Home Basso Medioevo (XI-XIII sec.) Letteratura straniera medievale Il mito del dio norreno Balder: analisi e interpretazioni

Il mito del dio norreno Balder: analisi e interpretazioni

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Tra gli dei della mitologia norrena era conosciuto come Balder il luminoso, Balder il lodato, di tutte le erbe il più bianco. Era il più saggio tra tutti gli Asi (dei), il più bello, e nessuno poteva contraddirne il giudizio. Chi era davvero questa divinità tanto perfetta? E perché il fato ha decretato la sua prematura dipartita?

In questo articolo analizzeremo il mito di Balder e le sue interpretazioni, uno dei misteri tuttora irrisolti della mitologia norrena.

Il problema delle fonti

Prima di perderci nel racconto è doveroso spendere qualche parola sulle fonti della mitologia norrena. E’ noto che esistono quattro tipologie di fonti letterarie da cui ogni studioso è chiamato ad attingere: l’Edda, le Gesta Danorum di Saxo Grammaticus, le poesie scaldiche e le saghe.

Più volte paragonato ai poemi fondanti della civiltà ellenistica (Iliade e Odissea), l’Edda rappresenta in assoluto l’opera più importante della mitografia norrena. Tracciarne le origini è uno dei problemi filologici più dibattuti in ambito accademico. Esiste infatti una “questione eddica” in qualche modo paragonabile alla ben più nota “questione omerica”.

Snorri Sturluson è senza dubbio l’autore della cosiddetta Edda in prosa, pensata e scritta intorno al 1220 traendo ispirazione da una miriade di racconti orali e testi scritti più antichi. Il tutto filtrato attraverso gli occhi di uno scrittore islandese certamente cristiano che non aveva intenzione di condannare all’oblio l’immenso bagaglio delle tradizioni degli avi. Di essa, divisa in tre sezioni, la parte relativa alla cosmogonia e alla mitologia è chiamata Gylfaginning, l’inganno di Gylfi.

Esiste però un’altra raccolta di poemi in versi chiamata Edda poetica, o Edda antica. Una vera e propria antologia di testi poetici che risalgono a epoche diverse e i cui autori, per la gran parte dei casi, sono ignoti. L’opera più importante della raccolta è indubbiamente la Voluspa, o la predizione dell’indovina (volva). All’interno si canta della fine del mondo attraverso visioni apocalittiche (Ragnarok), seguite da una familiare palingenesi positiva, l’avvento di una nuova era.

La storia di Balder è dunque narrata in vari frammenti dell’Edda poetica e sistematizzata più coerentemente nel racconto in prosa di Snorri. Un’altra fonte, che espone i fatti in maniera piuttosto diversa, sono invece le Gesta Danorum.

Saxo Grammaticus, erudito scrittore danese pressocché contemporaneo di Snorri, è l’autore di una storia della Danimarca in latino, dalle mitiche origini ai suoi giorni. In essa viene narrata la vicenda di due eroi antagonisti, Balderus e Hotherus, trasposizioni latine dei nomi norreni delle due divinità. Un racconto piuttosto diverso dai miti eddici e decisamente romanzato dalla penna erudita dell’autore, che tende ad una spinta umanizzazione dei protagonisti.

Le poesie scaldiche e le saghe infine non aggiungono molto alla struttura del mito. Ai fini della seguente analisi pertanto ci rifaremo alla leggenda di Balder presente nell’Edda, ritenuta dagli studiosi più fedele al mito delle origini.

Il mito di Balder nell’Edda

Bader
Copertina di un manoscritto eddico islandese del XVIII sec.

Tutto ebbe inizio, come spesso accade, con una serie di sogni premonitori. Balder il luminoso, il più magnanimo e giusto degli dei, figlio di Odino e Frigga, era funestato da fosche visioni di morte durante il sonno. Proprio lui, signore di Breidabilik (“grande splendore”), superba dimora dove viveva con la moglie Nanna e il figlio Forseti, aveva perduto le gioie del sonno ristoratore.

Allora il sommo Odino si decise a scendere negli inferi, il regno di Hel, per interrogare lo spirito di un’indovina. Una volta confermate le inquietudini che serpeggiavano nel cuore del padre degli dei, egli ne discusse con la consorte, Frigga. Ella, da buona madre terrorizzata per la sorte del figlio prediletto, ebbe un colpo di genio e si recò in ognuno dei nove mondi ad ottenere da ogni elemento esistente il giuramento di non nuocere al figlio.

Iniziò dunque un curioso passatempo tra gli dei, che sovente si riunivano intorno a Balder cercando invano di ferirlo scagliandogli contro ogni oggetto possibile. Loki era l’unico che non sembrava divertirsi, così un giorno, corroso dall’invidia, si presentò a Frigga sotto mentite spoglie e la convinse a rivelargli un segreto. Quando la madre di Balder aveva ottenuto il giuramento per il figlio infatti aveva tralasciato un piccolo e innocuo elemento, il vischio. Considerandola una pianta troppo giovane e non in grado di nuocere, Frigga non ne pretese il voto, e quello fu un errore fatale.

Loki non dovette far altro che costruire un’arma servendosi della pianta e convincere uno degli dei, il cieco Hod, fratellastro di Balder, a scagliarla. Fu così che durante l’ennesima sfida goliardica tra le divinità che tentavano di colpire Balder, questi fu trafitto dall’unica arma in grado di ucciderlo. “Il più grande misfatto mai concepito da uomo o dio fu compiuto” scrisse Snorri.

La morte di Balder e il Ragnarok

Gli dei erano atterriti, nessuna vendetta poteva aver luogo essendo il fatto avvenuto su suolo sacro. Fu Frigga a scuotere gli animi dallo shock, chiedendo ai presenti se vi fosse un volontario disposto a scendere negli inferi per recuperare l’amato Balder. Hermond, ennesimo figlio di Odino, si offrì per tentare l’impresa.

Così, mentre si compiva questa missione impossibile, gli dei organizzarono un funerale con tutti gli onori per il più amato tra loro. Deposero il corpo di Balder su una pira costruita sul ponte della sua nave colossale e chiamarono la gigantessa Hyrrokin, famosa per la smisurata forza, a spingerla in acqua. La sua solerzia rischiò di far affondare lo scafo e generò un parapiglia tra le divinità che volevano punirla, capeggiate dal solito Thor. Dopo aver placato gli animi gli dei assistettero all’ultima tragedia: Nanna, la moglie di Balder, infatti, non potendo sopportare il dolore si gettò nelle fiamme che stavano consumando il corpo del consorte.

Nel frattempo Hermond il Veloce si era recato nella dimora della terribile Hel, la divinità degli inferi dal volto per metà normale e per metà mostruoso. “Solamente se tutte le cose, vive o morte, piangeranno per Balder acconsentirò a lasciarlo andare”, questa fu la risposta che Hermond ottenne dalla dea. Allora tutti piansero per il triste destino di Balder. Tutti tranne una vecchia chiamata Thokk, che promise di versare solo lacrime asciutte per colui dal quale non ebbe mai nulla.

Fu così che Balder rimase nell’oscurità per colpa di quella che forse era stata l’ennesima metamorfosi di Loki. Un fatto questo che non fece che montare il desiderio di vendetta nei cuori degli dei. Nessun inganno salvò Loki dal suo destino stavolta, fu catturato da Thor e imprigionato in una caverna col volto rivolto verso il soffitto, dal quale gocciolava inesorabilmente un veleno corrosivo che gli procurava infinita sofferenza. Solamente alla fine dei giorni si sarebbe liberato dalle sue catene e avrebbe dato inizio al crepuscolo degli dei, il Ragnarok.

La fine del mondo però porterà nuova speranza, Balder figurerà, insieme al suo involontario assassino Hod (ucciso da un altro fratello, Vali), tra i pochi superstiti del Ragnarok. Quando il mondo sarà purgato dalle fiamme del gigante del fuoco Surt, infatti, una coppia di uomini (Lif e Lifthrasir) e una manciata di dei daranno inizio a una nuova età dell’oro.

Interpretazioni del mito di Balder

Balder

Sin dagli albori degli studi antropologici comparativisti, il mito di Balder ha sempre rappresentato un problema affascinante. Innegabili sono le somiglianze con numerose altre figure divine morte e poi risorte. Per non parlare del binomio conflittuale luce-tenebra incarnato dalla coppia Balder-Hod, la cecità di quest’ultimo infatti è stata spesso relazionata all’oscurità dei mondi sotterranei. E non manca chi ha persino paragonato la figura di Balder a quella di Cristo.

Uno degli studi più citati in tal senso è senza dubbio il Ramo d’Oro di James G. Frazer. Una pietra miliare nell’ambito degli studi su credenze religiose e pratiche magiche nell’antichità. Secondo l’antropologo il mito di Balder mostrerebbe sorprendenti somiglianze col mito sumero di Tammuz, conosciuto in Grecia come Adone. Entrambi sarebbero infatti collegati alla sfera della natura, con la sua ciclicità di morti e rinascite.

Che Balder fosse in origine una divinità legata alla natura è deducibile dai suoi attributi solari, dalla pioggia di lacrime che segue la sua morte, e dall’atto stesso della sua uccisione ad opera del fratello. Il periodo trascorso negli inferi sarebbe legato alla semina, la sua rinascita alla stagione primaverile e alla raccolta. E il vischio?

Il significato del vischio nel mito di Balder

Elencare tutte le proprietà del vischio sarebbe ardua impresa. Basti sapere che questa pianta ha sempre avuto un ruolo centrale nella farmacopea europea antica. Se ne possono leggere le proprietà benefiche nell’opera di Plinio il Vecchio ad esempio. Secondo il romano curerebbe l’epilessia, aiuterebbe le donne a concepire e sconfiggerebbe le ulcere.

Dal suo racconto sappiamo che anche i druidi celtici consideravano la pianta una panacea. Addirittura l’atto di rimozione del vegetale dai tronchi delle querce diveniva perno di celebrazioni sacre. Non andava adoperato il ferro e bisognava attendere precise fasi lunari prima di mettere in scena il rito.

Ecco che il vischio, secondo Frazer, assumerebbe un valore particolare anche nel mito di Balder. L’unico oggetto in grado di ucciderlo era forse considerata tra le più sacre delle piante cultuali di sempre. L’invulnerabilità del dio sarebbe legata così alla simbiosi pianta parassitaria-albero di quercia: solo privare l’albero sacro della sua protezione, Il vischio, infatti ne consentirebbe l’incenerimento. Solo colpire il dio col vischio ne procurerebbe la morte e la successiva cremazione.

In Islanda cresceva il vischio?

A questa domanda legittima è legato tutto un altro filone interpretativo. E’ noto infatti che nei paesi dell’estremo nord europeo è assai raro imbattersi nel vischio. Di certo in Islanda non ve ne è traccia, mentre nei paesi scandinavi è presente solamente nelle regioni più meridionali. C’è poi da chiedersi come mai sia stato scelto proprio il vischio come punto debole di una divinità.

Secondo Frigga il vischio cresceva ad ovest del Walhalla, ed era considerato troppo giovane per rappresentare un pericolo per Balder. E in effetti risulta difficile immaginare di tramutare una pianta esile come quella in un’arma letale.

La spiegazione potrebbe risiedere in un errore linguistico da parte degli elaboratori del mito. Secondo tale teoria gli scandinavi avrebbero appreso dai contatti ad ovest, con la Gran Bretagna, luogo dove ve ne era in abbondanza, delle incredibili proprietà del vischio e ne avrebbero importato la conoscenza nei loro paesi. Così la parola usata in antico inglese per vischio, mistelstan, venne trasposta in mistilteinn, che in antico norreno vorrebbe dire “arma mortale”. E’ probabile dunque che in origine la pianta usata nel mito di Balder fosse un’altra e che poi sia divenuta il vischio successivamente.

La questione come si vede è ancora aperta, la morte di Balder il luminoso è destinata a essere dibattuta ancora a lungo.

Massimo Marino

Bibliografia

  • Anatoly Liberman, Some Controversial Aspects of the Myth of Baldr, Alvíssmál 11, 2004.
  • G. Isnardi, I Miti Nordici , Longanesi, 1991.
  • James G. Frazer, Il Ramo d’Oro, studio sulla magia e la religione, Boringhieri, 1973.
  • Jhon Lindow, Norse Mythology, a Guide to the Gods, Heroes, Rituals and Beliefs, Oxford university press, 2001.

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