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Il posto in fondo, recensione dello spettacolo di Fernando Passiante

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Il posto in fondo

Il posto in fondo è uno spettacolo particolare, in cui vicende e personaggi si succedono con un ritmo incalzante che concede allo spettatore pochi istanti di respiro. Pregevole adattamento teatrale di The Place di Paolo Genovese, a sua volta ispirato alla serie televisiva The Booth at the End di Christopher Kubasik, lo spettacolo di Fernando Passiante fa di questa velocità il suo punto di forza. Una velocità che, lungi dal banalizzarne il messaggio, ne amplifica ulteriormente la portata.

L’opera nasce dall’intrecciarsi delle risposte che una serie di personaggi dà alla seguente domanda:

Cosa sei disposto a fare per avere ciò che vuoi?

Una domanda tremenda e in grado di portare allo scoperto l’oscurità e le fragilità insite nell’animo di ognuno di noi.


Il posto in fondo è andato in scena al teatro Il Principe, sito in Via Ripuaria, Contrada Torre Scafati, 63 (Varcaturo), dal 5 al 7 aprile venendo accolto dal pubblico in maniera estremamente potiva. Lo spettacolo verrà nuovamente rappresentato il 12 e il 13 aprile, alle ore 21.00, e il 14 aprile alle ore 18.30.

La trama de Il posto in fondo

Il posto in fondo è interamente ambientato all’interno di un bar dove un uomo dall’aspetto elegante riceve costantemente la visita di altri individui. Ognuno di essi ha una richiesta da sottoporgli, solitamente di quasi impossibile realizzazione. Trascorrere la notte con una modella, vedere un parente guarito da una grave malattia, ritrovare la fede o la vista sono soltanto alcune di esse.


«Si può fare»

Questo è ciò che egli risponde loro, precisando poi che, ovviamente, per ottenere ciò che vogliono dovranno dare qualcosa in cambio. Ad ognuno di loro l’uomo affiderà dunque un compito da portare a termine, solitamente di difficile esecuzione e contrario ad ogni norma morale, unica condizione necessaria al coronamento dei desideri espressi.

Il posto in fondo
L’uomo elegante e uno dei suoi interlocutori

Ogni avventore dovrà, quindi, costantemente scegliere tra ciò che desidera e ciò che è giusto, aggiornando costantemente l’uomo sui propri progressi. Le loro parole verranno segnate su un misterioso libro, lo stesso su cui, in precedenza, sono state appuntate le loro richieste. Richieste che, col procedere della narrazione, inizieranno a intrecciarsi tra loro in un groviglio potenzialmente indistricabile

Un viaggio all’interno dell’animo umano

Il posto in fondo si configura come un’acuta analisi della natura umana, che si sofferma sulle sue più imperscrutabili intimità. Gli uomini e le donne che si alternano al cospetto dell’uomo elegante non sono, infatti, dei mostri, ma delle persone intimamente preda di sofferenza e insoddisfazione che, lentamente, si avvicinano al baratro.

Ciascuno di essi ha un proprio carattere, completamente diverso da quello degli altri, che lo porta a reagire in modo unico ed inequivocabile. Anche le richieste sono molto differenti tra loro, risultando in alcuni casi ben più gravose che in altri e suscitando reazioni profondamente antitetiche. C’è chi si indigna e rifiuta di portare a termine il proprio compito, chi lo persegue fino in fondo accettando ogni conseguenza e chi, invece, cambia continuamente idea oscillando tra i due estremi.

L’uomo elegante intanto prende nota, sottoponendo i suoi interlocutori a un interrogatorio invasivo e programmatico, mosso apparentemente dallo stesso sadismo alla base delle sue richieste. Con il proseguire dello spettacolo, però, anch’egli si rivelerà un personaggio molto più sfaccettato che, sebbene indirettamente, cercherà di spingere gli altri a desistere dalle azioni più efferate. Il suo viso lascia trasparire le sue emozioni, contrapponendo coinvolgimento e spossatezza a parole fredde e taglienti.

Il mistero che circonda la sua identità rende ancora più intrigante tale dicotomia, lasciando aperte, grazie anche un finale imprevedibile, numerose possibili interpretazioni.

La potenza della resa teatrale

La dimensione teatrale conferisce a personaggi e trama un ulteriore spessore narrativo. La velocità con cui essi si alternano sulla scena, con l’uomo elegante come unica presenza fissa, acuisce la drammaticità delle loro storie e del loro continuo precipitare. Il loro parlare è affannaso, nervoso, turbato, in contrasto con l’apparente calma dell’uomo elegante (Michele Principe), i cui sentimenti traspaiono unicamente dallo sguardo e dai movimenti del capo. Movimenti lenti e studiati, che conferiscono fascino al personaggio, ma che riescono a comunicarci anche la sua crescente delusione.

Il posto in fondo
La delusione dell’uomo elegante

Lo spettacolo non presenta alcuna divisione in atti, avendo come unico momento di pausa delle brevi sequenze musicate durante le quali l’uomo elegante pare concedersi qualche istante di riposo. Ad animare la scena in quei frangenti è la barista (Dominga Fontanella), unica ad avvicinarsi all’uomo per pura curiosità, muovendosi tra i tavoli in maniera armoniosa.

Le scenografie, essenziali ma ben realizzate, rendono perfettamente l’idea del bar in cui si svolge la storia come di uno come tanti. In tal modo si porta ancora di più lo spettatore a guardare ai protagonisti come persone qualunque, cercando di comprenderli più che di giudicarli. A regnare sovrana è, infatti, la consapevolezza che, in situazioni estreme, la natura umana può portare ad esiti totalmente imprevedibili.

Alessandro Ruffo

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