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Il femminiello nella storia: rituali, sessualità ed estinzione

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figliata dei femminielli
Set di "Napoli velata", regia di Ferzan Ozpetek. Nella foto Peppe Barra e Antonio Braucci. Foto di Gianni Fiorito Questa fotografia è solo per uso editoriale, il diritto d'autore è della società cinematografica e del fotografo assegnato dalla società di produzione del film e può essere riprodotto solo da pubblicazioni in concomitanza con la promozione del film. E obbligatoria la menzione dellautore- fotografo: Gianni Fiorito.

Un quadro descrittivo della figura del “femmenella”, detto anche femminiello, e del suo posto nella società e nella storia.

Il termine “femmenella” è ad oggi tra i lemmi più svalutati dell’antico vocabolario napoletano. Costretto all’attuale condizione di dispregativo, usato per indicare un “uomo d’aspetto effeminato” (Treccani), questa parola racchiude in sè un significato molto più profondo che getta le sue radici nella Napoli greca e i suoi culti pagani.

È spesso usato impropriamente non solo per quello che concerne il suo significato, ma anche nella forma; si sente spesso dire Il femminiello o La femmenella, ma la definizione corretta è Il femmenella, un accoppiamento articolo-sostantivo che porta a galla la vera ambiguità di questa figura, frutto di un involgarimento della più divinizzata immagine dell’Ermafrodito, simbolo di pura perfezione, l’essere maschile e femminile, figlio della Bellezza (Afrodite) e della Conoscenza manifesta (Ermes) ben dipinto da Fellini nel suo Satyricon, dove, non presente nel testo di Petronio, è immaginato come una figura divinatoria.

Dal ventre della Magna Grecia fino ad oggi questa figura si trasforma in un essere sempre più terrestre, più umanamente visibile nel vivere quotidiano, ma mantenendo quasi l’aura di una figura mitologica e magica (anche grazie alla “riscoperta” del vero significato del termine grazie agli studi e le opere teatrali di Roberto De Simone). Se non ha il grave peso dell’oracolo felliniano, ‘o femmenella è la “mano della Cabala” (prima scena della Gatta Cenerentola), che estrae i numeri del lotto in occasione della riffa. È un portafortuna, e tra i vicoli di Napoli è quasi il preferito se non l’unico addetto a tale mansione.

Riti e costumi d’o Femmenella

Samanta come mestiere si vestiva di sogno e spacciava menzogne come se fosse una merce!” (Dal monologo “Samanta” di Ciro Cascina)

Il femminiello è tradizionalmente protagonista di due riti, uno è lo “spusarizio masculino” ben raccontato da De Biasio nel suo “Usi e costumi dei camorristi” del 1897

Giunti che sono i ricchioni alla prima alba della pubertà, sentono il bisogno di essere… goduti; e, trovato che hanno l’ommo ‘e mmerda*, l’amano, come ben si espresse il Mantegazza, con una passione vera, ardente, che ha tutte le esigenze, tutte le gelosie di un amor vero. Il vasetto, tutto contento dell’acquisto fatto, colma di carezze l’amante e poi cerca raggruzzolare quel tanto che è indispensabile per preparare l’ara dove spontaneamente va ad offrirsi in… olocausto. Il luogo del sacrifizio è quasi sempre qualche lurida locanda, dove in giorno ed in ora stabilita si fa trovare l’amante, qualche sonatore di organetto e chitarra ed una schiera di ricchioni, che fan corona alla timida… fanciulla. Dopo un balletto erotico, il più provetto della… materia augura alla felice coppia la buona notte; ma la sposina, prima di lasciar partire gl’invitati, distribuisce loro i tradizionali tarallucci e vino. Il giorno dopo, ‘o ricchione anziano, accompagnato da un caffettiere ambulante, porta agli sposi due tazze piccole di latte e caffè e poi fa nel talamo un’accurata rivista per accertarsi se il sacrifizio fu compiuto in tutta regola

*Col termine ommo e ‘mmerda si intende il maschio che ricopriva il ruolo di attivo. È fondamentale ricordare che il termine femminiello definisce solo l’effeminato di ruolo passivo (oggi il termine dispregiativo si estende spesso all’intera categoria omosessuale), motivo per cui non possono categoricamente esistere rapporti tra femmenielle (i più anziani stentano ancora a capire il senso della “versatilità”). Si noti inoltre la disinvoltura dell’uso del termine ricchione, usato allora in modo bonario alla stessa maniera con cui bonariamente venivano salutati i “femmenielli”.

L’altro, più ancestralmente collegato al mondo alchemico e alla figura dell’Ermafrodito, è la “Figliata d’e femmenielli” (usanza di Torre del Greco) citata da Malaparte ne La pelle e riprodotta nell’omonimo film della Cavani, illustrata da Mario Buonoconto nella sua Napoli esoterica per la collana La Napoli Tascabile di Newton&Compton, 1999.

Il “femmeniello” disteso sul lettino si cala totalmente nella sofferenza del parto. L’immedesimazione è tale che in alcuni individui, particolarmente sensibili, si risveglia una “memoria” ancestrale con effetto allucinatorio tale da provocare pallore, sudorazione, vera ed acuta sofferenza, di una evidenza sconcertante. Dal corpo “Athanor” [forno per la digestione alchemica] al fine fuoriesce una bambola-rebis [res+bis: la cosa doppia, maschio-femmina] tra la felicità delle “parenti” che hanno accompagnato il “travaglio” con l’antico lamento ritmato del “trivolo vattuto”, letteralmente dolore (tribolo), battuto (picchiato). Infatti questo è un particolare “taluorno” (lamento tristissimo delle veglie mortuarie che preveder una lamentazione, scandita dai colpi portati alle guance dalle due mani contemporaneamente mentre la testa oscilla avanti e indietro). Avvenuto il concepimento del Re-Oro l’opera è compiuta. Nella deformazione attuale il neofita, il “femmeniello” che ha compiuto il rito iniziatico della “figliata”, viene accolto nella “segreta” comunità degli ambigui venditori di sesso.

Cresciuto nei vicoli, infatti, il femminiello affiancava al mestiere di mago quello di aiuto nelle faccende domestiche (“a schiavuttella”) o talvolta sceglieva la strada della prostituzione. Ed è con questo mestiere che si faceva custode dei segreti e dell’ambiguità della società che lo circondava.

Le nostre femminelle di giorno si occupano di faccende domestiche, appunto come fanno le donne, e poi in ora stabilita si fanno alla finestra ed aspettano i loro amanti. Parecchi vasetti, per rendersi ai soggetti più attraenti, si truccano gli occhi, altri si fanno tatuare sul viso qualche neo di bellezza e molti, mediante ovatta, cercano rendersi più formose le parti posteriori e più sporgente il petto. Qualcuno si femminizza anche nel nome. Il prezzo che ricavano dal loro ignobile mestiere lo versano ai loro mantenuti. (Usi e costumi dei camorristi, De Biasio, 1897)

Tra le maggiori devozioni, ‘o femmenella predilige quella per la Madonna di Montevergine, la “Mamma schiavona”. Le ragioni di tale venerazione si trovano nelle radici pagane di questo incantevole posto, che ospitava il tempio della dea Cibele, la grande madre, i cui sacerdoti, come rito di iniziazione, offrivano i propri genitali.

La presa di coscienza e la scomparsa del femminiello

Durante il fascismo la figura del femminiello si amplifica. La virilità diventa una distintivo del Ventennio, così ben descritta nel saggio “Sessualità e Nazionalismo” di G. Mosse, 1982.

I modi bruschi e rudi in uso tra camerati in tempo di guerra erano un aspetto di questo ideale e finirono per diventare il simbolo della vera virilità rispetto agli smidollati che sgovernavano la nazione. Questi uomini pretendevano una continua lotta per il potere e ostentavano una certa indifferenza per le esigenze della rispettabilità […] Il fascismo si fondò sulla perpetuazione della condizione bellica in tempo di pace e si presentò come una comunità di uomini.

Provocatori e sfrontati, i femminielli sfidano la morale, continuando ad ancheggiare per i vicoli di Napoli nei loro manti appariscenti e avvolti nei loro profumi femminili e, caduto il fascismo, non mancano le relazioni con soldati americani. Una testimonianza è raccolta all’interno del documentario “Cerasella: ovvero l’estinzione della femminella” di Massimo Andrei, 2007.

Sì, perchè il post-modernismo e con esso la globalizzazione ha procurato l’estinzione di questo termine, o peggio la sua modificazione in un volgare dispregiativo. Illuminanti le parole di Ciro Cascina dal documentario “Felice chi è diverso” di Gianni Amelio, 2014.

L’importazione della parola gay ha cambiato tantissimo perchè è stato come quando mettono la luce a neon nelle cucine, dove tutto diventa piatto. Cinque minuti prima ci stava “busone”, “cachinero”, “puppo”, “femmenella” poi all’improvviso questo “gay”. Un cemento che ha tolto la diversità dalle diversità.

Né l’attuale mondo drag, né tantomeno la transessualità possono ad oggi surrogare l’immagine di una entità scomparsa quale quella del femminiello, perché sono cadute con esso i presupposti storici e sociali che garantivano la sua esistenza. La “sottocultura” che lo vedeva protagonista ha lasciato spazio al maggior imporsi del mondo omosessuale attraverso associazioni e manifestazioni pubbliche.

Eppure di fronte ai gay-pride o ai locali e le serate gay-friendly, qualche restante astro di questa affascinante tradizione, come Ernesto ‘a pacchiana, intervistato da Luigi di Cristo di A.F.A.N. (Associazione Femminelle Antiche Napoletane), storce il naso… Ernesto preferisce al buio e il fumo di questi luoghi, che immagina come dei veri e propri carnai, la luminosità e l’aria pulita dei ritrovi in luoghi spesso estemporanei, su tutti la “Cattedrale di Porta Capuana“.

 Rosario Martone

Bibliografia:

Mosse G., Sessualità e Nazionalismo, Roma-Bari, Laterza 1984

Buonoconto M., Napoli Esoterica, La Napoli tascabile, Roma, Newton&Compton, 1996

Cuomo A., Ferrara S., Romano V., Sisci N., Valerio P., I femminielli napoletani: (id)entità e corpo sociale, in Pellizzari M.R., Il corpo e il suo doppio: storia e cultura, Ed. Rubettini, 2010 (qui in pdf)

De Biasio A., Usi e costumi dei camorristi, Pierro, Napoli 1897.

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