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Uno, nessuno, centomila Depp

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Durante la preparazione del film c’è una fase iniziale in cui si conosce il personaggio, poi il personaggio diventa una parte di te: non sono io che divento il personaggio, ma è lui che diventa una parte di me.”

In un’intervista a I.H. Magazine nel 2001 l’attore definì così il suo personale rapporto con la recitazione. Perchè infatti, più che recitazione, quella di Johnny Depp è da definirsi vera e propria metamorfosi. Il suo non è un gioco di ruoli, non può essere banalizzato al saper studiare attentamente ogni situazione tanto da potervisi immergere senza creare alcuna stonatura; non è versatile nè camaleontico, è polimorfico e trasformista. Il suo non è un adattamento esteriore al contesto recitativo, è un cambiamento interiore nato dalla capacità innata di rendere reale qualsiasi scenografia.

Nei suoi quasi 25 anni sulla cresta dell’onda (tanti ne sono passati dalla sua magistrale interpretazione in Edward mani di forbice) possiamo dire che il successo della sua carriera è dovuto alla sua continua ricerca di personaggi che stimolino la sua emotività, instancabilmente alla ricerca di figure strane e spiazzanti, buffe e grottesche.

Ed è stato proprio quel fantastico ruolo dell’essere umano artificiale con delle cesoie al posto delle mani a far commuovere tuttadepp Hollywood e a dare inizio alla duratura collaborazione (e amicizia) col regista Tim Burton, il quale ha guidato Depp attraverso un percorso cinematografico che ha dato vita ad alcuni dei migliori personaggi della storia del cinema.

E così abbiamo il folle (seppur non troppo cattivo) cioccolataio Willy Wonka, il “gigantesco” Cappellaio Matto di Alice in Wonderland, il biopic sul peggior regista del mondo Ed Wood, il diabolico barbiere Sweeny Todd e il romantico innamorato de La Sposa Cadavere, a cui Depp presta la voce oltre che le fattezze.

Una delle grandi qualità di Johnny è proprio la capacità di comunicare senza dire nulla. È magico in quel senso: non sai a cosa sta pensando ma, sotto la superficie, vedi tumulto, tristezza, oscurità, rabbia. Fantastico.” (Tim Burton)

Ma la trentennale carriera dell’attore con sangue Cherokee – origini che ha immortalato a soli 17 anni sul suo bicipite, con un tatuaggio rappresentante un indiano, oltre che richiamarle col personaggio dell’indiano Tonto in The Lone Ranger – è stata un alternarsi di umorismo e drammaticità, uno psicopatico avvicendarsi di figure folli e inclassificabili, con sprazzi di quasi-normalità altrettanto magnifici.

E da qui i personaggi di The Man Who Cried e Chocoloat, il poliziotto infiltrato di Donnie Brasco, il professore inglese di The Tourist e il Dillinger di Nemico Pubblico, intervalli ‘umani‘ tra gli iconici Bon Bon, il vistoso travestito compagno di cella del poeta cubano Reinaldo Arenas, e Raoul Duke di Paura e delirio a Las Vegas, dove la schizofrenia di Depp raggiunge l’apice attraverso l’assunzione delle più svariate droghe nel deserto americano.

Ho tenuto una tabella di marcia completamente folle – ha dichiarato l’attore – passare così rapidamente dal Cappellaio Matto a Whitey Bulger mi ha fatto quasi diventare schizofrenico.”

depp

E il 19 febbraio scorso, il poliedrico attore è tornato nelle sale cinematografiche con due enormi baffi all’insù perfettamente incerati, impersonando il sofisticato Lord Mortdecai al fianco di Gwyneth Paltrow e Ewan McGregor. Il film, tratto dal romanzo L’importanza di chiamarsi Mortdecai, racconta la storia di “un uomo sofisticato, vanitoso, lievemente avido e del tutto immorale, dal perenne sorriso sardonico che fa intravedere gli incisivi e con un carisma debordante“. Chi meglio di Johnny Depp poteva dar vita a una figura tanto complessa e stravagante, dall’immenso portfolio di bizzarrie?

Camilla Ruffo

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