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Coronavirus e anticorpi: cosa dice lo studio su Nature

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Coronavirus

Ha fatto scalpore un nuovissimo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature, che valuta gli anticorpi prodotti dal nuovo coronavirus SARS-CoV-2 (responsabile della malattia chiamata COVID-19). Questo studio tenta di dare informazioni riguardo a un importantissimo interrogativo: si può diventare immuni al coronavirus? O in altre parole, si può creare un vaccino che difenda da COVID-19?

Il mondo intero attende impaziente la risposta della comunità scientifica a queste domande, motivo per cui ogni tassello è fondamentale per riuscire a chiarire il quadro della situazione. Andiamo quindi a vedere cosa dimostra questo studio e quali conclusioni possiamo trarne.

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Immunità permanente e vaccini

Gli anticorpi: IgM e IgG

Prima di tutto, però, è necessario introdurre alcuni concetti di immunologia e virologia, partendo dal concetto di anticorpi e immunità. Gli anticorpi (o immunoglobuline – Ig) sono delle proteine circolanti nel sangue, prodotte dai linfociti B, capaci di riconoscere un bersaglio specifico. Queste molecole vengono prodotte in seguito al contatto del sistema immunitario con un antigene (in questo caso le proteine di un virus); le prime immunoglobuline prodotte in ordine temporale sono le IgM, che indicano un contatto recente con un virus poiché tendono a ridursi nel tempo; in seguito verranno prodotti anticorpi ancora più selettivi nei confronti del bersaglio, le IgG, che persistono per molto tempo e, talvolta, costituiscono la base dell’immunità permanente.

In generale, dunque, un alto titolo di IgM significa contatto recente con un virus; mentre le IgG (soprattutto se presenti in assenza di IgM) indicano un contatto passato.

Alcuni microbi, dopo aver stimolato nel corpo umano questa risposta anticorpale, non possono più provocare malattia nell’individuo poiché quest’ultimo produce una cosiddetta immunità permanente. Gli anticorpi IgG e le cellule del sistema immunitario sono già addestrate a combattere quello specifico agente infettivo, perciò questo non riesce a infettare. Su questo principio si basano i vaccini.

Quali sono i problemi con i vaccini?

C’è da dire però che non tutti i vaccini donano immunità permanente. Ad esempio il vaccino antitetanico va somministrato addirittura 5 volte prima dei 18 anni, per poi essere ripetuto ogni 10 anni. Invece il vaccino contro Morbillo-Parotite-Rosolia-Varicella necessita di 1 o massimo 2 dosi per dare un’immunità per tutta la vita.

Inoltre non esistono vaccini per tutte le infezioni, perché alcuni virus inducono la produzione di anticorpi che tuttavia non difendono dall’infezione. È il caso ad esempio del virus dell’HIV o dell’epatite C: trovare le IgG contro HIV o contro epatite C non indica quasi mai una guarigione. Questo è dovuto alle caratteristiche intrinseche del virus che riesce ad eludere il sistema immunitario con tutta una serie di meccanismi.

Per questo motivo, sviluppare anticorpi non vuol dire necessariamente diventare definitivamente immuni a un agente infettivo.

Lo studio su Nature sugli anticorpi contro il coronavirus

Questo studio, condotto in Cina su 285 pazienti con COVID-19, ha valutato la presenza e la “quantità” (o per meglio dire, il “titolo“) di anticorpi specifici per il coronavirus SARS-CoV-2, diretti contro la sua proteina di superficie spike. Sono state misurate con test sierologici (su sangue) sia le IgM che le IgG. In sintesi è risultato che tutti i pazienti inclusi nello studio hanno sviluppato IgG entro 19 giorni dall’insorgenza dei sintomi. La positività per IgM invece ha raggiunto un picco circa 20 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi, potendosi trovare nel 94,1% dei soggetti in studio.

Lo studio ci dice anche che l’analisi anticorpale può essere un test complementare al tampone. Infatti la positività del test su sangue è stata riscontrata anche in soggetti persistentemente negativi al tampone: più precisamente, in 3 casi sospetti su 52 (paziente con sintomi ma con tampone negativo) e in 7 contatti asintomatici su 148 (cioè asintomatici con tampone negativo entrati a contatto con casi accertati). La comparsa degli anticorpi da coronavirus è stata rilevata 30 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi.

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Interazione tra la proteina spike del virus e il suo recettore. Immagine tratta da: https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMsr2005760?query=featured_home

Cosa significa?

È però importante ribadire ciò che è stato esposto in precedenza, cioè che la presenza dell’anticorpo non significa per forza immunità da coronavirus. Inoltre, l’obiettivo dello studio è “solo” quello di dimostrare che le IgG sono un affidabile marker di infezione da nuovo coronavirus, da sfruttare anche e soprattutto in soggetti asintomatici e/o negativi al tampone. Già questo dato è molto importante e assolutamente non scontato: infatti rafforzare l’evidenza della formazione di anticorpi dopo l’infezione ci aiuta nella diagnosi e nella gestione dell’epidemia.

Tuttavia è altrettanto importante non travisare i risultati dello studio, attribuendogli implicazioni erronee. L’Autore dello studio, infatti, conclude dicendo che non è stato possibile verificare le capacità neutralizzanti degli anticorpi sul coronavirus. Così come non è stato possibile valutare l’associazione tra il decorso clinico e la risposta anticorpale.

Ci si può infettare di nuovo di Coronavirus?

Non lo sappiamo, ma ad oggi non si sono registrati casi di nuove infezioni in pazienti guariti da COVID-19. La nuova positivizzazione di un tampone in assenza di sintomi non è propriamente definibile una nuova infezione. Infatti potrebbe trattarsi di un soggetto che non ha ancora del tutto debellato il virus, il quale continua a replicarsi senza dare malattia. La conta virale quindi può andare incontro ad oscillazioni che spiegano la positività “intermittente” al tampone, mentre ci si avvia verso la guarigione completa e azzeramento della carica virale.

Ad oggi dunque non si può dire molto al riguardo, sebbene si possa fare un salto indietro nel tempo per comparare il nuovo coronavirus con i suoi “parenti” più vicini.

Cosa è successo con SARS e MERS?

Gli altri beta-coronavirus responsabili di gravi epidemie negli ultimi 20 anni sono SARS-CoV e MERS-CoV. Questi due virus, simili al nuovo coronavirus, non hanno provocato pandemie poiché più aggressivi (la letalità era del 35% per la MERS e del 10% per la SARS, contro un ipotizzato 3% della COVID-19) e perciò meno facilmente trasmissibili.

Ad ogni modo, pur con le dovute distinzioni, si possono trarre alcuni dati riguardo questi due virus per “prevedere” in un certo senso quello che potrebbe accadere con il nuovo coronavirus.

Ad esempio si è visto in uno studio (Liu 2006) che gli anticorpi IgG contro il primo SARS-CoV persistono per 2 anni; in uno studio successivo (Du 2007) si è inoltre riscontrato che gli anticorpi diretti verso la proteina spike del SARS-CoV-1 sono protettivi in modelli animali. Per MERS invece risulta una risposta anticorpale tardiva, ma soprattutto sembra essere fondamentale la reazione dei linfociti T.

Ciò non è sufficiente però per essere eccessivamente ottimisti: infatti i coronavirus hanno la capacità di eludere il sistema immunitario attraverso diversi sistemi, soprattutto tramite soppressione della segnalazione biochimica immunitaria. La mutazione sembra un ulteriore possibile metodo attraverso cui il nuovo coronavirus potrebbe provocare reinfezione.

Per questi motivi, si stanno sperimentando nuove tipologie di vaccini per sconfiggere il COVID-19. Tra questi ci sono i vaccini a DNA, che avrebbero diversi vantaggi, tra cui quello di stimolare sia la produzione di anticorpi sia una risposta dei linfociti T.

Coronavirus e anticorpi: conclusioni

La lotta al nuovo coronavirus è ancora agli inizi, e giorno dopo giorno la comunità scientifica accumula informazioni potenzialmente decisive per risolvere la pandemia. Allo stato attuale, ci sono solo suggestioni che possono farci ben sperare nella prossima sconfitta definitiva del virus. Una cosa sembra chiara però: l’infezione da coronavirus SARS-CoV-2 genera anticorpi IgG. Questi anticorpi saranno sicuramente molto utili per fini diagnostici e preventivi: chissà se a breve si dimostreranno utili anche per guarire per sempre da questo virus.

Antonio Spiezia

Bibliografia

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  • Liu W, Fontanet A, Zhang PH, Zhan L, Xin ZT, Baril L, et al. Two-year prospective study of the humoral immune response of patients with severe acute respiratory syndrome. J Infect Dis. 2006;193:792-5.
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  • Zhao J, Zhao J, Mangalam AK, Channappanavar R, Fett C, Meyerholz DK, et al. Airway Memory CD4(+) T Cells Mediate Protective Immunity against Emerging Respiratory Coronaviruses. Immunity. 2016;44:1379-91.

ATTENZIONE: Le informazioni contenute in questo sito hanno puramente scopo informativo e divulgativo. Questi articoli non sono sufficienti a porre diagnosi e decisioni di trattamento e non sostituiscono mai il parere del medico. Per ulteriori informazioni contattare il proprio medico generico o specialista.

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