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True Detective, via alla seconda stagione!

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Che Nic Pizzolatto non si ripeta è per il momento un dato di fatto. La premiere della seconda stagione di True Detective, andata in onda in Italia lo scorso lunedì sera su Sky Atlantic, fa del creatore della serie un perfetto interprete di se stesso e del grande successo raggiunto un anno fa con la prima stagione.

I tempi sono, però, andati e morto un papa se ne fa un altro, specie in una serie antologica dove i confronti con il passato sono sì leciti, ma finirebbero per essere controproducenti. Ecco, il difficile nel valutare The Western Book of the Dead (e i prossimi sette episodi) arriva proprio qui. Il sollievo, tutrue detectivettavia, è che il primo che sembra volerci dire di dimenticare anche solo per un attimo di quel che fu la completezza stilistica, dialogica e interpretativa del binomio Cohle-Hart, è proprio Pizzolatto. La regia di Justin Lin inizia fin da subito a prendere le distanze, un po’ forzate, dall’estro di Fukunaga; complici, a questo proposito, un set nuovo e decisamente più vivo della sconfinata Louisiana del Sud (siamo a Vinci, città fittizia della California), un maggior numero di personaggi e il conseguente decollo dei tempi di stacco fra uno scenario e l’altro, nonché finalmente il punto di vista di un detective donna (Rachel McAdams interpreta il detective Ani Bezzerides). Il macrogenere in cui la serie va inquadrata resta comunque il noir, rivisitato nel rifacimento dei dialoghi – le massime sul pessimismo cosmico di nietzscheana derivazione lasciamole morire insieme al Rust che fu – e interiorizzato nella ruvidità e marcia espressione dei suoi interpreti.

I personaggi del nuovo True Detective

Colin Farrell è Ray Velcoro, detective corrotto e in preda ai suoi violenti istinti, figli dell’immancabile costante di un matrimonio andato a rotoli e un figlio non suo. I primi minuti scoprono un tassello importante del passato dell’uomo attorno al quale inevitabilmente ruoteranno gli interessi del pubblico: eccolo, dietro non alla stessa scrivania di un commissariato di un anno fa,  lo si sente rievocare lo stupro subìto da sua moglie, in seguito al quale è venuto in contatto con l’allora gangster locale Frank Semyon (Vince Vaughn) ed avuto le informazioni sul nome del colpevole. Scuro in volto, accigliato, perso e profondamente corrotto nell’aspetto, si mostra un tipo altamente instabile e irascibile, che reprime le sue smanie nell’alcol e sfregia con un tirapugni il padre di un bulletto di città e sistematicamente denigrato sulla scena di un delitto su cui è chiamato a indagare insieme ad altri due agenti.

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Il plot della prima di True Detective, infatti, è puramente introduttivo, e ha lo scopo di unire i protagonisti nell’indagine sulla scomparsa del funzionario Benjamin Caspere, perno importante da cui Semyon, rinnovato uomo d’affari e forse per la prima volta ridisceso nella legalità dopo anni, scommette di poter ricevere la fiducia su un progetto per la realizzazione di una nuova ferrovia statale.

È però l’ex agente di polizia dello Stato Paul Wooudrough (Taylor Kitsch) a fare la spiacevole scoperta del corpo di Caspere. Ex marine e al momento sospeso anche dal corpo di polizia, ripiega l’insoddisfazione personale andando in moto, da solo, di notte e su autostrade desolate. Intrigante e non poco, poi, il personaggio dell’unica donna a cui HBO e Pizzolatto non intendono solo togliere i vestiti (con un’orgia di mezzo forse non ce n’è bisogno). Rachel McAdams è l’agente Antigone Bezzerides, bionda, bella e forte, vive del complesso di rigenerare la moralità del padre e della sorella, il primo un guru new age finito a predicare in una comunità persa nel nulla, e la seconda nel porno online.

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Nella premiere della seconda stagione, True Detective richiama spesso e volentieri la prima. E lo fa anche chiaramente, rivisitando alcune scene indimenticabili o con certe costanti che non muoiono mai, come il bicchiere che – alla faccia di chi lo sorseggia – Ray svuota in un sol sorso, e la sigaretta di contorno. Un universo marcio, decadente e che, proprio in questo, continua a trovare il suo punto di forza. Lo stesso di cui Matthew McConaughey ha fatto gli onori di casa fino a poco tempo fa e con il quale ha saputo rendere True Detective, nonostante la non grande originalità dello sfondo, un cult eccezionale.

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Nicola Puca

Fonte immagine in evidenza: seriangolo.it

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