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La narrazione ai tempi delle serie TV: How I met your mother

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La narrazione ai tempi delle serie TV: Recensione libro

La narrazione ai tempi delle serie Tv (how I met your mother) è un libro dell’autore napoletano Francesco Amorusoda cui si evince come la capacità di narrazione sia stata notevolmente influenzata a seconda dei contesti storici.

Chi è Francesco Amoruso, autore de La narrazione ai tempi delle serie TV?

Francesco Amoruso è uno scrittore ed un cantautore laureato in Filologia Moderna presso la Federico II di Napoli, non nuovo alle pubblicazioni. Debutta infatti nel 2010 con il romanzo “Il ciclo della vita” edito da “Statale 11” e nel 2017 con una breve raccolta di racconti “Mangiando il fegato di Burokowski a Posillipo” per la collana “Racconti in viaggio” edito da “La bottega delle parole”.

Nel 2019 pubblica “How I met your mother – la narrazione al tempo delle serie TV” – presso la casa editrice il Terebinto edizioni.

La narrazione ai tempi delle serie TV: analisi e ruolo del narratore

La narrazione ai tempi delle serie TV
Sa sinistra a destra: l’autore Francesco Amoruso, poi Marco Parisi, Antonella Russoniello e Lorenzo Crescitelli

La narrazione ai tempi delle serie TV, argomentato e discusso dall’autore al Godot Art Bistrot di Avellino con la giornalista Antonella Russoniello ed i moderatori Marco Parisi e Lorenzo Crescitelli il 27 Giugno, è un saggio magistralmente costruito, fondato su importanti citazioni filosofiche moderne e passate che analizza la narrazione ed il ruolo del narratore dei nostri tempi, quello televisivo, ovvero quell’aedo omerico che narra il passato del protagonista della sua storia.

Vediamo Ted Mosby nel ruolo appunto di Omero che narra ai suoi figli gli anni trascorsi a New York in compagnia dei suoi “zii”: Lily, Marshall, Burney e Robin e di come ha conosciuto la loro “madre”.

Una lunga storia – come il titolo del primo episodio della prima stagione delle serie – che inizia ben venticinque anni indietro nel tempo, ai tempi del primo incontro al bar McLaren, luogo della convivialità della fantastica cinquina, con zia Robin sino al triste epilogo di Tracy, moglie di Ted Mosby e madre dei suoi due figli.

La narrazione nell’Ottocento

L’arte della narrazione è sempre stata al centro di interessanti studi, dibattiti ed approfondimenti che hanno saputo dar vita ad un mix di successo: creare un canale comunicativo diretto ed importante col mondo dei lettori, soprattutto nei primi anni dell’Ottocento dove in Inghilterra, al seguito dell’aumento dell’alfabetizzazione della popolazione, si svilupparono i primi racconti e/o romanzi a puntate pubblicate nelle riviste, e in Francia con i primi feuilleton.

Gli editori, il narratore, la critica ed il pubblico vengono così messi in comunicazione tra loro per discutere, approfondire e “correggere” l’inventiva del narratore. Il caso eclatante, citato nel libro, di Charles Dickens col suo ”Dombey and son” dove il figlio del protagonista diventò in poco tempo il personaggio più amato dal pubblico e suscitò vibranti proteste non appena l’autore decise di farlo morire tra le braccia della sorella. Risultato: un crollo delle vendite dei fascicoli, così l’autore inglese corse ai ripari …

Mutazione del ruolo del narratore nei primi anni del Novecento

Arriviamo così ai tempi di Walter Benjamin nei primi anni del Novecento dove scrive che: “l’arte di narrare si avvia al tramonto. E’ sempre più raro incontrare persone che sappiano raccontare qualcosa come si deve … Con la guerra mondiale comincia a manifestarsi un processo che da allora non si è più arrestato. La gente tornava dal fronte ammutolita, non più ricca di esperienza comunicabile”.

La guerra ha così tolto la voglia di raccontare, non si percepiva più l’importanza della narrazione, è finito l’idillio tra uomo e verità che è diventata inenarrabile e all’improvviso bugia, invenzione e fantasia acquistano un certo fascino ipnotico che trasformano la narrazione in romanzo,  non c’è più bisogno quindi dell’ascolto, ma della lettura in silenzio ed in solitudine.

La rivoluzione digitale: nuove tecniche di narrazione nella mediaformizzazione

Oggi, a distanza di molti anni, con l’avvento dei mass media che hanno dato un contributo ed un impulso notevole alla vita quotidiana delle persone, coadiuvato da internet e dai social media, l’arte del narrare sembra essere ritornata agli splendori di una volta: hanno offerto un apporto notevole per la rinascita di un nuovo modo di narrare le storie, ha rimesso al centro l’uomo/narratore, il desiderio così di raccontare utilizzando svariate e più metodologie a sua disposizione.

Ad esempio si è davanti ad uditori incollati alla tv per capire ed apprendere le storie dei narratori per poi discuterle, anche animatamente, sui social-media attraverso il confronto, le considerazioni, i pensieri e le opinioni.

Le serie Tv iniziano così ad “invadere” gli schermi della televisione diventando così i feuilleton del grande schermo. How I met your mother è il risultato della produzione narrativa all’interno della televisione e, come allora, i grandi stakeholders sono: narratore, pubblico, editori (in questo caso produttori cinematografici) e critici televisivi (non sempre molto teneri con questo tipo di approccio).

I fattori di successo di Una serie tv ed il ruolo “populista” del telespettautore

Due sono i fattori critici di successo per una buona riuscita della mediamorfizzazione del racconto: oltre ai parametri brevità, suspense, affetto e shock delle singole puntate della stagione di un’opera, ci sono le esigenze commerciali ed audience. Il primo è frutto dell’esigenza dello sponsor che attraverso messaggi subliminari,  può arrivare a chiedere più spazio nella puntata per promuovere direttamente o indirettamente un proprio prodotto o addirittura metterlo in commercio dopo la produzione della serie (è il caso della birra Duff de “I Simpson”), il secondo invece è il grado di piacimento della gente verso quel tipo di storia prodotta dalla serie TV; i consensi positivi e/o negativi sono fattori importantissimi per determinare la “vita” o la “morte” di una serie Tv.

Un altro fattore non meno importante è la presenza in ogni serie prodotta di un telespettautore, ovvero un “populista”, un essere multiforme, spettatore, autore ed attore del fatto artistico, costantemente temuto dagli scrittori in quanto scalfisce l’opera dello scrittore. Una sorta quindi di narratore 2.0 che “subentra” nel ruolo di scrittore principale della storia, un “influencer” che gioca un ruolo principale, se non dominante, sull’intera storia.

Un personaggio occulto e molto “pericoloso” che è sempre esistito, anche nell’epoca di Charles Dickens, solo che oggi può contare su una vasta gamma di consensi rispetto a quello del passato che poteva contare solo un consenso molto limitato di persone non essendoci le piattaforme digitali che ha messo in comunicazione praticamente tutto il mondo.

Marco Parisi

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