del tempo. Ma se già si prende il suo adattamento medievale, il Roman d’Eneas, composto nel XII secolo, si avverte un’enorme differenza.

Roman d'Eneas
Virgilio

Il Roman d’Eneas appartiene alla triade cosiddetta classica, ovvero è uno di quei romanzi composti a partire dal 1150 in medio francese che riprendevano la materia latina. Questo testo, databile 1155/60 circa e di cui non conosciamo l’autore, ci è stato tramandato da nove manoscritti che non presentano grosse differenziazioni redazionali. Rispetto agli altri due: il Roman de Thèbes, il più antico e anch’esso di un anonimo, e il Roman de Troie, l’unico recante la firma di Benoît di Sainte- Maure, è il più importante e interessante.

Nessuno di essi si presenta come una traduzione fedele del testo originale, piuttosto parliamo di una sorta di adattamento, rispondente più ad esigenze didattiche; per quanto anonimi perlopiù, gli autori erano prevalentemente chierici a cui dobbiamo il merito di aver dato la possibilità ad un pubblico che non conosceva il latino di apprendere, seppur con le dovute differenze, la grande tradizione letteraria antica.

Roman d’Eneas: differenze e innovazioni

Evidenti sono le differenze fra l’Eneide e l’Eneas. Già da un punto di vista strutturale, il poema latino, suddiviso in dodici libri, inizia in medias res, nel momento in cui Enea si trova in balìa di una tempesta che lo farà naufragare sulle coste cartaginesi, dove poi farà la conoscenza della regina Didone e racconterà le sue peripezie a partire dalla caduta di Troia. Il testo francese, invece, comincia dal principio, ripristinando il cosiddetto ordo naturalis degli eventi:

Quant Menelax ot Troie assise,

onc n’en tourna tres qu’il l’ot prise,

gasta la terre et tout le regne

pour la venjance de sa femme.

La cité prist par traïson,

tot craventa, tours et donjon,

arst le paÿs, destruist les murs:

nuls n’i estoit dedenz seurs. (vv 1-8)

L’Eneas salta completamente gli avvenimenti contenuti nel terzo libro di Virgilio, in cui apprendiamo che il vecchio padre di Enea, Anchise, è morto. Un punto su cui il testo medievale si focalizza maggiormente è, invece, la tematica amorosa, rimodellando in maniera del tutto originale sia la storia con Didone che con Lavinia; anzi, spostando quest’ultima verso la fine del romanzo, ne viene fuori la precisa intenzione dell’autore di dare più spazio al sentimentalismo, trasformandone l’unione con Enea in favola romantica. Entrambi, infatti, s’innamoreranno a prima vista, e di conseguenza il duello con Turno muta di significato, assumendo le tinte di una contesa passionale.

Lavinia si trovava sulla sommità della torre,

guardò giù attraverso una finestra

e vide Enea di sotto

lei lo guardava intensamente,

Le sembrava molto nobile e gentile ( Eneas vv 8109- 11)

[..] Laddove ella si trovava dal punto d’osservazione,

Amore l’ha colpita con la sua freccia;

prima di lasciare il posto,

lei cambia un centinaio di volte colore. (vv 8115- 21)

Siamo molto distanti dall’immagine che Virgilio aveva tratteggiato per Lavinia e del suo rapporto non solo con Enea, cui il destino l’aveva legata per motivi ben diversi. Su di lei grava il peso di essere una regia filia, la figlia del re dei latini; non può esprimere la sua volontà, né tanto meno l’è consentivo mostrarsi di parte verso Turno o Enea. Lavinia rappresenta simbolicamente la Storia che deve seguire il proprio corso senza indugi alcuni, poiché sposando Enea, colui che le aveva ucciso il promesso sposo e causato indirettamente il suicidio della madre, farà di se stessa la progenitrice dei re di Roma. Solo in superficie appare scialba, in quanto quel suo stare in disparte così come i suoi silenzi sono in realtà segno di grande dignità e di rispetto; d’altra parte lei non può fare altro.

Didone, amante lussuriosa

Di ben altra pasta è fatta invece Didone, l’affascinante regina cartaginese che non accetta di essere lasciata dal guerriero troiano, e pertanto si oppone ad una volontà superiore. Se già nell’Eneide Virgilio sottolinea quanto il sentimento d’amore l’avesse turbata, nell’Eneas il concetto viene ulteriormente rimarcato poiché Didone «si volta e si rivolta spesso, sviene e perde i sensi sospira e si lamenta. Le pare che di giacere con lui, di averlo nudo tra le braccia». Nell’opinione medievale il suo comportamento è inaccettabile, e su di lei cade l’ingiuria della lussuria, nonché della putage. 

Roman d'Eneas
Lawrence Alma Tadema

Virgilio l’aveva sublimata nel sesto libro, quando vedendo Enea venirle incontro nell’aldilà, gli volterà la faccia poiché l’amore che provava per lui l’aveva accompagnata oltre la morte, la sua folie persiste oltre la morte:

Infelice Didone, vera notizia mi giunse,

che avevi cessato di vivere e cercato la fine col ferro?

Ahimè, ho provocato la tua morte? Giuro per le stelle

ed i celesti, e per la fede se ve n’è nel profondo della terra,

a malincuore, o regina, partii dal tuo lido. (AE. VI vv 456- 60)

[..] Con tali parole Enea cercava di lenire

quell’anima ardente, dal torvo sguardo, e piangeva.

Ella, rivolta altrove, teneva gli occhi fissi

al suolo, e il volto immobile all’intrapreso discorso,

più che se fosse dura selce o roccia marpesia. (vv 467- 71)

Enea stesso muta nell’adattamento medievale; il pius Aeneas, col suo attaccamento ai Penati era quanto meno distante anni luce dal cavaliere bel et gent descritto nell’Eneas, e d’altra parte, così come fa notare Alberto Varvaro: «Cosa poteva dire la pietas di Enea ai baroni feudali dissipati ed improvvidi, privi di freno etico- politico e soprattutto di una visione che non fosse particolaristica, i cuoi occasionali conati di sacrificio si risolvevano piuttosto nell’umiliazione religiosa o nella monacazione che sul piano della coscienza sociale e statale?». [1]

Evidente nell’Eneas è il completo mutamento di valori rispetto al I secolo a.C; ciò che è rimasto dell’originale è ben poco, poiché l’intenzione dell’autore restava quella di attualizzare un testo altrimenti sconosciuto ai più.

Roberta Fabozzi

Fonti:

[1] A, Varvaro, Letterature romanze del medioevo, il Mulino

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