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Nanni Moretti, da “Ecce bombo” al racconto del golpe cileno

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Uno stile semplice ed essenziale. Un tipo di cinema che passa da uno sguardo fortemente intimista delle prime pellicole, per poi assumere una visione più ampia nei lavori successivi. Sguardo, che abbraccia un pezzo di storia italiana attraverso i suoi sviluppi politici e sociologici e, degli uomini, che ne hanno segnato la crescita (e, spesso, la decrescita): Nanni Moretti si racconta attraverso i canali della recitazione, della regia e della sceneggiatura, con sguardo lucido e disincantato.

La vita e i primi lavori in super 8

Nasce a Brunico, in provincia di Bolzano, il 19 agosto del 1953. Figlio di Luigi Moretti, storico dell’antichità classica e di Agata Apicella, di origini napoletane, professoressa di lettere. Entrambi i genitori appariranno in alcuni lavori del figlio: con partecipazioni in “Bianca” (1984) e in “Aprile” (1998).

La partecipazione di amici e familiari alle sue riprese sarà un tratto caratteristico soprattutto delle sue prime pellicole in Super 8 (un formato cinematografico usato, prevalentemente, per uso amatoriale); infatti sarà lo stesso regista a giustificare tale modus operandi: “Ogni tanto utilizzo amici e conoscenti che non sono attori. Lo faccio per un motivo psicologico (sono contento di avere presenze amichevoli durante il periodo di riprese, che per me è molto faticoso) e per un motivo professionale: per piccole parti preferisco un non professionista, e non perché “più spontaneo” (non credo alla spontaneità), ma perché ci mette meno fastidiosa “grinta”, meno immedesimazione e più ironia”

Diplomatosi al liceo classico “Lucrezio Caro” a Roma, girerà i suoi primi corti “La sconfitta” e  “Pâté de bourgeois” entrambi nel 1973, grazie ai quali inizierà a calcare le sale cinematografiche romane in occasione di piccoli festival e rassegne; fino ad arrivare, nel 1976, con “Io sono un autarchico” e nel 1978 con “Ecce bombo” al grande pubblico, raggiungendo le sue prime grandi vette commerciali.

Nanni Moretti: un giovane critico contro il dominio del cinema all’italiana

L’ascesa del giovane regista si fonderà, anche, sul ruolo di critico in erba, senza alcuna riserva, che riuscirà a crearsi nel corso degli anni: un ragazzo, seppur alle prime esperienze cinematografiche, che mostrerà una forte opposizione a tutta la macchina del cinema italiano, meritandosi l’appellativo di “antipatico” (ricordiamo che gli anni ’70 vedevano il dominio quasi assoluto del genere della “commedia all’italiana”).

Nanni Moretti ecce bombo

L’uso frequente e indiscusso delle solite star, fino all’esistenza di un sistema impermeabile alle giovani promesse alla regia (e non solo). Questi, erano i temi ricorrenti della critica morettiana all’industria del cinema nostrano. Tale spirito di opposizione, si ripercuoterà nei suoi racconti, tradotto in scene comiche, rette da toni dissacranti: come, ad esempio, lo sberleffo ai danni di Alberto Sordi espresso in una scena di “Ecce bombo”.

“Ma che siamo in un film di Alberto Sordi?”

Quest’ultimo, snello e dalla capigliatura foltissima, non resisterà alla tentazione di rivolgersi aspramente ad un uomo che, tra tazzine di caffè e bottiglie di liquore, renderà un quadro degli italiani come di un popolo indifferente e privo di qualsivoglia appartenenza politica. E Nanni, tuonante, gli rivolgerà le famosissime parole “ma che siamo in un film di Alberto Sordi?”. In questi primi lavori, inoltre, vedremo il sorgere di un personaggio che lo accompagnerà per gran parte della sua carriera, diventando il suo alter ego per eccellenza: Michele Apicella.

Quest’ultimo si caratterizzerà per la sua vena ironica e derisoria nutrita dalle vicende che affronterà: carattere, che si evolverà nella filmografia di Nanni Moretti, arrivando ad una visione più ampia, matura.

Da “Ecce bombo” a “Io sono un autarchico” Nanni Moretti traccerà un resoconto della sinistra extraparlamentare romana degli anni ’70. Ovvero, come di gruppi di giovani che fondavano le proprie opinioni e attività sui deboli riflessi dell’eredità sessantottina: tutto il loro furore di protesta si basava su sterili slogan che non celavano che contenuti deboli e inattuali.

Presto arriveranno anche i primi premi di caratura nazionale: riceverà il Leone d’argento al festival di Venezia per “Sogni d’oro” (1981). Una pellicola che non avrà, però, un grande successo al botteghino e per la critica: celebre il commento di Sergio Leone sull’Europeo: “Fellini 8 ½ mi interessa, Moretti 1 ¼ no”. Infatti, vi si contestava al regista una linea narrativa troppo vicina al capolavoro felliniano.

Da “Bianca” a “la messa è finita”: il cinema di Moretti si evolve

Una poetica, quella di Moretti, sempre in costante evoluzione (soprattutto dal punto di vista contenutistico) mostrerà i germogli di un cinema molto più maturo con due lavori in particolare: il già citato “Bianca” (1984) e “La messa è finita” (1985).

Le due pellicole, rispetto ai lavori precedenti, presentano una trama molto più ricca e un distacco dell’autore molto più marcato, rispetto alle prime pellicole, segnate da un taglio intimistico predominante.

Due personaggi (un professore di matematica nel primo caso, un prete nel secondo) calati in due storie diverse ma accomunate da un nodo comune: entrambi i protagonisti saranno alle prese con le difficoltà e le incomprensioni derivanti dai rapporti umani.

La complessità dei rapporti per Nanni Moretti

Da un lato, in “Bianca”, il Michele Apicella dei lavori precedenti che si misurerà con la superficialità dei sentimenti presente nella sua realtà quotidiana, tra gli amici e sul lavoro, e lo vedrà affrontare il complesso mondo delle relazioni umane rette, secondo la visione del film, da sentimenti come l’amicizia e l’amore, che non fanno altro che essere dei collanti deboli e sfibranti. Tutto questo, lo porterà a diventare un efferato omicida, poiché vedrà, in questa strada, l’unico modo per tenere compatto un puzzle dalla risoluzione fin troppo intricata.

Dall’altra in “La messa è finita”, come abbiamo già ricordato, un prete di nome Don Giulio; non troppo lontano come carattere e temperamento dal Michele Apicella di “Bianca”, ma comunque capace di tracciare un solco profondo con l’alter ego morettiano per eccellenza: un novello sacerdote giunge in una nuova comunità parrocchiale che, a poco a poco, riuscirà a consumare quelle che erano tutte le sue aspirazioni e volontà derivategli dal suo sacerdozio: imparerà, affrontando dinamiche famigliari e comunitarie (attraverso problemi di diversa natura, tradimenti e senso di frustrazione che accompagnerà alcuni personaggi) che la vita, spesso, non può essere rivoltata come un calzino, ma va osservata da lontano, oppure arginata come un fiume in piena.

Oltre ai protagonisti, anche gli altri personaggi descritti avranno dei contorni più precisi e con affondi psicologici più netti e ricercati; arriverà un altro importante riconoscimento europeo con “La messa è finita”, ovvero L’Orso d’argento, gran premio della giuria al festival di Berlino; il premio più importante assegnato dopo L’Orso d’oro.

Nascita della Sacher film

 Moretti assocerà, alla sua attività di regista, quella di produttore fondando, nel 1987, la Sacher Film con Angelo Barbagallo. Nome preso dal dolce austriaco di cui il regista romano è golosissimo. (“Continuiamo così, facciamoci del male” la famosa battuta di Michele Apicella da una scena di “Bianca”, alla scoperta del fatto che il padre di una sua alunna non conoscesse il dolce sopra citato).

L’immersione nel mondo della produzione trova le sue motivazioni nella volontà di sostenere il cinema italiano facendo film, senza rintanarsi in sterili ed inutili discussioni sulla sua crisi, come lo stesso Nanni affermerà:ho deciso di fare il produttore perché mi piace farlo e non soltanto perché lo ritengo giusto: perché sono convinto che bisogna fare qualcosa e, forse questo è l’elemento davvero decisivo, perché mi danno fastidio le inutili chiacchiere, i lamenti, i gemiti, le tavole rotonde e i convegni sulla crisi del cinema italiano”.

“Palombella rossa” : trama e contesto storico

Uno dei primi film prodotti con la Sacher film sotto la sua regia sarà “Palombella Rossa” girato in un anno spartiacque nella storia del mondo, 1989: nel novembre dello stesso anno (il film verrà girato nel mese di settembre) che vedrà la caduta del muro di Berlino e la conseguente fine della Guerra Fredda e con essa il timore di uno scontro nucleare tra gli Stati Uniti e l’ex Unione Sovietica. In questo clima di profondo mutamento storico, Michele Apicella (con il quale sembra creare un ponte con il protagonista di “Ecce bombo”: il giovane dei centri sociali, si ritrova adesso a prestare la propria attenzione alla situazione politica nazionale).

Infatti, il protagonista di questa pellicola (un segretario del PCI) subisce, a causa di un incidente in macchina, una momentanea perdita della memoria. Similitudine con il clima di crisi interno al Partito comunista italiano in quel periodo (lo stesso Nanni Moretti girerà un documentario sulla questione dal titolo “La Cosa” nel 1990, dove raccoglierà vari dibattiti fra militanti comunisti sul cambio del nome del loro partito).

La stessa pellicola, oltre a riprendere stile e protagonista molto simili alle prime pellicole in super 8, vede l’inserimento di una particolarità, allo stesso tempo, sia drammaturgica che biografica: gran parte delle riprese avverranno in una piscina, per mettere in scena una partita di pallanuoto; così il regista riuscirà ad unire entrambe le sue passioni più importanti della sua vita: la pallanuoto (ricordiamo che arrivò a giocare anche a livelli professionistici con la S.S. Lazio nuoto) e il cinema.

Il cinema a 360°

Nanni Moretti avrà sempre una visione a 360° del mondo cinematografico; come se il giovane e cinico critico che affrontava a viso a aperto i grandi del cinema italiano, da Monicelli fino ad Alberto Sordi, fosse sempre recalcitrante nei suoi desideri più intimi. Da qui, forse, la nascita a Roma, in Trastevere, di una sala cinematografica, il Nuovo Sacher, nel 1991. Una sala che, nei desideri del regista romano, doveva diventare una sala di cinema s’essai e un punto di ritrovo e di discussione per i cinefili di tutta Italia, con libreria e sale per dibattiti.

“Caro diaro” e “Aprile”: nasce il cinema di Nanni Moretti per eccellenza

Giri in vespa in una Roma deserta e la voglia di raccontare, con distacco mal celato, l’Italia degli anni ’90. Questi, insieme a tanti altri, i binari sui quali si muovono: “Caro diario” (1993) con il quale otterrà, al festival di Cannes, il prix de la mise en scene; “Aprile” (1998): entrambi i film sono immersi completamente nella quotidianità della vita di Nanni Moretti, mostrandone segreti, riflessioni intime, legami con la capitale italiana e con la sua bellezza nell’isolamento agostano, fino al racconto, dai mesi di gravidanza della moglie al giorno del parto in ospedale, del figlio Pietro.

Inoltre, sempre in “Aprile”, emerge il pensiero politico del regista romano nei confronti dell’epoca berlusconiana e le critiche rivolte ad una sinistra inerme di fronte al dilagare della destra (“D’Alema, di’ qualcosa di sinistra!” rimane, ancora oggi, una delle battute iconiche con la quale il grande pubblico ricorda il suo cinema). Una visione critica del potere di Silvio Berlusconi si svilupperà, in maniera più esaustiva, nel film “Il Caimano” (2006).

Nanni Moretti e la società italiana

Questi due film passano da una riflessione personale sulla propria quotidianità in “Caro diario”, fino ad un racconto composto da una vena documentaristica e intima in “Aprile”.

Come più volte sottolineato all’interno di questo articolo, nel passaggio fra questi due lavori in particolare, si avverte con forza lo sguardo attento alla società italiana: nasce nella poetica di Nanni Moretti un bisogno di isolamento da una società intrisa di bellezza e indifferenza allo stesso tempo; una realtà da amare e commiserare, dalla vita politica fino alle lacune storiche che vanta il nostro paese (come la “mancanza di memoria storica”)

I lavori più recenti

Ulteriori variazioni, dal punto di vista tematico, arricchiranno la filmografia di Nanni Moretti. Non abbandonando le costanti registiche e drammaturgiche che da sempre lo hanno caratterizzato, decide di affacciarsi su temi complessi e di non facile trattazione: come la crisi religiosa, il suicidio e la nostalgia della figura materna, rispettivamente in “Habemus Papam” (2011); La stanza del figlio (2001); Mia madre (2015).  Questi film ottengono numerosissimi riconoscimenti all’estero e in Italia: sette Nastri d’argento e tre David di Donatello per “Habemus Papam”; la palma d’oro al festival di Cannes per “La stanza del figlio” e più di dieci minuti d’applausi a fine proiezione a Cannes per “Mia Madre”, che non guastano mai.

L’ultimo suo lavoro consiste in un documentario sul golpe cileno dell’11 settembre del 1973, “Santiago, Italia” (2018), che vide il rovesciamento del governo democratico di Salvatore Allende da un colpo di stato capeggiato dal generale Augusto Pinochet. Il documentario raccoglie interviste ai protagonisti della vicenda e documenti d’archivio dell’epoca; in particolare, Moretti si concentra sul ruolo dell’ambasciata italiana in Santiago del Cile nell’ospitare perseguitati politici e vittime delle torture dell’esercito di Pinochet.

L’importanza della memoria

La scelta di raccontare questo evento storico non manca di una precisa volontà critica alla politica e alla società contemporanea: raccontare del Cile del ’73 non fa che essere un monito per noi tutti sull’importanza della memoria e del suo peso nella quotidianità delle realtà istituzionali, sia italiane che europee; un monito, ancora, utile per arginare, almeno su di un piano concettuale, il sopravanzare delle politiche sovraniste che si nutrono della paura e dell’odio verso il diverso e l’emarginato delle società di tutto il mondo.

E, in conclusione, tenere sempre vivo il ricordo delle conseguenze disastrose alle quali può portare la dissoluzione della democrazia, a vantaggio di un regime dittatoriale, deleterio per la libertà degli uomini e delle donne di tutto il pianeta.  

Antonio Turco

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