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Pier Vittorio Tondelli: temi e stile attraverso Altri libertini

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La figura di Pier Vittorio Tondelli (1955-1991) rappresenta un punto di svolta nella narrativa italiana di fine anni ’70. A quella “letteratura paludata” – come lui stesso la definisce – dà uno scossone con la propria prosa e il proprio impegno nel ringiovanimento della scena letteraria. Molti dei giovani scrittori del decennio successivo vengono infatti lanciati dal suo progetto Under 25. Tutto questo ha inizio nel 1980 con i sei racconti di Altri libertini. In quest’articolo ci immergiamo direttamente nelle righe dell’opera per capirne i motivi, i ritmi, i punti di forza.

Una prosa nuova

Ma ci sono notti o pomeriggi o albe e anco tramonti, anche questo dovete imparare, che succede il Gran Miracolo, cioè arriva su quel rullo l’odore del Mare del Nord che spazza le strade e le campagne e quando arriva senti proprio dentro la salsedine delle burrasche dell’oceano e persino il rauco gridolino dei gabbiani e lo sferragliare dei docks e dei cantieri e anche il puzzo sottile delle alghe che la marea ha gettato sugli scogli, insomma t’arriva difilato lungo questo corridoio l’odore del gran mare, dei viaggi, l’odore che sento adesso come un prodigio e che sto inseguendo sulla mia ronzinante cinquecento con su gli scoramenti e dentro tanto vino e in bocca tanta voglia di gridare. Sono sulla strada amico, son partito, ho il mio odore a litri nei polmoni, ho fra i denti la salsedine aaghhh e in testa la libertà.” [1]

Così Tondelli, quasi alla fine di Altri libertini, la sua opera d’esordio pubblicata con Feltrinelli nel 1980. Questo è il sesto capitolo\racconto: Autobahn. Il personaggio che dice “io” sta per lanciarsi pieno d’alcool, per combattere gli scoramenti, sul gran rullo che come meta ha Amsterdam.

Fino a qui abbiamo letto un’opera al cui centro c’è il mondo giovanile degli anni ’70. Questo squarcio di gioventù viene rappresentato attraverso personaggi sballati ed emarginati, consumati dalla droga e dall’alcool, sempre in cerca di sesso e di svago. Sempre, in qualche modo, in fuga. Lo scrittore descriveva il romanzo come: “La storia della fauna giovanile degli anni settanta vista con molta spietatezza e assunta a soggetto letterario attraverso il suo linguaggio”. Proprio il linguaggio, infatti, è il tratto caratteristico della prosa di Pier Vittorio Tondelli. La prosa di Altri libertini è costruita mescolando gergo giovanile, dialetto emiliano e spunti e riferimenti alla letteratura alta. Il tutto ricalcando un parlato-scritto con pochissima punteggiatura e molto ritmo.

Pier Vittorio Tondelli
Pier Vittorio Tondelli

Pier Vittorio Tondelli e Kerouac: questione di attrito

Parlando del viaggio come obiettivo necessario, di una gioventù smarrita ai margini della società, di frasi scritte tutte d’un fiato, c’è un nome che prende forma spontaneamente: Jack Kerouac. E infatti l’esperienza di On the Road e della Beat generation è in sottofondo all’intera opera di Tondelli e al proprio modo di scrivere.

Ma per capire meglio lo spirito dei personaggi di Altri libertini, più che Kerouac stesso, ci è utile una sua descrizione. A diversi anni dalla sua morte, Allen Ginsberg, l’altro punto di riferimento per la Beat, descrive Kerouac come il più grande “Cuore d’oro” che abbia mai conosciuto, e il suo smarrimento causato dal fatto che proprio quel ragazzo tanto puro si sia trovato gettato nel fango di un America fatta d’acciaio e sofferenze.

Lo smarrimento e la disperazione sarebbero il risultato, quindi, di questa forza d’attrito. Allo stesso modo anche alla base dei personaggi di Tondelli c’è questo processo meccanico di collisione tra la purezza, il desiderio d’amore e l’entusiasmo quasi infantile per la vita, e la solitudine, la violenza, la noia della piccola provincia italiana. Dall’attrito tra i due materiali tanto diversi si genera calore. Dal calore, fiamme.

“Ma dentro non ci capivo proprio niente di quel che succedeva e impossibile continuare silenziosamente la notte; dentro che granbaccano che avevo! Come una fiera di paese anco coi mangiafuochi che sputavano fiammelle spiritate e gli elefanti d’India che saltavano sui trespoli e tutto un tremolio di saltimbanchi e culbuttisti e trapezisti, funambolici e giocolieri, persino bertucce e oranghi tanghi mai fermi porcodio cinque minuti.” [2]

Il nome ed il sentimento di Dio in Pier Vittorio Tondelli

Tondelli

Anche la bestemmia fa parte della cifra stilistica di Tondelli ed è uno dei tratti più veri e profondi del linguaggio che decide di adottare lo scrittore. Questo anche perché la scelta – che insieme alle altre “oscenità” del testo costerà al libro la censura ed il ritiro – è una delle più rischiose per possibilità di risultare semplicemente vuota e volgare. Ma la bestemmia nei testi di Tondelli non è mai “di maniera”, è sempre viva e sentita, maturata da chi avverte il peso di Dio.

Tondelli nasce a Correggio da una famiglia credente. Da giovane si dedica all’attivismo cattolico, scrive i suoi primi articoli su Azione cattolica e sull’Avvenire. Il primo vero sforzo letterario è a diciannove anni con un allestimento teatrale del Piccolo principe a cui lavora dentro un oratorio. Quando nel 1990, a 36 anni, è sul punto di morire di AIDS, si riavvicinerà alla fede cattolica; e i familiari proveranno a mentire sulle cause della morte dello scrittore per “pudore”.

Così tutta l’opera di Tondelli non ci appare mai come un’opera senza Dio. E questo è un altro punto di contatto con Kerouac: si pensi alla tensione mistica, rivolta alla filosofia orientale della Beat generation ed espressa soprattutto ne I vagabondi del Dharma. La differenza tra i due sta nel fatto che la tensione religiosa di Tondelli è meno esibita, molto più intima. Anche nei momenti di maggior sregolatezza e solitudine si sente che la crisi del personaggio è, in parte, una crisi religiosa. Sembra esserci, nell’opera, il riflesso di Dio sul fondo di ogni amore e di ogni felicità; così avviene che quando i personaggi soffrono per il sentirsi abbandonati dai propri amori, dalla società e persino da sé stessi, questo dolore sia sempre identificabile con il sentirsi abbandonati da Dio. E solo chi ha un tanto profondo sentimento religioso percepisce così dolorosamente l’assenza di Dio.

Una narrazione di marginalità che diventa universale

In tutte le opere di Pier Vittorio Tondelli i personaggi esprimono un punto di vista su un’umanità marginale e marginalizzata, cioè che non rispetta i canoni della classe dominante. Nell’opposizione Egemone\Subalterno delineata da Gramsci nei Quaderni del carcere il personaggio tondelliano esprimerebbe il secondo termine. Omosessuale, provinciale, sbandato piuttosto che etero, cittadino, decoroso; la narrazione messa in campo è effettivamente quella di una voce particolare.

Questa prospettiva rende possibili due funzioni: da una parte incarna una forte esperienza sovversiva, dissonante in quanto anti-egemonica nel dar voce – con le proprie parole – a identità periferiche; nello stesso momento il nucleo tematico ed emotivo che viene esplorato attraverso questo posizionamento risulta così condivisibile proprio perché libero dalle connotazioni consumate e iper-strutturate di una vicenda “classica”.

Lo sguardo periferico dell’identità di Tondelli azzera le sovrastrutture canoniche – e le (ri)discute – ottenendo un accesso diretto al sentimento. Il suo è un traguardo civile e un traguardo poetico. Proprio grazie a questa capacità di descrivere un’esperienza condivisa, partendo da una prospettiva particolare, Tondelli è riuscito a sfuggire ogni volta a qualsiasi etichetta riduttiva. La sua non è solamente “letteratura omosessuale”, né “giovanile”, “generazionale”, “Beat”; è maiuscola la elle della sua letteratura.

C’è tutto dei giovani degli anni ’70 nel suo testo: dallo slang ai cantautori, dalle marche di alcolici ai movimenti studenteschi; e quei giovani lo seguono e si riconoscono, perché Tondelli suona la loro musica. Eppure anche dopo quarant’anni, con quei giovani invecchiati, il testo non invecchia. Quelle storie hanno impresso il senso e il movimento della gioventù in modo assoluto. Tondelli può ancora parlarci dei nostri dolori, delle nostre euforie, del nome di Dio e di quello dell’Amore.

Gabriele Lattanzi

Note

1-2 Pier Vittorio Tondelli, Altri libertini, Feltrinelli 2018, pagine 179 e 181

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