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Giulio Cesare: amico o nemico di Roma?

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Gaio Giulio Cesare

Alla morte di Gaio Giulio Cesare, nel 44 a.C., si creò un duplice mito sulla sua figura. Da un lato egli fu considerato come simbolo del potere legittimo: Dante Alighieri, nella sua Commedia, pone i due cesaricidi, Bruto e Cassio, nella Giudecca, luogo dei traditori, tormentati dai denti di Lucifero, al pari di Giuda. Sembra proprio dunque che Dante ritenesse l’uccisione di Cesare il peggior tradimento perpetrato nella storia, dopo quello nei confronti di Gesù Cristo. Dall’altro, nel corso del tempo, si ha avuto un capovolgimento di questa concezione, fino ad arrivare alla rivoluzione francese, dove i due cesaricidi vennero elogiati in quanto responsabili della fine dell’oppressione. Il ruolo di Cesare nella Roma tardo-repubblicana è dubbio fin da prima della sua morte: amico o nemico di Roma?

Il cursus honorum di Giulio Cesare

Giulio Cesare, discendente della gens Iulia (una delle più nobili famiglie di Roma, che faceva capo ad Enea e, da lui, a Venere in persona), era conosciuto come nipote di Caio Mario.

Pharsalia
Cesare

Questo nome era tutt’altro che sconosciuto al popolo romano, dato che Mario era stato il più acerrimo nemico di Lucio Cornelio Silla, nella guerra civile che afflisse Roma tra l’83 e l’82 a.C.; Silla, rappresentante e strenuo difensore dei diritti dell’aristocrazia romana (la fazione degli optimates), sconfisse il proprio avversario. Una volta tornato a Roma, dopo aver ricevuto l’incarico di dittatore a vita, diede il via a una feroce repressione contro coloro che gli si erano mostrati ostili, rendendoli oggetto di proscrizione; in altre parole, confiscò i loro beni. Tra le vittime di tali proscrizioni troviamo anche il suocero di Cesare, Lucio Cornelio Cinna.

Dopo la morte di Silla, la Repubblica romana recuperò parzialmente la propria autonomia (per quanto la serenità e la stabilità governativa fossero tutt’altro che vicine). Cesare riuscì così a intraprendere il cursus honorum, ossia la scalata verso le cariche più importanti della Repubblica, fino al 63 a.C., quando fu eletto pontefice massimo, e riuscì così a rivestire la massima carica religiosa della Repubblica.

Il dibattito su Catilina

Nel medesimo anno Roma fu la congiura ordita da Lucio Sergio Catilina a mettere in notevole difficoltà RomaParliamo di un nobile romano decaduto che, dopo aver raccolto vari compagni, scontenti della modalità di gestione della Repubblica, o che comunque provavano rancore verso essa (anche criminali) organizzò un attacco al potere. Fu Cicerone, all’epoca console, a sventare il suo progetto, per poi rivelarsi un acceso promotore della condanna diretta, senza processo, di coloro che avevano attentato alla vita della Repubblica romana. Cesare, in quanto pontefice massimo, si era invano appellato al rispetto delle normali procedure legali, che prevedevano appunto il diritto a un pubblico processo (il cosiddetto ius provocationis), proprio di tutti i cittadini romani.

Dopo la risoluzione di quest’ennesimo terremoto politico e sociale, Cesare giunse finalmente al consolato nel 59 a.C.

Il governo prima della guerra civile: la politica demagogica.

L’operato politico di Giulio Cesare è suddivisibile in due fasi, tra loro diverse. La prima, precedente rispetto alla guerra civile contro Pompeo (dal 49 al 45 a.C.), si distingue per un atteggiamento demagogico, evincibile da ben due fattori: in primo luogo la promulgazione di due leggi agrarie, invise all’aristocrazia romana, per soddisfare le richieste dei soldati veterani, che si ritrovarono destinatari di terre parte del demanio italico.

Dopodichè, Cesare garantì il suo appoggio incondizionato a Publio Clodio Pulcro, un patrizio che aveva rinunciato alla propria posizione sociale per poter essere eletto tribuno della plebe. Con l’organizzazione di bande armate, Clodio sconvolse la vita sociale romana, disseminandola di lotte sanguinarie con le bande di Tito Annio Milone, rappresentante e difensore degli interessi degli optimates.

Le riforme della prima fase

Oltre a questi due fattori, ricordiamo quali furono in particolare le riforme che Cesare promosse nella prima fase del suo potere, anche mediante l’intermediazione di Clodio, tribuno in carica nel 58 a.C.:

  • Impose nel 59 a.C. la redazione pubblica dei verbali delle sedute senatorie e delle assemblee popolari. Così facendo, tutti potevano venire a conoscenza delle discussioni e delle decisioni prese nelle sedi del potere.
  • Sempre nel 59 a.C., con la legge Vatinia (proposta dal tribuno della plebe Publio Vatinio e da Cesare promossa), regolamentò la possibilità di ricusare i giudici estratti a sorte. Si migliorò pertanto la legge di Silla che aveva concesso numerosi privilegi ai senatori affidando loro, appunto, le giurie dei tribunali.
  • Reintrodusse i collegia, gli antichi “sindacati”, che erano stati aboliti dal Senato nel 64 a.C. Queste aggregazioni furono però reintrodotte nello spazio istituzionale romano con poteri maggiori rispetto a quelli tradizionali, in quanto fonte di mobilitazione popolare.
  • Promosse una legge frumentaria che prevedeva la distribuzione gratuita di grano a tutti i poveri in città.

Cicerone e Milone: l’inizio delle tensioni

Clodio propose anche l’esilio per chi avesse ucciso, senza un regolare processo, un cittadino romano. Tale provvedimento colpì direttamente Cicerone, un personaggio decisamente scomodo per Clodio, in quanto strenuo difensore dell’aristocrazia, che andò, in esilio, a Salonicco. Il popolo però si ribellò a questo provvedimento e, proprio grazie a quest’inaspettata sollevazione, l’avvocato riuscì a tornare in città.

Nel frattempo, lo scontro, interno alla città di Roma, tra optimates e populares, esplose inevitabilmente, a causa delle continue frizioni tra Cesare e Pompeo; ebbe inizio dunque, a partire dalla celeberrima espressione “Alea iacta est!” (“Il dado è tratto!”, secondo un motto riportato da Svetonio nella sua opera De vitae Caesarum)e dalla traversata del Rubicone da parte di Giulio Cesare, la guerra civile romanaNe seguì la definitiva sconfitta di Pompeo e l’inevitabile ascesa di Cesare, fino all’acquisizione dell’incarico di dittatore a vita (titolo che gli fu conferito nel 49 a.C. e che mantenne fino alla sua morte, nel 44 a.C.).

Il governo assoluto: la politica populistica di Giulio Cesare

Nella seconda fase della sua attività politica interna a Roma, l’oramai dittatore modera decisamente gli estremismi demagogici di cui Clodio era stato rappresentante, ma non per questo dimenticando gli interessi del popolo. Vediamo in breve le riforme che caratterizzano questa seconda fase di potere:

  • Promosse nel 49 a.C. una legge per alleviare i debiti (senza però, attenzione, cancellarli del tutto).
  • Tra il 49 e il 46 a.C. stabilì, mediante l’emanazione di diverse leggi, il ripristino dei diritti politici ai figli dei proscritti e richiamò gli esiliati.
  • Introdusse una legge frumentaria che restrinse, rispetto alla legislazione di Clodio, il numero di assegnatari delle distribuzioni gratuite.
  • Ripristinò i collegia, ma nelle loro funzioni originarie, eliminando le spinte demagogiche del 58 a.C.
  • Favorì un piano di colonizzazione per i soldati e cittadini bisognosi, per i quali pose un tetto massimo all’affitto.
  • Promosse lo sviluppo edilizio urbano, anche con opere pubbliche magnificenti.
  • Incentivò il lavoro libero: obbligò i datori di lavoro ad avere tra i propri dipendenti almeno una terza parte di lavoratori liberi.
  • Concesse nel 49 a.C. la cittadinanza ai Transpadani e Cispadani e stabilì operazioni di censo locali. Non era più necessario dunque per i cittadini a recarsi a Roma per il censimento).

Il favore del popolo

Giulio Cesare era indubbiamente idolatrato dal popolo di Roma: si pose come garante dei diritti della plebe, ne favorì il benessere, e si assicurò l’appoggio basandosi su un preciso impianto idealistico.

Cesare infatti, oltre ad essere nipote di Caio Mario, che abbiamo detto essere rappresentante dei populares contro il dispotico Silla, si presentò come discendente di Enea e, quindi, di Venere. È innegabile poi il suo contributo all’ampliamento dei domini romani, grazie, prima fra tutte, alla campagna gallica e alla celeberrima vittoria di Alesia.

Egli fu un attento ponderatore del sentimento politico della città: agli inizi della sua ascesa personale, aderì a una linea populistica molto più estremistica, demagogica. Questa si dimostrò però non vincente, dal momento che Clodio sbagliò nell’esiliare Cicerone e nell’abbandonarsi alla violenza per contrastare la fazione avversa. Lo scontro tra le sue bande armate e quelle di Tito Annio Milone, d’altronde, non ottenne l’appoggio del popolo, ma solo una situazione di grande terrore e irrequietezza sociale e politica.

Marco Tullio Cicerone

Per questo Cesare, dopo aver vinto la guerra civile, badò bene a ridimensionare la portata demagogica dei provvedimenti presi da Clodio con il suo appoggio, e riuscì così a conquistare il favore del popolo romano.

L’ira del Senato

Il Senato si vide esautorato dal crescente potere di Giulio Cesare.

Il dittatore a vita (titolo che gli fu conferito nel 49 a.C. e che fu mantenuto fino alla morte) d’altronde aveva contribuito ad accrescere il divario sociale e politico che aveva causato le guerre civili. Allontanò dunque il popolo da quello che avrebbe dovuto essere il suo organo di rappresentanza. Oltre alle riforme menzionate, infatti, è opportuno ricordare come Cesare promosse l’aumento del numero dei senatori, dai 600 stabiliti da Silla, a 900. Tale azione non favorì di certo la coesione della curia, soprattutto dal momento che i nuovi membri erano sempre fedeli alleati di Cesare.

Egli non si proclamò mai sovrano di Roma, anzi, in occasione della celebrazione di una tradizionale festività romana in onore del dio Luperco, protettore degli armenti e delle greggi dai lupi, i Lupercalia nel febbraio del 44 a.C., rifiutò il diadema regale offertogli da Antonio. Chiese invece di donarlo a Giove Ottimo Massimo, unico re dei romani.

Nonostante ciò però, la sua posizione era innegabilmente di superiorità nei confronti dei “colleghi” senatori: questi ultimi si trovavano obbligati a ratificare ogni provvedimento cesariano. Questo perchè l’ombra di una ribellione popolare, o comunque di un’ennesima guerra civile, era troppo ingombrante, e nessuno sarebbe stato in grado di sostenere un ulteriore conflitto, di qualunque genere fosse.

La fine di Giulio Cesare, ma non della sua fama

L’uccisione di Giulio Cesare da parte dei senatori congiurati non favorì la fine della sua memoria, come ci si aspettava, ma anzi, la sacralizzazione della sua figura: il popolo idealizzò lo zio del futuro princeps Ottaviano, così come gli optimates continuarono a odiarlo.

La sua duplice considerazione, come amico e nemico di Roma, non ebbe insomma fine.

Senza dubbio Cesare fondò sempre la propria politica sul coinvolgimento dei cittadini e l’appoggio dei municipi. Certo è che, ricercando il favore di una classe sociale, esautorò completamente il suo contraltare, il Senato, eliminando quella dialettica, quel “pacifico” contrasto che era alla base della Repubblica romana.

Pur non ergendosi mai direttamente a sovrano, egli spianò la strada a quello che sarebbe poi stato il preciso progetto di Ottaviano: poggiando proprio sul popolo, di cui era fiero rappresentante, egli introdusse per la prima volta, nella storia della Repubblica romana, il concreto progetto di un potere assoluto. A realizzare la sua idea sarà poi colui che effettivamente fu il primo imperatore di Roma: Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto.

Maria Teresa Caccin

Bibliografia:

Storia romana, Dalle origini alla tarda antichità, M. Pani ed E. Todisco, Carocci editore, 2018, Roma

Il pensiero politico romano, G. Zecchini, Carocci editore, 2018, Roma

Storia di Roma, Dalle origini alla tarda antichità, M. Mazza, Edizioni del Prisma, 2017, Catania-Roma

Cesare, Il grande giocatore, A. Spinosa, Mondadori, 2007, Milano

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