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Ad Arimane: l’inno di Giacomo Leopardi

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L’inno ad Arimane è poco più di un abbozzo non ancora versificato, ma le parole chiave dell’esperienza leopardiana le conosciamo benissimo: le tempeste e le pesti in dono, gli ardori e il ghiaccio. Sembra che Leopardi abbia trovato il coraggio di chiamare per nome un’entità che altrove veniva mascherata col nome di Natura.

Re delle cose, autor del mondo, arcana
malvagità, sommo potere e somma
intelligenza, eterno
dator de’ mali e reggitor del moto,

io non so se questo ti faccia felice, ma mira e godi ecc. contemplando eternam. ec.

Così inizia “ad Arimane”, un inno di Giacomo Leopardi: se non lo conoscete non preoccupatevi, è un testo incompiuto ritrovato dopo la sua morte tra le carte napoletane e attribuito al 1833, cioè all’ultima fase della sua produzione. L’inno fu pubblicato per la prima volta in una raccolta curata da Giosuè Carducci. (per il testo completo: qui.)

Si tratta di un incipit piuttosto singolare, per averlo scritto un poeta privo di fede, un poeta per cui anche la Natura Matrigna è solo un’espressione poetica, il cui corrispettivo reale è la terribile indifferenza del Creato nei confronti delle sue Creature; eppure qui Leopardi invoca niente meno che il diavolo nella sua veste zoroastriana.

Prima di operare una qualsiasi riflessione, prendetevi il tempo di ascoltare la versione recitata da Carmelo Bene (è leggermente modificata). Lasciate che la forza e la disperazione delle sue parole vi scorrano dentro: solo empaticamente possiamo entrare in contatto con un poeta.

Arimane, il Male del mondo

ArimaneArimane, o Angra Mainyu, è il nome dello Spirito maligno e distruttore della religione mazdeista. Con Leopardi assistiamo a uno dei primi esempi, estremamente importanti nella produzione poetica dell’Ottocento, di concettualizzazione del diavolo, che perde la sua fisicità e torna alle origini di simbolo e concetto (gli esempi più compiuti saranno l‘inno a Satana di Carducci e le litanie di Satana di Baudelaire): Arimane non è un dio, ma l’essenza stessa dei mali del mondo.

Non a caso Leopardi lo definisce autore, non creatore: etimologicamente, colui che accresce. Arimane accresce e fa prosperare il male. Non conta il fatto che qualcuno – o qualcosa – possa avervi dato origine: l’inno vuole affermare che il male semplicemente c’è, negando al contempo ogni possibilità di redenzione.

I selvaggi e le tribù primitive, sotto diverse forme, non riconoscono che te. Ma i popoli civili ec. te con diversi nomi il volgo appella Fato, natura e Dio. Ma tu sei Arimane, tu quello che ec.

E il mondo civile ti invoca.
Taccio le tempeste, le pesti ec. tuoi doni, che altro non sai donare. Tu dai gli ardori e i ghiacci.

Fato, natura, Dio: tutti questi nomi richiamano un concetto, l’essenza delle sofferenze di tutte le creature. Non è un concetto nuovo alla produzione di Leopardi: A se stesso, inno della disillusione e della rassegnazione disperata, si conclude con un’idea molto simile:

Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.

Quel brutto potere che agisce a danno di tutte le creature si identifica con Arimane.

Un predicatore del male?

Turner ArimaneDopo aver rilevato l’elemento comune con uno dei più radicali canti del poeta recanatese, procediamo alla ricerca delle differenze. Qui Leopardi non si limita a constatare che il male esiste, non gli basta rilevare che questo male è l’unica, vera Natura del mondo, come già nello Zibaldone, in cui affermava che Tutto è male […] non vi è altro bene che il non essere.

Qui Leopardi diventa, ancora una volta, un titano.

Io sono stato, vivendo, il tuo maggior predicatore ec. L’apostolo della tua religione. Ricompensami. Non ti chiedo nessuno di quelli che il mondo chiama beni: ti chiedo quello che è creduto il massimo de’ mali, la morte (non ti chiedo ricchezze ec. non amore, sola causa degna di vivere ec.). Non posso, non posso più della vita.

Leopardi definisce se stesso come cantore del diavolo: un diavolo secolarizzato, certo, ma che prevede comunque una sorta di monismo diabolico, per cui il male sarebbe l’unico principio del mondo.

Secondo Giovanni Papini

Lo stesso Leopardi inneggia al suo Arimane con profonda amarezza e con dolente sarcasmo: vuol dire che il suo animo non aderisce a quel Male che sarebbe la totale sostanza, il vero dominatore del mondo e degli uomini L’inno ad Arimane del Leopardi è fanciullesco e contraddittorio, come tanti altri suoi tentativi filosofici, ma era necessario ricordarlo perché rappresenta, nella letteratura italiana, l’unica testimonianza d’una teoria teologica del Male assoluto, cioè del Diavolo. [1]

L’incessante domanda: perché?

Ad Arimane è, in sostanza, una constatazione amarissima, che considera la morte l’unica via di fuga. Ma allora, si chiede Leopardi e tutti noi assieme a lui, perché offrirci la temporanea eppure presente illusione del piacere?

Perché, dio del male, hai tu posto nella vita qualche apparenza di piacere? L’amore? Per travagliarci col desiderio, col confronto degli altri e del tempo nostro passato ec.?

Uno dei pregi della Poesia con la P maiuscola è quello di mettere nero su bianco un pensiero irrisolto, un tormento. Questa è una delle domande per eccellenza: il mondo di Leopardi, anche al culmine della sua naturale indifferenza – umanamente percepita come crudeltà – conserva ancora e sempre un alone di mistero. Non a caso l’altra sua opera che constata questa situazione di sofferenza universale, il Cantico del Gallo Silvestre, si conclude con una profezia sulla (agognata?) fine dell’intero universo; ma la vita, bisogna fermarsi un momento e assaporare nella mente le stesse parole usate da Leopardi, non è soltanto spaventosa: è anche mirabile.

Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi.

Eliot Leopardi Arimane
“Questo è il modo in cui finirà il mondo Non con un’esplosione ma con un pigolio.” da “Gli uomini vuoti”, T.S. Eliot

Prima di Eliot, fu Leopardi a immaginare la fine del mondo non con uno schianto grandioso e cosmico, ma in un soffio, quasi inavvertitamente. Eppure questo mondo è mirabile.

Maria Fiorella Suozzo

Fonti

Canti, Giacomo Leopardi

Operette morali, Giacomo Leopardi

[1]  Il Diavolo. Appunti per una futura diabologia, Giovanni Papini

sitografia: Arianna editrice

immagini: google

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