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William Shakespeare e la musica italiana

William Shakespeare e la musica italiana

Musica e letteratura intrattengono da sempre stretti rapporti dando luogo a reciproche sollecitazioni espressive, e anche se oggi la distinzione sembra più netta, la letteratura rappresenta per cantanti e artisti moderni un grande bacino di spunti per le loro rivisitazioni: vite di personaggi indimenticabili, suggestioni e vicende di ogni genere. William Shakespeare è tra i giganti della letteratura che non smettono mai di ispirare, anche cantautori moderni, vediamo insieme qualche esempio.

Canzoni italiane e Shakespeare

Amleto

WilliamUn esempio recente di eco shakespeariano nella “musica leggera” è la canzone vincitrice dell’ultimo Festival di Sanremo “Occidentali’s Karma” di Francesco Gabbani, che esprime con ironia come sia tipico oggigiorno lo stravolgimento delle pratiche orientali per la ricerca di una serenità interiore, e l’abuso delle più celebri massime filosofiche, spesso mal interpretate, e svilite del loro senso originale dalla contemporanea generazione dei social network (a ciò si riferisce la citazione nel ritornello della canzone “Panta rei” famosa massima del pensiero di Eraclito di Efeso) Raccomando di controllare alcuni karaoke machine reviews se stai cantando. Il testo della canzone ha per incipit una rivisitazione del celeberrimo dubbio amletico:

“Essere o dover essere/ il dubbio amletico/ contemporaneo come l’uomo del neolitico…”

WilliamDi per sé il celebre soliloquio di Amleto alla scena prima del terzo atto nella tragedia di William Shakespeare accende un dibattito critico che sarebbe ingiusto banalizzare: se sia il suicidio il tema centrale o si tratti di una riflessione generale sull’esistenza, oppure ancora se il protagonista si riferisca semplicemente alla necessità di agire e uccidere il re che con l’omicidio ha usurpato il trono; in tal caso “to be or not to be” equivarrebbe a “to act or not to act”.

“Essere o non essere, questo è il dilemma:

se sia più nobile nella mente soffrire

i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna

o prendere le armi contro un mare di affanni

e, contrastandoli, porre loro fine.” (Amleto, Atto III, 1)

Un’altra canzone che si ispira all’Amleto di Shakespeare è “Ofelia” di Francesco Guccini del 1970.

“…la piccola Ofelia, vestita di bianco, va incontro alla notte dolcissima e scalza”

William

Ophelia di John Everett Millais, 1852

Tra Francesco Guccini e William Shakespeare vi è “un grado di separazione” rappresentato da Arthur Rimbaud, la cui “Ofelia” ispira il cantautore emiliano con le vesti della donna che galleggiano in acqua riferendosi alla sua morte per annegamento. Il “maestrone” di Modena presenta la donna amata dal protagonista come donna errante persa nel suo mondo dei sogni: la donna dipinta da Guccini è preda della follia come l’originale di Shakespeare, ma a prevalere è il carattere suggestivo di sognatrice espresso con tratti meno dettagliati. Un’Ofelia piccola e”dolcissima”, prima che la follia l’intristisse.

“Quali parole son sulle tue labbra?

Chi fu il poeta o quale poesia?

Lo sa il falcone nei suoi larghi cerchi

o lo sa sol la tua dolce pazzia?

Ophelia la seta e le ombre nere ti avvolgono leggere

ma dormi ormai e sentirai cadenze di liuto.”

Domenico Modugno e William Shakespeare

Otello

WilliamDomenico Modugno lavorò con molti poeti ed intellettuali. Fa al nostro caso la collaborazione con Pier Paolo Pasolini per la canzone “Che cosa sono le nuvole?”, che è anche titolo di un episodio del film “Capriccio all’italiana” diretto da Pasolini. L’episodio è proprio una rivisitazione dell’Otello di Shakespeare: la canzone, che lo stesso cantautore pugliese nelle vesti di netturbino canta alla fine dell’episodio, ha un testo quasi sovrapponibile ad alcune battute e dialoghi dei personaggi della tragedia di Shakespeare. Il testo della canzone infatti fu realizzato estrapolando una serie di parole, o piccole frasi dalla tragedia, e poi unificando il tutto.

“Ch’io possa esser dannato
se non ti amo. E se così non fosse
non capirei più niente.
(Perdition catch my soul, /But I do love thee! And when I love thee not, / Chaos is come again, Atto III, 3)
Tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo , lo soffia il cielo… così
(All my fond love thus I blow to heaven, atto III,3)
Ah! Malerba soavemente delicata
di un profumo che dà gli spasimi!
Ah! tu non fossi mai nata!
(O thou weed! /Who art so lovely fair and smell so sweet / That the sense aches at thee, would thou hadst ne’er been born. Atto IV,2)”

Nel primo atto dell’Otello di Shakespeare, Brabanzio, padre di Desdemona, infuriato per il matrimonio di sua figlia con Otello, fatto a sua insaputa, si reca dal Doge pretendendo che questi prenda le sue parti contro il Moro. Brabanzio si sente rispondere che deva avere pazienza: Otello è necessario alla Repubblica di Venezia per combattere i Turchi, che vorrebbero impossessarsi di Cipro. Il padre tuttavia, che si sente tradito dalla figlia, non riesce a calmare il doloroso bruciore dell’offesa. E il Doge allora compie il tentativo di farlo ragionare per fargli accettare il fatto compiuto.

“DOGE – Lascia che ti parli come fossi tu stesso, e ti offra una massima che come il gradino d’una scala possa condurti ad accogliere questi due amanti nel tuo favore […] Quando la fortuna ci priva di ciò che non può più essere preservato, la sopportazione toglie forza all’offesa e può farsene beffa. Il derubato che sorride ruba qualcosa al ladro, mentre ruba a se stesso chi si consuma in un inutile dolore.

BRABANZIO – Se è così, lasciamo allora che il Turco ci sottragga Cipro: tanto, finché sorridiamo non l’abbiamo persa […] Queste massime buone con ugual forza sia a inzuccherare che ad amareggiare, non valgono in entrambi i casi. Le parole non sono che parole – e io non ho mai sentito che un cuore a pezzi fosse curato attraverso l’udito.”

I dialoghi e le battute dell’Otello piacquero tanto a Pasolini, che le reputò congeniali per la canzone musicata poi da Modugno:

“Il derubato che sorride
ruba qualcosa al ladro, ma il derubato che piange,
ruba qualcosa a se stesso.
(The robb’d that smiles steals something from the thief,/ He robs himself that spends a bootless grief. Atto I,3)

Perciò io mi dico
finché sorriderò, tu non sarai perduta.
(We lose it not so long as we can smile. Atto I, 3)”

William

Sarebbe, dunque, auspicabile una nuova collaborazione fra le due arti? Intanto un primo passo potrebbe essere proprio l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura al cantautore americano Bob Dylan.

“Sciascia diceva che la canzone, per essere utile deve essere scritta da un uomo di cultura che sappia, però, esprimersi in maniera popolare” (Fabrizio De Andrè)

 Maurizio Marchese

 

Fonti:

William Shakespeare, Amleto, a cura di Paolo Bertinetti, Einaudi, Torino, 2005.

William Shakespeare, Otello, Oscar Mondadori, Milano, 2015.

Guido Michelone, Fabrizio De Andrè-La storia dietro ogni canzone, Barbera Editore, 2012.

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