Home Letteratura straniera contemporanea (1800-1900) Letteratura del primo Ottocento La poetica di Samuel Taylor Coleridge, visionario romantico

La poetica di Samuel Taylor Coleridge, visionario romantico

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Coleridge

Il mare ha spesso ricoperto nelle opere letterarie maggiormente celebrate un ruolo di muto ed imperscrutabile protagonista, più che di mero elemento contestualizzante: dall’ira di Poseidone omerica alla tempesta shakespeariana (ma pressoché innumerevoli sono gli esempi), la vasta e irrequieta rapsodia di forme e colori ha sempre più cristallizzato il suo fascino. Fascino, per i Romantici, indubbiamente derivante dallo streben idealistico, anelito a quell’Infinito che si cela nel disperdersi all’orizzonte della distesa marina. Samuel Taylor Coleridge (1772 – 1834), caposcuola del primo Romanticismo inglese, sintetizza tali spinte fichtiane in una poetica suggestiva e sospesa in una dimensione sovrannaturale, eppure non antitetica alla realtà stessa.

Il suo mare, nella Ballata del Vecchio Marinaio (poema incipitale delle Ballate liriche, opera-manifesto scritta a quattro mani con William Wordsworth), è microcosmo attivo e atemporale, intriso di un misticismo fondato sul perfetto connubio tra moralità pietistica e ricerca del Senso.

Coleridge e Wordsworth: un sodalizio contrastante

William Wordsworth
Ritratto di William Wordsworth

Spirito malinconico e profondamente insicuro, Coleridge dimostra fin dai primi studi universitari a Cambridge uno straordinario interesse per la filosofia e la letteratura.

Le inclinazioni caratteriali dello scrittore lo spronano immediatamente a ritenere doveroso un rinnovamento dell’ars poetica, in declino a causa dell’esasperato razionalismo classicista alla maniera di Pope: «un palazzo di ghiaccio freddo, scintillante e transitorio», come egli stesso asserisce nella sua Biografia letteraria. Omero fino a Teocrito, Chaucer fino a Milton: l’aurea aetas della poesia va ricercata in coloro i cui versi trasudino universale passione.

Wordsworth, che Coleridge incontra per la prima volta nel 1795, condivide con egli l’idea di una poesia lungi dai meccanismi logici, che canti piuttosto lo stato di natura e la riscoperta di sensazioni ataviche, facenti parte della sfera quotidiana ma sepolte dal «letargo dell’abitudine».

La partnership intellettuale tra i due, stabilitisi nel Lake District, sancisce l’iniziazione definitiva di Coleridge al mondo letterario e, conseguentemente, l’iniziazione dell’Inghilterra alle teorie romantiche.

I chiaroscuri delle Ballate liriche (1798) denotano già, tuttavia, una certa divergenza contenutistica e stilistica tra i due autori: laddove Wordsworth, con fare impressionistico ante litteram, si ancora alla concretezza soffermandosi su paesaggi naturali umili, Coleridge, padroneggiando la «sospensione volontaria dell’incredulità» da egli stesso teorizzata, affida la sua penna al sovrannaturale e all’ambiguità; laddove i versi di Wordsworth si fondano su «un linguaggio utilizzato dagli uomini comuni», Coleridge adopera un inglese seicentesco gremito di arcaismi e di forme non convenzionali.

Tali motivazioni, amplificate dagli sbalzi d’umore di Coleridge causati dalla dipendenza da oppio, dividono la coppia nel 1810; il poeta giungerà poi alla fama a Londra come critico letterario.

Il Vecchio Marinaio tra idealismo e spiritualismo

Della vaghezza che definisce la poetica coleridgiana la Ballata del Vecchio Marinaio costituisce indiscutibilmente l’esempio più celebre.

Edificato sul modello della ballata medievale nella forma metrica (con qualche eccezione: il classico schema a quartine viene talvolta interrotto con strofe di cinque o sei versi) e stilistica (per l’impostazione dialogica, l’utilizzo di repetitiones e figure di suono), nonché nell’ambientazione (arcana, dominata dal sovrannaturale), l’esteso poema, articolato in sette parti, prende volutamente le distanze dai diffusi cliché dell’avventura marinaresca per definire piuttosto, mediante l’attraversamento del Pacifico, i confini di un nuovo mondo letterario.

L’incontro tra i due dialoganti, il Marinaio (narratore della vicenda) e un Ospite (ascoltatore) a nozze non meglio precisate, avviene al principio del poema ed in medias res, in funzione di cornice vera e propria:

È un vecchio marinaio,
e ferma uno dei tre.
“Per la tua barba grigia e l’occhio scintillante,
perché mi hai tu fermato?

Si aprono le porte dello sposo,
e io ne son parente stretto;
gli ospiti s’incontrano, la festa inizia:
puoi sentirne l’allegro frastuono.”

Egli lo tiene con la scarna mano,
“C’era una nave”, disse.
“Smettila! Via la mano, vecchio pazzo!”
Subito la sua mano lo lasciò.

Egli lo tiene con l’occhio scintillante,
immobile rimane l’ospite alle nozze
e ascolta come un bambino di tre anni:
la volontà del marinaio lo vince.

L'albatros e i marinai, illustrazione di Gustave Doré
L’albatros e i marinai, illustrazione di Gustave Doré

L’occhio scintillante del Marinaio, particolare sul quale l’autore si focalizza in diversi punti della Ballata, è chiave di volta per l’evoluzione del dialogo con l’Ospite inizialmente riluttante; pare quasi sintetizzare ciò che differenzia il poeta-profeta, avvicinatosi alla Verità assoluta, dall’uomo comune, in un’ottica individualistica che sarà perno di gran parte degli autori romantici.

Nella narrazione immediatamente successiva l’oceano, razionale manifestazione del Tutto, soverchia il Marinaio ed il suo equipaggio sospingendone la nave fino al Polo Sud; ivi l’incontro con un albatros, presagio favorevole ed addirittura divino secondo antiche credenze folkloristiche, addolcisce il clima e con esso l’animo dei marinai. La prima parte del poema culmina tuttavia, in un aprosdoketon magistrale, con l’uccisione apparentemente immotivata dell’uccello da parte del Marinaio stesso:

“Iddio ti salvi, vecchio marinaio,
dai demoni che ti tormentano così!
Perché cambi espressione?” “Con la mia balestra
io l’Albatro abbattei.”

I compagni, prima rimproverando il gesto del Marinaio, lo approvano poi, rendendosi complici di quello che viene presentato come vero e proprio deicidio, sfida umana alla Natura imprescindibile; le condizioni climatiche subiscono un declino definitivo nei pressi dell’Equatore, e il Marinaio viene di ciò incolpato («Al posto della croce, l’Albatro / mi venne appeso al collo»).

Il castigo divino si traspone in una nave fantasma che avvicina l’equipaggio del Marinaio, con a bordo un uomo (Morte) ed una donna (Vita-in-Morte): mediante una partita a dadi, il primo s’impadronisce della vita della ciurma, i cui membri muoiono maledicendo il Marinaio; la seconda acquisisce invece la vita del Marinaio, che per sette giorni rimane immobile nell’oceano in preda agli stenti e ai sensi di colpa alla vista dei cadaveri.

La benedizione da parte del Marinaio di alcuni serpenti marini, i cui giochi acquatici spettacolari ristabiliscono in egli l’Amore cosmico, “spezza” la punizione incombente. Attraverso un deus ex machina di forze angeliche e serafiche, il Marinaio fa ritorno alla sua terra natia; l’espiazione del peccato, tuttavia, si perpetra mediante il rimorso, che lo spinge a fare partecipe della sua storia ogni persona incontrata.

Lo scioglimento etico del poema, inno “francescano” alla bellezza del creato, è motivo di maturazione interiore per l’Ospite:

(…)

Addio, addio! Ma questo ancora
voglio dirti, a te, o convitato!
Prega bene colui che ama bene
insieme e uomo e uccello e bestia.

Prega meglio colui che ama meglio
tutte le cose insieme, e grandi e piccole,
perché il Dio che ci ama
fece e ama tutto.”

Il marinaio dall’occhio scintillante,
la cui barba per gli anni si è imbiancata,
è andato; e ora l’ospite nuziale
si volge alla porta degli sposi.

Egli va come quello che è stordito
ed è dai sensi abbandonato:
un uomo più triste e più saggio
si levò il mattino dopo.

Oltre agli influssi culturali oscillanti tra idealismo fichtiano e kantismo estetico sul modello di Friedrich von Schiller, la Ballata pare quindi risentire dell’influenza dell’allora nascente Bildungsroman: ciò renderebbe un accostamento di Coleridge ad astri del panorama letterario ottocentesco quali Goethe e Novalis ancor più verosimile e doveroso.

Kubla Khan, sogno interrotto

In un giorno autunnale del 1797, Coleridge, risvegliatosi da una lunga visione indotta dall’oppio, stendeva versi che con un bagliore spontaneo dimostravano inequivocabilmente la potenza prorompente dell’immaginazione umana.

Il «quasi-poema tra i più straordinari della letteratura inglese», come viene definito da Pessoa, è tuttavia frammentario: durante la sua stesura, Coleridge è interrotto dalla visita di «un uomo di Porlock». Viene eppure trasmesso l’incanto di un Oriente chimerico, di un palazzo maestoso voluto a Xanadu dall’imperatore mongolo Kublai Khan e delle visioni che attorno vi si diramano:

Coleridge
Ritratto di Kublai Khan

A Xanadu Kubla Khan volle
un’imponente dimora di piacere,
dove Alfeo, il sacro fiume, trascorre
caverne ad occhio umano smisurate
e s’immerge in un mare senza sole.

(…)

Cinque miglia penetrando con tortuoso passo
boschi e valli il sacro fiume misurava,
per poi giunto alle caverne ad occhio umano smisurate
in tumulto precipitare in un oceano senza vita:
in quel tumulto Kubla udì remote
ed ancestrali voci profetare la guerra!

«Se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all’uomo come effettivamente è, infinito», scriveva William Blake: Coleridge probabilmente si è tanto avvicinato a tale purificazione da abbattere con strumenti immaginifici i limiti sensoriali della realtà fenomenica.

Di una sperimentazione tanto spaventosa, che nessun autore è forse mai riuscito a replicare appieno in intensità, rimangono unicamente i versi iniziali e quelli conclusivi, scritti subito dopo il congedo del “disturbatore” di Porlock; il «principio e la fine» (riprendendo ancora Pessoa), l’alfa e l’omega, ma non ciò che vi sta nel mezzo, sepolto, ancora una volta, da quel «letargo dell’abitudine» che attanaglia costantemente l’umana esistenza.

Pierluigi Patavini

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