L’esilio di Ugo Foscolo: perchè decide di andare in esilio?

Gli eventi politici che caratterizzano l’età dell’ Encyclopedie diderotiana e l’avvento del neoclassicismo ancora una volta mostrarono la bipolarità dell’entità “Storia”. La rivoluzione francese aveva (spesso e volentieri) tradito i propugnati ideali di “libertà, uguaglianza e fratellanza” con l’uso della ghigliottina. Neanche l’impresa di Napoleone fu priva di ombre: il generale di Ajaccio, con la concentrazione del potere nelle sue mani, deluse l’animo di chi vide in lui una speranza di concretizzazione di tutti i messaggi della rivoluzione del 1789. Nella vasta galleria di animi delusi quello di Ugo Foscolo è il più importante, perché ci riguarda più da vicino.

Ugo Foscolo: Tra nostalgia per la patria e ricerca di una nuova

Lo spettacolo della bellezza basta forse ad addormentare in noi tristi mortali tutti i dolori?

(Ugo Foscolo – Le ultime lettere di Jacopo Ortis)

Foscolo
Ugo Foscolo (1778-1827)

Animato dagli ideali rivoluzionari, Foscolo sarà sempre un pellegrino in cerca di una patria che li rispecchi appieno. Ma anche se la libertà è la materia principale di cui è composta la sua anima, Foscolo non sopprime l’amore per la sua terra d’origine: Zante, l’isola greca che gli dette i natali e in cui vi passerà i primi sedici anni della sua esistenza (con qualche spostamento in Dalmazia). Mai il Foscolo la dimenticherà e le dedica uno dei sonetti più sentiti: A Zacinto.

Né più mai toccherò le sacre sponde

ove il mio corpo fanciulletto giacque

Zacinto mia, che te specchi nell’onde

del greco mar da cui vergine nacque

 

Venere e fea quelle isole feconde

col suo primo sorriso, onde non tacque

le tue limpide nubi e le tue fronde

l’inclito verso di colui che l’acque

 

cantò fatali, ed il diverso esiglio

per cui bello di fama e di sventura

baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

(…)

Fin da quel iniziale, Foscolo è conspaevole del suo destino: in nome degli ideali a cui si è votato, mai più i suoi piedi potranno tastare la terra ellenica, come quando era bambino. La speranza di un ritorno in patria che du Bellay aveva proposto nei Les Regretes è assente nell’universo foscoliano. Zante diventa così un qualcosa di sacro, un ideale impossibile da raggiungere, la cui bellezza è incarnata da Venere e la sua gloria da Omero che la cantò. Foscolo poi si oppone idealmente ad Ulisse, figure entrambe fuggite dalla madrepatria. Ma se l’architetto del cavallo di Troia tornerà a casa, Foscolo potrà solo viaggiare senza la speranza di rivedere la sua terra. A Zante non resterà che il vago ricordo del suo figlio, a cui una terra straniera ha preparato la tomba.

(…)

Tu non altro che il canto avrai del figlio,

o materna mia terra; a noi prescreisse

il fato illacrimata sepoltura.

Foscolo
Zante (o “Zacinto”), nel mar Ionio.

L’impossibilità di tornare alle proprie origini, questo il sacrificio imposto dalla sua lotta per la libertà culturale. Un sacrificio che si vede anche nell’altrettanto noto sonetto In morte del fratello Giovanni.

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo

di gente in gente, me vedrai seduto

su la tua pietra, o fratel mio, gemendo

il fior de’ tuoi gentili anni caduto.

 

La madre or sol suo di tardo traendo

parla di me col tuo cenere muto,

ma io deluse a voi le palme tendo

e sol da lunge i miei tetti saluto.

(…)

Nel desiderio di voler recare omaggio alla tomba del fratello suicida, Foscolo arriva addirittura a cancellare i confini temporali e mentali, immaginandosi in contemplazione alla pietra tombale. Ma subito veniamo riportati alla realtà e Foscolo, quasi ingenuamente, compie l’atto di abbracciare la madre che è assente fisicamente. Anche i rapporti con i familiari sono negati, ai quali il poeta spera di potersi ricongiungere almeno da morto.

(…)

Straniere genti, almen le mie ossa rendete

allora al petto della madre mesta.

L’Ortis: Tra delusione e lontananza

Foscolo
Jean Auguste Ingres – Napoleone sul trono imperiale (1806)

Nel 1797 Napoleone firma il trattato di Campoformio. Con questo atto Venezia, baluardo della libertà di stampa e di espressione, finisce nelle mani degli austriaci. Foscolo, che vi risiedeva dal 1789, è costretto ad abbonare la “serenissima”. Ma il definitivo colpo al cuore per Foscolo sarà l’elezione del generale francese ad imperatore nel 1804 e l’inizio della fase dispotica del suo governo.

È la fine di un’era: Napoleone non è più l’uomo che, partito dal basso, aveva annientato il germe dell’assolutismo in nome della libertà dei popoli; ora era divenuto lui stesso un tiranno. Foscolo allora non può che esprimere questa sua delusione con la scrittura e lo fa attraverso il romanzo epistolare Le ultime lettere di Jacopo Ortis. L’edizione definitiva, dopo ben tre redazioni, sarà quella del 1817 stampata a Londra dove Foscolo si era rifugiato per rifiuto di giurare fedeltà agli austriaci occupanti Milano (siamo in piena restaurazione, l’era napoleonica è giunta al termine).

Sentendo l’eco del Werther di Goethe, cercando di distanziarsene allo stesso tempo, lo scrittore di origini elleniche proietta il suo sconforto nel suo ideale alter-ego: Jacopo Ortis, per l’appunto. Abbandonata Venezia oramai austriaca, il giovane, ricercato dalle autorità, si rifugia sui colli Euganei (Padova) dove invia lettere all’amico Lorenzo Alderani. La lettera dell’11 ottobre 1797, che apre il romanzo, fa già presagire tutto:

Il sacrificio della patira nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia. Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so: ma vuoi tu ch’io per salvarmi da chi m’opprime mi commetta a chi mi ha tradito? (…) Quanti son dunque gli sventurati? E noi, pur troppo, noi stessi italiani ci laviamo le mani nel sangue degl’italiani. Per me segua che può. Poiché chi disperato e della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte. Il mio cadavere almeno non cadrà fra le braccia straniere; (…)

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Edizione londinese de “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”

Nessuna luce di speranza, nessuna fiducia nel domani. Jacopo/Foscolo ancora stenta a credere che quel Napoleone, che tanto ha ammirato, abbia venduto la sua Venezia agli stranieri. Non c’è neanche modo per ribellarsi agli occupanti, perchè gli italiani sono troppo impegnati ad uccidersi tra di loro.

Ma Jacopo non accetterà di morire nella città neoaustriaca e sarà disposto a tutto per impedirlo, anche uccidersi (cosa che, alla fine, farà).  Allora il suicidio diventa l’unica alternativa e non il rifugio di chi non sa affrontare l’asprezza della vita, come Schopenauer affermerà anni dopo.

Invece è una scelta che definiremmo “coraggiosa” perché rappresenta l’esilio estremo dal mondo sensibile, la morte come eterno rifugio da una vita senza speranza e con esito il tracollo dei propri ideali. Questo destino si concretizza anche attraverso l’incontro con Giuseppe Parini, descritto nella lettera del 4 dicembre 1798.

Foscolo
Giuseppe Parini (1729-1799)

Un giovine dritto e bollente di cuore, ma povero di ricchezze, ed incauto d’ingegno come sei tu, sarà sempre o l’ordigno del fazioso o la vittima del potente. E dove tu nelle pubbliche cose possa preservarti incontaminato dalla comune bruttura, oh! tu sarai altamente laudato, ma spento poscia dal pugnale notturno della calunnia; la tua prigione sarà abbandonata da’ tuoi amici, e il tuo sepolcro degnato appena di un secreto sospiro. (…)

Meglio allora restare se stessi, piuttosto che divenire intellettuali al servizio di potenti corrotti ed egocentrici. Anzi, ancor meglio non rischiare di divenire come i potenti stessi.

Ma poniamo che tu superando e la prepotenza degli stranieri, e la malignità de’ tuoi concittadini, e la corruzione de’ tempi, potessi aspirare al tuo intento… di’? spargerai tutto il sangue col quale conviene nutrire una nascente repubblica? arderai le tue case con le faci della  guerra civile? unirai col terrore i partiti? spegnerai con la morte le opinioni?(…)

Foscolo: L’esilio dettato dalla disillusione

Foscolo
La tomba di Ugo Foscolo nel cimitero di Chiswick, a Londra. Le spoglie del poeta riposarono nella capitale inglese fino al 1871, anno in cui vennero trasferite nella basilica di Santa Croce a Firenze.

Nelle epoche precedenti si è visto come gli intellettuali andassero in esilio o per cause endogene (guerre, rivolte..) o perchè fossero i potenti ad essere rimasti delusi da loro. Ma con Foscolo accade il contrario: è l’intellettuale a restare deluso dal potente di turno e decide lui stesso di autoesiliarsi, proprio come già fecero i poeti cinesi tanti anni prima.

Ma qui la delusione è maggiore. Arriva dopo un periodo in cui sembrava che la lotta contro gli assolutismi e in nome della libertà avrebbe portato ad una nuova “età dell’oro” della pace. Invece, chi ha combattuto per la giustizia si è subito morso la coda e si è comportato come quei re assolutisti a cui si è opposto. Infine la restaurazione del 1815 farà sì che tutto ritorni alla “normalità” e che l’oppressione faccia sentire il suo peso anche nell’800.

Ciro Gianluigi Barbato

Bibliografia

Ugo Foscolo – Ultime lettere di Jacopo Ortisi – Einaudi (2005)