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Egemonia dell’inglese ed egemonia americana

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egemonia dell'inglese

L’egemonia dell’inglese è, ormai, un fatto evidente. Compreso da molti di noi come una seconda lingua, oggi sarebbe impensabile vivere senza conoscerne almeno il lessico basilare.

“Sotto praticamente ogni punto di vista, l’inglese è quanto di più vicino a una lingua globale sia mai esistito. La sua diffusione mondiale è molto più ampia di quanto abbiano mai raggiunto, storicamente, il francese o il latino, e non c’è mai stata una lingua così parlata.”

da thehistoryofenglish.com

Una volta assodato questo, però, ecco una domanda interessante che possiamo porci: da che cosa dipende tale egemonia? Siamo, infatti, talmente abituati a pensare all’idioma di Shakespeare come alla lingua internazionale che, spesso, dimentichiamo quanto sia recente questo suo primato, che secoli fa era del latino. La diplomazia, invece, è stata per lungo tempo associata al francese. Cerchiamo di capire, dunque, se l’egemonia inglese vada collegata ad una sua eventuale facilità di apprendimento o, piuttosto, al particolare contesto politico in cui ci troviamo a vivere.

La diffusione storica dell’inglese

Se volessimo rintracciare le radici storiche dell’egemonia dell’inglese, dovremmo sicuramente partire dall’Impero coloniale britannico. Ad esso si deve, dopotutto, la diffusione della sua lingua come idioma nazionale in Paesi di tutti continenti. Basti pensare che, se al tempo di Elisabetta I l’inglese aveva forse sei milioni di parlanti, nel 1952 essi erano diventati duecentocinquanta. Nella seconda metà del XX secolo, però, l’imperialismo (almeno quello politico) ha lasciato il posto alla decolonizzazione. Se, quindi, la diffusione dell’inglese fosse terminata insieme all’Impero della sua madrepatria, oggi probabilmente esso non avrebbe tutta questa importanza. È evidente, dunque, che se i suoi parlanti sono, negli ultimi sessantacinque anni, più che quadruplicati, il motivo va ricercato nel fatto che, dopo l’Inghilterra, l’egemonia del sistema internazionale è stata assunta da una nuova potenza angolofona: gli Stati Uniti d’America.

Non dobbiamo dimenticare che l’Inghilterra non è mai arrivata vicino al livello di potenza internazionale quasi unipolare del gigante nordamericano. Ciò si riflette anche sulla questione della lingua: la Francia, per esempio, aveva un Impero quasi altrettanto vasto, e ciò ha sancito, negli stessi decenni di quella dell’inglese, una diffusione parallela anche del suo idioma nazionale.

Gli USA, al contrario, esercitano il loro dominio nell’era della globalizzazione, di Internet, delle multinazionali, della “McDonaldizzazione” del mondo. Tutte cose che evidentemente determinano una diffusione della lingua globale attuale che né il solo primato commerciale e finanziario, né l’estensione del suo potere politico, hanno mai potuto dare all’Inghilterra. Non a caso, Al Khaiyali e Akasha, autori presso l’International Journal of English Language & Translation Studies, legano l’egemonia dell’inglese proprio ai fattori suddetti.

Egemonia dell’inglese ed egemonia americana

Da quanto abbiamo visto finora, deduciamo che la diffusione di una lingua è dettata soprattutto da ragioni politiche. Ricollegandoci al nostro precedente articolo sull’egemonia americana, la motivazione va rintracciata nel fatto che l’inglese è la lingua ufficiale del Paese più potente del nostro sistema internazionale: gli Stati Uniti d’America. Come vedemmo in quella sede, l'”egemonia” non impica solo il potere militare o economico. Bisogna tener presente anche quella che il nostro Antonio Gramsci chiamerebbe egemonia intellettuale: capacità di imporre agli altri la propria visione del mondo. In tutta evidenza, ciò passa anche attraverso la diffusione della propria lingua.

Qualche dato? L’85% delle organizzazioni internazionali usa l’inglese come lingua ufficiale: la seconda in questa graduatoria, il francese, arriva solo al 50%. Addirittura, quasi un terzo degli organismi usa solo l’idioma britannico. È evidente che uno status del genere non si raggiunge senza essere la lingua del Paese che ha ricostruito il sistema internazionale dopo le guerre mondiali. A ciò si aggiunga la fine della guerra fredda, che ha privato gli Stati Uniti di molti Stati antagonisti anche sotto l’aspetto culturale.

I legami tra il loro predominio e quello della loro lingua sono evidenti anche in settori banali come la nostra vita quotidiana. Per limitarci al semplice intrattenimento: dov’è Hollywood? Dove ha sede Netflix? E così via.

Una lingua facile?

egemonia dell'inglese
Geoffrey Chaucer, poeta del XIV secolo considerato spesso il padre della moderna lingua inglese

Per molti, invece, il punto di forza dell’inglese è da sempre la sua semplicità. Si tratta, effettivamente, di una lingua molto flessibile che, quindi, non richiede sforzi eccessivi di memorizzazione. Molti sostantivi, infatti, possono fungere sia da nomi sia da verbi. In secundis, ha una morfologia estremamente snella. Per fare un paragone con l’italiano, mentre la lingua anglosassone spesso non richiede più di cinque parole per coniugare un verbo, nella nostra generalmente ne servono sei solo per formulare l’indicativo presente. Infine, le molteplici influenze assorbite dall’inglese nel corso della sua storia, da parte di idiomi sia neolatini sia germanici, lo rendono estremamente variegato e “cosmopolita”. Il suo vocabolario, dunque, risulta familiare a un gran numero di stranieri.

Va detto, però, che spiegare l’egemonia dell’inglese solo con la sua facilità presenta evidenti limiti. Innanzitutto, la dinamicità della grammatica è compensata dall’ostilità di altri aspetti. Se, ad esempio, in italiano abbiamo ventisei fonemi, l’idioma britannico oscilla tra 44 e 52. Solo l’84% del suo vocabolario, una percentuale molto bassa rispetto ad altri, presenta una dizione regolare.  Addirittura, secondo la Oxford Royale Academy, la difficoltà di pronuncia dell’inglese è paragonabile a quella del cinese mandarino, lingua famigerata per il suo sistema tonale. A ciò si aggiunga un ordine delle parole spesso complicato, la presenza di innumerevoli omofoni e omografi e, soprattutto, le tante eccezioni alle regole.

In generale, quindi, si può stabilire che la semplicità di una lingua (la quale, poi, è spesso anche un concetto individuale e relativo) ha poco a che vedere con la sua diffusione. Un esempio ancora più evidente? Il latino, che è estremamente più complesso dell’inglese, è stato per secoli la lingua della cultura internazionale.

I numeri dell’egemonia dell’inglese

Paesi dove l’inglese è una lingua ufficiale o ampiamente diffusa

Per renderci ulteriormente conto di quanto l’egemonia dell’inglese sia un fatto in massima parte politico basta guardare ai numeri della sua diffusione. I suoi parlanti, ci dice la rivista Ethnologue, sono 1,12 miliardi (più di un uomo su sette). Essi, però, sono divisi in modo molto ineguale tra madrelingua (378 milioni) e chi, invece, lo padroneggia solo secondariamente (753, cioè il doppio). Se questi ultimi non esistessero, l’inglese scivolerebbe al terzo posto.

Nella classifica dei madrelingua, infatti, è battuto dal cinese mandarino (900 milioni) e dallo spagnolo (442). Quindi, la sua diffusione è cominciata sì con l’Impero inglese, ma esso ha un’importanza molto relativa per il suo primato attuale.

Kipling, egemonia dell'inglese
Mappa dell’impero britannico nel 1850. Sono assenti, rispetto a sopra, i domini africani, conquistati tra questo periodo e la prima guerra mondiale, e gli USA, diventati indipendenti nel 1783

Per rendercene conto, basta fare il paragone con lo spagnolo, anch’esso idioma di un enorme Impero coloniale passato. Anche se la lingua di Cervantes ha più madrelingua, però, essa perde, poi, miseramente il confronto in termini di parlanti secondari: 70,6 milioni, meno di un decimo di quelli dell’inglese. Il ragionamento può essere ulteriormente corroborato chiamando in causa l’altra podista. A padroneggiare il cinese mandarino come prima o seconda lingua sono 1,1 miliardo di persone. Si tratta di un numero inferiore rispetto alla popolazione totale della sua madrepatria. La Repubblica Popolare Cinese conta, ad oggi, infatti, circa 1,4 miliardi di abitanti. Che cosa desumiamo da ciò?

Che il numero dei madrelingua non è strettamente legato all’importanza politica di un idioma in un determinato momento storico. Il loro numero dipende da altri fattori, che possono esserne completamente slegati: ad esempio, provenire da un Paese particolarmente popoloso (Cina) oppure essere retaggio di un impero coloniale passato (Spagna). Sono, invece, coloro che utilizzano una lingua in seconda battuta a darci la misura della sua rilevanza. È evidente, infatti, che più persone devono impararla in aggiunta alla propria, più essa è fondamentale per il sistema internazionale.

Non è un caso, dunque, se è proprio dalla classifica dei parlanti non madrelingua che emerge il dominio dell’inglese: la seconda in graduatoria, e cioé l’hindi, ne ha, infatti, più del 60% in meno (274 milioni).

Il futuro dell’egemonia dell’inglese

Una volta analizzati i legami tra l’egemonia linguistica dell’inglese e quella politico-culturale degli USA, quindi, possiamo chiudere il nostro articolo con una domanda. Questo status così solido raggiunto dall’inglese quanto è destinato a durare? A prima vista, se guardiamo al passato, la risposta potrebbe perfino essere “molte epoche storiche”. Il primato del latino, infatti, è sopravvissuto per più di un millennio anche dopo la fine dell’Impero Romano. Inoltre, anche se il nostro articolo ha ridimensionato di molto il ruolo che ha la facilità di apprendimento di una lingua nella sua diffusione, essa resta comunque un punto a suo favore. Ebbene, l’idioma dell’unica superpotenza che sembra, in un prossimo futuro, poter sfidare seriamente il primato statunitense, e cioè la Cina, nella sua versione attuale risulta sicuramente troppo complesso per pensare di poter fungere da lingua internazionale.

egemonia dell'inglese
Bandiera della Repubblica Popolare Cinese

È pur vero, tuttavia, che anche l’inglese sarebbe sicuramente molto più complicato se non avessimo la possibilità di confrontarci quotidianamente con esso. Da questo punto di vista, quindi, possiamo concludere che se la Cina dovesse riuscire a strappare agli USA l’egemonia politico-militare, nulla vieta che dalle relazioni internazionali la sua lingua possa diffondersi anche nella nostra vita di tutti i giorni. A quel punto, parole in mandarino oggi incomprensibili entrerebbero a far parte del nostro lessico quotidiano, come lo sono oggi termini anglosassoni quali dog o love.

In definitiva, possiamo ritenere che l’egemonia dell’inglese dipenderà sempre a doppio filo da quella degli Stati Uniti d’America. Ciò anche perché, mentre gli egemoni succeduti all’impero romano usavano anch’essi il latino fino alla nascita degli Stati nazionali, oggi virtualmente ogni Paese ha la sua lingua. Possiamo concludere, quindi, che l’egemonia dell’inglese potrebbe sopravvivere a quella statunitense solo se questa fosse strappata da un’altra potenza anglofona.

Francesco Robustelli

Sitografia

www.italialibri.netd

www.britannica.com

www.worldometers.info

Bibliografia

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Painter, Jeffrey, Geografia Politica, ed.SAGE Publications of London, 2009, it.UTET, 2011

Wallerstein, Comprendere il mondo, 2004, ed.it.Asterios, 2013

Lentini, Saperi sociali ricerca sociale 1500-2000, ed.Angeli, 2003

George Ritzer, Il mondo alla McDonald. Il Mulino, Bologna, 1997.

Fonti media

L’immagine di copertina è ripresa da wallpaperjam.com

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