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Mockumentary: lo stile del falso documentario

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Il mockumentary è, sicuramente, uno degli esperimenti cinematografici meglio riusciti negli ultimi anni. L’elemento di narrazione utilizzato è un affascinante ibrido tra realtà e finzione, in grado di catturare l’attenzione dello spettatore in modo diretto e paradossale.

Per capire meglio di cosa si tratta e quali siano gli elementi che caratterizzano questo genere, andiamo ad analizzare la nascita e il significato del mockumentary, contemplando anche quelle che sono considerate come le pietre miliari del genere nel mondo del cinema e della tv.

Che cos’è il mockumentary?

Paradossale e irriverente, il mockumentary è un tipo di narrazione che utilizza il linguaggio della realtà per raccontare storie inventate. Lo spettatore, infatti, si trova davanti ad una sorta di documentario in cui le circostanze, apparentemente normali, prendono una piega del tutto irrealistica.

Il termine mockumentary (in italiano finto documentario) deriva, infatti, dall’unione dei termini “to mock e “documentary”, dove to mock sta per “farsi beffe di qualcuno, deridere, irridere”. Il fascino di questo genere cinematografico risiede proprio in questa contrapposizione tra la descrizione oggettiva della realtà (tipica del documentario) opposta, appunto, alla finzione più esplicita.

L’accezione del termine mockumentary ci fa capire, quindi, che la particolarità di questo tipo di narrazione consiste proprio nel rappresentare una realtà inizialmente accettata da tutti e che si evolve, in seguito, in una sorta di “inganno” per lo spettatore.

La scelta di narrare circostanze reali si evince, difatti, anche nelle riprese. Non è raro trovare scene riprodotte con le estetiche delle riprese di cellulari e telecamere di sorveglianza, con l’obiettivo di rendere il racconto quanto più vicino all’esperienza reale.

Il mockumentary si può considerare come un espediente narrativo che utilizza un testo satirico e parodico e che investe tutti i campi della società e non (la cultura pop, la politica e il mondo del cinema). Non è raro, infatti, trovare dei riferimenti ad altre produzioni cinematografiche, il quale intento viene spesso ridicolizzato.

La nascita del mockumentary

Il primo a sperimentare il genere del mockumentary è Peter Watkins con The War Game (1965), filmato in bianco e nero della durata di circa 50 minuti che racconta, in stile documentaristico, l’attacco nucleare sull’Inghilterra da parte dell’Unione Sovietica, vincitore del premio Oscar al miglior documentario.

Successivamente, l’attore e sceneggiatore britannico Eric Idle porta sul grande schermo All You Need Is Cash (1978), documentario parodistico sulla carriera dei The Rutlles, una band britannica parodia dei The Beatles. Anche in questo caso, la narrazione segue gli aspetti principali del falso documentario.

La differenza sostanziale tra il documentario e il mockumentary risiede proprio nella rielaborazione della realtà. Per capirci meglio, dobbiamo pensare al documentario come un percorso narrativo che descrive la realtà seguendo schemi e ordini prefissati. Tutto ciò che si vede nel documentario è, quindi, una descrizione di luoghi, vicende o persone che agiscono su un piano di realtà.

Il mockumentary acquisisce sia lo stile che la strategia comunicativa del documentario, attraverso l’emulazione del linguaggio tipico del genere documentaristico, arrivando a rielaborarne le convenzioni, utilizzandone di nuove e ingannevoli.

Il falso documentario si pone come obiettivo quello di suscitare dubbio ed incertezza nello spettatore (cosa che non accade con il documentario), in virtù di una mancata netta distinzione tra realtà e finzione, troncando definitivamente il legame con il genere documentaristico.

 Lo scopo comunicativo del mockumentary non è tanto quello di far credere allo spettatore che ciò che sta vedendo sia reale, quanto invece dissimulare una finzione attraverso un argomento trattato sotto forma di documentario.

Quindi, lo scopo non è quello di far passare per vera qualcosa che, in realtà, è falsa, bensì porre nello spettatore un interrogativo circa il tema trattato e il linguaggio del documentario stesso.

Il genere horror

Un aspetto sicuramente rivoluzionario del mockumentary è la realizzazione di un prodotto di successo, capace di sbancare al box office, con dei costi di produzione incredibilmente bassi. Nel mondo del cinema, infatti, il genere horror è quello che più di tutti ha colto favorevolmente questo aspetto.

È il caso di The Blair Witch Project, film del 1999 di Daniel Myrick e Eduardo Sanchez che riuscii ad incassare ben 250 milioni di dollari a fronte di “soli” 60.000 dollari di budget. Un risultato incredibile, soprattutto se si guarda la campagna pubblicitaria che ha accompagnato l’uscita della pellicola.

Proprio come lo stile narrativo del mockumentary vuole, le scene sono realizzate con la stessa modalità di un documentario. La storia, infatti, vede come protagonisti tre ragazzi che cercano di documentare con una videocamera ciò che succede nei boschi che circondano il paese. L’avventura dei tre ragazzi si dimostra essere, invece, una serie di incontri spiacevoli in circostanze paranormali.

Dall’uscita di The Blair Witch Project, il genere horror accompagnato dalla narrazione del mockumentary diventa un punto di riferimento nelle produzioni successive.

È il caso di Rec, pellicola firmata da Jaume Balaguerò e Paco Plaza (2007). Anche questa volta, nonostante il budget ridotto (costato circa 1.5 milioni di euro), il film riesce a sbancare al botteghino. La storia è ambientata in una palazzina della Rambla de Catalunya di Barcellona e si sviluppa come un documentario sulla vita in servizio dei vigili del fuoco.

Quello che inizialmente doveva essere un servizio sulle attività notturne dei pompieri, si trasforma ben presto in una situazione di contagio collettivo, in cui un virus colpisce le persone facendole cadere in uno stato simile a quello della rabbia.

Il punto di incontro tra queste due pellicole è la capacità di raccontare una storia di finzione in un contesto reale, dando la sensazione che il fattore di finzione (ovvero quello paranormale) possa essere parte integrante di una circostanza o di un contesto in cui lo spettatore si immedesima più intensamente.

Nella commedia

Sebbene l’accoppiata mockumentary – horror sembrava essere quella vincente, un altro esperimento fatto sullo stile narrativo documentaristico è risultato essere trionfante: la commedia prestata al falso documentario.

Il principio di partenza è sempre lo stesso: le scene sono girate seguendo l’estetica delle riprese del cellullare o della videocamera che segue, passo dopo passo, i movimenti degli attori. Anche in questo caso, la produzione è caratterizzata da un budget esiguo, seguito da un successo immediato.

In questo tipo di commedie risalta il ruolo della camera, la quale assume una vera e propria parte all’interno della scena. Accade, infatti, che quest’ultima possa interagire con i personaggi, diventando partecipe in qualche modo delle vicende messe in scena.

Per analizzare meglio gli aspetti della commedia prestata al mockumentary, andiamo a vedere due pietre miliari del genere sia sul grande che sul piccolo schermo.

La prima pellicola da analizzare è Zelig(1983) diretta ed interpretata da Woody Allen. La storia vede protagonista Leonard Zelig, affetto da una grave malattia (almeno apparentemente) di natura psicosomatica. Egli, infatti, acquisisce i tratti comportamentali delle persone che ha accanto in un determinato momento.

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La pellicola è girata interamente con un’attrezzatura del cinema degli anni Venti e le immagini sono di scarsa qualità. I dialoghi sono brevi e per quasi tutto il film la narrazione è affidata ad una voce esterna che segue passo dopo passo lo sviluppo della storia.

La grandezza della pellicola di Allen trova origine nel realismo con il quale la storia viene narrata e portata sullo schermo. L’assetto documentaristico del film, accompagnato dalle riflessioni profonde e dai comportamenti eccessivi tipici dei personaggi di Woody Allen, ha reso Zelig una pietra miliare.

The Office: il mockumentary sul piccolo schermo

Spostandoci sul piccolo schermo, troviamo invece una serie che ha fatto del mockumentary il suo punto di forza. Stiamo parlando di The Office (versione US), ideata da Greg Daniels e remake americano dell’omonima serie britannica, ideata e scritta da Ricky Gervais e Stephen Merchant.

Anche in questo caso, la caratteristica più importante riguarda la posizione e il movimento delle telecamere che hanno un vero e proprio rapporto con i personaggi presenti nella scena. La telecamera, infatti, detta spesso i toni della scena, zoomando o sfocando la scena a seconda dello stato d’animo del personaggio che sta riprendendo.

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In tutti gli episodi della serie, ci sono momenti in cui i protagonisti interagiscono con la camera in una sorta di “confessionale”. Le riprese sono girate all’interno dell’ufficio di un’azienda che produce carta, durante l’intera giornata lavorativa.

Anche in questo caso, ciò che rende la serie un vero e proprio gioiello del piccolo schermo, sono le situazioni grottesche e paradossali che catturano l’interesse dello spettatore e causano sgomento e ilarità.

Ciò che va chiarito è che gli autori di mockumentary realizzano dei falsi documentari cercando di mostrare allo spettatore la facilità con cui siamo pronti a definire una situazione come “reale”, solo se tale realtà viene mostrata in una determinata forma e con determinati mezzi.

Antonio Bucciero

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