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Ortega y Gasset e l’etica della circostanzialità

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Il secolo corrente è caratterizzato da un’innegabile crisi morale, crisi innescata da una serie di fattori concomitanti e irreversibili. Un disfacimento che parte dalla lenta ed inesorabile crisi religiosa, sino a giungere alle forme di esistenzialismo più estremo e nichilista: da Kierkegaard, a Sartre, a Nietzsche. L’uomo non può più fare appello ad un regno di valori oggettivi e trascendenti che possano guidarlo nella folta selva delle possibilità. In questo contesto tanto libero e spaventoso si inquadra il pensiero di Ortega y Gasset.

Convinto sostenitore della filosofia della “circostanzialità”, riconosce l’imprescindibile importanza dell’individuo sopra ogni cosa. Il suo individuo, tuttavia, non è sostanza ontologica precostituita, non vi è nessuna verità metafisica che ne Etica Ortegariconosca l’identità. L’uomo non è una monade, celebre l’affermazione: “io sono io e la mia circostanza e se non salvo questa non salvo neppure me”, presente nella Meditation del Quijote.

In questo senso “io” e la sua “circostanza” sono quella che il filosofo definisce “realtà radicale”, ovvero, la realtà prima e ineludibile, nessuna precede l’altra, tantomeno vi è un uomo che esiste per poi essere immerso nel suo milieu. La circostanza, dunque, definisce gran parte di ciò che l’uomo è in ultima istanza, essendo egli un essere-in-circostanza deve costantemente essere limitato dalla stessa, che non sceglie ma nella quale già da sempre si trova immerso. Questa dialettica è, quindi, dinamica, l’uomo non contiene dalla nascita la sua destinazione esistenziale, ma dialoga con il contesto e ad esso deve adattarsi, crea sé stesso, limitatamente alle sue possibilità, continuamente, e non vi è nessuna verità metafisica che possa indicargli la giusta strada da percorrere.

Ortega: libertà e riscoperta etica

Ciò implica, quindi, che l’uomo si trovi di fronte ad una riscoperta libertà, egli è libero nella misura in cui può decidere di emergere dalle circostanze, modellarle in base al suo volere affinché lo aiutino a realizzare ciò che egli propriamente è e non può abdicare a questa sua costante scelta: è “forzatamente libero”. Da ciò deriva che l’essenza della vita umana è profondamente morale, la libertà implica una scelta ed una responsabilità, nei suoi confEtica Ortegaronti come nei confronti della società in cui vive.

È da lui solamente che dipende la sua esistenza, nessuna ipoteca metafisica o religiosa grava sul suo capo, eppure questa libertà è al tempo stesso abbandono e solitudine, smarrimento e mancanza di guida. Come fa l’uomo a riconoscere l’eticità delle sue scelte se non vi è un’autorità esterna a dettarle?

Ortega fa riferimento “all’imperativo di autenticità”, ovvero la fedeltà al proprio progetto. L’essere umano ha una naturale predisposizione, una vocazione, sulla base del quale deve organizzare lo scopo della sua esistenza, aderire ad essa vuol dire vivere autenticamente, e dunque giustamente. L’unico atto che legittima e da validità alla morale è la concreta ricerca della propria vocazione e la possibilità effettiva di emergere dalle circostanze per aderirvi.

Molto spesso, tuttavia, la vocazione si confonde, le situazioni, i luoghi comuni e le etiche stantie ne influenzano la ricerca. Se possiamo condividere pienamente quest’affermazione è chiaro il problema che ci si pone: quand’anche avessimo trovato la nostra vocazione, rispetto ad un’ottica generale, come facciamo a non sfociare nell’anarchia più totale? Ognuno potrebbe avere vocazioni diverse e molte cozzare tra loro.

Ebbene, Ortega sostiene che vi è, in generale, una “vita nobile” e una “vita volgare”, la prima è una vita volta sostanzialmente ad uno scopo che trascende il singolo, verso cui quest’ultimo liberamente cerca di aderire. Questo ci suggerisce quale sia il pensiero del filosofo circa l’etica: è morale ciò che risponde ad una nostra vocazione, tuttavia, tale vocazione non dev’essere indirizzata al soddisfacimento degli interessi dell’individuo, ma a quelli della società. etica etica

Responsabilità e riconoscimento

Questo il senso, forse, di un discorso etico quanto mai cogente: siamo ancora, più che mai, immersi in un epoca che ha spodestato ogni divinità, abbandonati all’ineludibile solitudine di noi stessi e coscienti che tuttavia di quel “noi”, a cui tanto ci aggrappiamo come unico superstite di verità, non possiamo farvi affidamento, giacché figlio di circostanze storico-culturali.

La circostanza in Ortega assume i tratti spiazzanti di un magma che ci avvolge e contro cui lottiamo per emergervi: ma emergere è impossibile, noi stessi siamo quel magma. L’ultimo grido etico, in questa solitudine liberatoria e tuttavia stringente, non è certo l’anarchia sfrenata, il nichilismo arrendevole, ma l’invito ad assumerci la responsabilità della nostra creazione, del nostro farci; l’invito a cogliere, come mai prima, la possibilità di essere veramente responsabili, e non già perché in attesa di un premio post-mortem.

È forse questa l’alba di un nuovo umanesimo, a cui dobbiamo rispondere prontamente se vogliamo davvero costruire un sistema di cui siamo noi stessi i fautori e i giudici liberi. Noi e nessun’altro. etica etica etica etica

Rosanna Gioviale

Bibliografia

J. Ortega y Gasset, L’uomo e la gente, Armando Editore, Roma, 2005.

P. Piovani, L’etica della situazione, Guida, Napoli, 1974.

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