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Canzoniere e Trionfi di Petrarca: una lettura psicanalitica

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La figura del poeta-amante è, senza dubbio alcuno, chiave di volta della letteratura medievale. Ma può quest’ultima semplicisticamente ridursi all’eros? I moderni studi critici tendono quanto mai, piuttosto, ad esaltarne l’aspetto totalizzante; e se la Commedia è un macrocosmo realistico nella sua irrealtà, anche le rime di Petrarca, nel loro «autobiografismo trascendentale» (citando Contini), raccontano il viaggio di un’anima, intellettuale o persino psicologico, attraverso un mondo caduco e transitorio. Vediamo cosa ci dicono il Canzoniere e i Trionfi di Petrarca.

Trionfi di Petrarca

Una visione psicanalitica del Canzoniere

Il 6 aprile 1348, l’imperversante epidemia di peste nera ebbe tra le sue innumerevoli vittime Laura, figura femminile imprescindibile nella biografia petrarchesca. Le successive liriche amorose del poeta, assieme alle precedenti, cominceranno ad edificarsi organicamente attorno all’infausto evento e al simbolismo ad esso legato; nel Rerum vulgarium fragmenta, altresì noto come Canzoniere, il soggettivismo dai contorni vaghi che vi predomina dona importanza a possibili meccanismi psicanalitici.

La critica di Stefano Agosti, che tenta di analizzare freudianamente il Canzoniere, dimostra già inizialmente come l’impostazione di Laura rispetto allo spazio in cui è collocata sia aderente all’analisi del desiderio compiuta da Lacan. Lo psichiatra indica difatti il desiderio come «mancanza d’essere (…) in funzione della quale l’essere esiste»; e, in questa mancanza, «il Soggetto si accorge che l’essere gli manca, e che questo essere è là, in tutte le cose che non sanno di essere».

Mediante l’utilizzo dei senhal, con i quali il nome di Laura viene regolarmente proiettato nelle cose della natura (l’aura, il lauro, l’auro…), l’assenza dell’oggetto del desiderio di Petrarca converge in una dispersione di esso nel mondo. Un esempio decisamente popolare grazie ai manuali scolastici:

Trionfi di Petrarca
Jacques Lacan

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che ‘n mille dolci nodi gli avolgea,
e ‘l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi ch’or ne son sì scarsi; (…)

Il riferimento a Laura-persona in tale scenario rappresentato, alla maniera di Petrarca, estemporaneamente (i suoi capelli al vento) è esplicito, e l’unico evento della concretezza esteriore (il soffio dell’aura), per la scelta stilistica menzionata sopra, pare derivare unicamente dalla donna; ogni cosa, nella memoria della condizione di salute e giovinezza di Laura («’l vago lume (…) di quei begli occhi ch’or ne son sì scarsi»), è espressione di Laura medesima.

Lo stesso Freud, nella sua opera Lutto e melanconia (1917), descrive le fasi dell’elaborazione del lutto, sintetizzabili in negazione, accettazione ed infine distacco; con quest’ultimo, il soggetto trasferisce il proprio «investimento libidico» su altri oggetti.

Nella preghiera alla Vergine, il grande componimento che chiude il Canzoniere, la figura femminile centrale è ormai diversa da Laura, «fera bella et mansueta»: è piuttosto simbolo di stabilità e pace dell’animo, addirittura avvicinabile all’archetipo della Madre di Jung.

I Trionfi di Petrarca: la sensibilità artistica

Ma il fulcro della poetica petrarchesca, come già scritto, non risiede obbligatoriamente nell’amore. È piuttosto dall’esperienza amorosa che Petrarca apprende il carattere effimero delle cose terrene (ottica che trova riscontro anche nei suoi versi politici); e, soprattutto, è nell’esperienza amorosa che Petrarca, spingendosi oltre sul sentiero già intrapreso da Cavalcanti, cristallizza la propria interiorità, oscillante tra voluttà e ragione in un dissidio a veri e propri caratteri scenografici.

Tali punti focali caratterizzano i Trionfi di Petrarca, che ripercorrono lo schema allegorico utilizzato anche dal contemporaneo Boccaccio con l’Amorosa visione. E, come spesso accade nel Medioevo, l’allegoria interseca l’arte: il poema petrarchesco e quello boccacciano risentono ampiamente sia dei cicli pittorici (i quali ebbero larga diffusione nel Trecento) che delle processioni “trionfali” che talora animavano le città.

Chiuso forse eccessivamente nei limiti strutturali della terzina, i Trionfi di Petrarca seguono anche un rigido disegno contenutistico, modellato secondo una determinata successione di “trionfi”. Dalla visione allegorica di Amore che sfila seguito da un carro infuocato e fa prigionieri una serie di amanti celebri conducendoli sull’isola di Cipro (Trionfo dell’Amore), Petrarca consuetamente esalta le virtù di Laura, che libera i prigionieri dirigendosi al Tempio della Pudicizia a Roma (Trionfo della Pudicizia).

Il momento centrale dei Trionfi di Petrarca, in cui è maggiormente visibile il debito nei confronti della pittura, è il Trionfo della Morte, la quale s’impadronisce della vita di Laura. È un tema caro all’iconografia medievale, che si manifesta ad ampia estensione contemporaneamente alla crisi epidemica del ’48, e molteplici opere raffiguranti tale soggetto possono essere ammirate, tra l’altro, nell’Italia settentrionale. A tutt’oggi, il suo fascino è inalterato: si veda, ad esempio, il Ballo in fa diesis minore di Branduardi, cantautore nostrano.

Trionfi di Petrarca
Buonamico Buffalmacco, Trionfo della Morte (1336-41)

Eppure, la Morte non vede un trionfo definitivo: nell’universo di Petrarca, essa viene sovrastata dalla Fama, «che trae l’uom del sepolcro e ’n vita il serba», scortata da una processione di uomini illustri reminiscente forse dei cicli pseudogiotteschi nella Cappella di Santa Barbara a Castelnuovo.

La Fama è a sua volta assoggettata dal Tempo, che segna inesorabilmente il disfacimento delle cose materiali. È l’Eternità, invece, a regnare incontrastata nell’ascensione gerarchica petrarchesca: una prerogativa divina, che consente al tormentato poeta la possibilità di un nuovo incontro con Laura, ormai beatificata in perenne gloria, ancora una volta radice comune delle cose del mondo.

Felice sasso che ’l bel viso serra!
ché, poi ch’avrà ripreso il suo bel velo,
se fu beato chi la vide in terra,
or che fia dunque a rivederla in cielo?

Pierluigi Patavini

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