Home Filosofia e psicologia Filosofia medievale Sigieri di Brabante e la falsa dottrina della “doppia verità”

Sigieri di Brabante e la falsa dottrina della “doppia verità”

349
Sigieri
Sigieri di Brabante, in alto a destra vestito di rosso, illustrazione del Paradiso di Dante

La figura di Sigieri di Brabante ha suscitato, per lungo tempo, un accesso dibattito storiografico per la sua enigmaticità. Fu un filosofo sui generis, originario delle Fiandre, insegnò, in qualità di maestro delle arti, presso l’Università di Parigi. Si hanno ben poche notizie della sua vicenda biografica. Si conoscono, però, i dettagli della sua tragica morte. Fu brutalmente assassinato dal suo segretario, in circostanze misteriose, durante il suo soggiorno, presso la curia papale, ad Orvieto. Sappiamo, inoltre, che le sue posizioni filosofiche non erano ben accolte dalle autorità ecclesiastiche. Alcune delle proposizioni da lui sostenute furono, infatti, condannate. La condanna avvenne nel 1270, ad opera di Stefano Tempier, vescovo di Parigi, che raccolse un nutrito elenco di proposizioni di carattere filosofico-teologico, inconciliabili con la dottrina ufficiale.

Nello stesso anno, Tommaso D’Aquino pubblicò il De unitate intellectus, un’opera finalizzata a confutare la proposta filosofica di Sigieri. In questo contesto, Tommaso identificava Sigieri come il fautore e il principale sostenitore dell’ “averroismo latino”. Sulla scia del grande teologo domenicano, la critica si è a lungo divisa, veicolando giudizi contrastanti rispetto all’operato del Brabantino. Alcuni negano qualsiasi originalità alle sue posizioni speculative, riducendo Sigieri al semplice antagonista di Tommaso. Altri, al contrario, ritengono che egli sia un fine dialettico, ovvero che sia capace di utilizzare le affermazioni dell’Aquinate per smentirne i presupposti.

Le Quaestiones in tertium De anima

Nel 1266, Sigieri di Brabante scrive le Quaestiones in tertium De anima. In questo testo, egli si propone di discutere attorno alla tesi dell’unicità dell’intelletto, a partire dall’assunzione dell’immaterialità del principio intellettivo. Egli si domanda, cioè, se da un punto di vista esclusivamente filosofico, tale affermazione risulti più attendibile della molteplicità degli intelletti.


Sia Tommaso che Alberto Magno avevano adottano la prospettiva dell’immaterialità, giacché alla materia non si può attribuire intellegibilità. In ciò, essi seguivano, appunto, l’insegnamento aristotelico. In ogni caso, non accettavano la conclusione conseguente: la separazione dell’intelletto dal corpo. Si tratta di una posizione che si riscontra nel commento di Averroè, al quale lo stesso Sigieri si richiama.

Sigieri, invero, come il commentatore arabo, pensa che la separazione dalla materia sia la conseguenza diretta dell’immaterialità dell’intelletto. Se fosse unito al corpo, l’intelletto non potrebbe possedere la forma universale, di cui ciascun soggetto pensante ha esperienza. Pertanto, l’intelletto costituisce una sostanza separata. Per Sigieri, vi sono cioè due intelletti disgiunti: uno attivo e uno passivo. Ad essi corrispondono, dunque, due atti diversi: uno recettivo e uno produttivo delle forme universali.

“L’intelletto viene dal di fuori”

Seguendo Aristotele, Sigieri sostiene l’unità dell’anima, che si compone di tre parti: vegetativa, sensitiva e intellettiva. Ma, al contempo, asserisce che quella intellettiva differisca dalle altre rispetto all’origine. Mentre, le prime due sono edotte dalla materia, l’intelletto non può essere generato. A questo punto, è chiaro che la prospettiva di un’unità sostanziale tra intelletto e corpo appaia insostenibile per Sigieri. L’idea dell’anima come forma del corpo era, invece, il caposaldo della psicologia tomista.

Via aristotelica e via agostiniana

Se, dunque, l’intelletto rappresenta una sostanza separata ed ingenerata, occorre attribuire ad esso anche l’eternità? Sigieri si trova ora ad affrontare una questione spinosa, che si ricollega anche alla tesi aristotelica dell’eternità del mondo.

Aristotele dichiara che l’intelletto si distingue dalle altre parti dell’anima come “il perpetuo dal corruttibile“. Quindi, in quanto ingenerato, l’intelletto va riconosciuto come eterno sia rispetto al passato che rispetto al futuro. L’alternativa alla strada aristotelica è la cosiddetta via agostiniana, sebbene non si trovi un simile riscontro in Agostino. Secondo questa opzione, la generazione dell’anima è una creazione ex-nihilo. Dio crea l’anima e la infonde, nel momento stesso in cui la crea, nel corpo. Ne consegue, allora, che l’anima sia eterna solo rispetto al futuro, ma non rispetto al passato.

Sigieri chiarisce, però, che l’intelletto non subisce un processo di generazione analogo alle restanti parti dell’anima, eppure è in qualche modo prodotto. La produzione immette l’intelletto all’interno di una dimensione temporale atipica, ovvero l’evieternità. Come prodotto della creazione divina, l’intelletto è inserito in una successione che vede il passaggio dal non essere all’essere. Come sostanza separata, riceve l’essere direttamente dalla Causa prima.

Sigieri: l’intelletto e il corpo

Giacché l’intelletto partecipa di una temporalità preclusa al corpo, bisogna affermare la sua separazione rispetto ad esso. Per Sigieri, seguire Agostino vuol dire approdare alla conclusione di Averroè. L’intelletto – immateriale, prodotto ma non generato – si unisce al corpo solo come operans in corpore. Significa, dunque, che lo fa come motore e produttore dell’atto intellettivo. Per descrivere tale unione, Sigieri si serve dell’immagine metaforica del pilota e della nave. L’intelletto, cioè, non si serve del corpo, ma opera nel corpo per portare a termine la sua attività intellettiva.

Il rapporto tra l’intelletto e il corpo è spiegato attraverso la teoria della copulatio, mutuata da Averroè. L’intelletto astrae le specie intelligibili dalle immagini sensibili, fornite dall’immaginazione. In quanto separato, però, l’intelletto è unico per tutti i soggetti pensanti. Soltanto la materia può, difatti, istituire il principio di moltiplicazione.

Questioni in sospeso

La tesi dell’operans in corpore si rivela, agli occhi di Sigieri, quella che meglio si adatta alla concezione dell’intelletto immateriale. Egli la analizza e la approva solamente dal punto di vista filosofico. L’intenzione del Brabantino non è mai stata quella di sostenere una “doppia verità”, ossia una dottrina alternativa a quella cristiana. Egli stesso mette in luce, alla fine della discussione, le questioni che restano di fatto insolute. La separazione e l’unicità dell’intelletto non rende ragione di alcuni problemi fondamentali. Tra questi, Sigieri elenca quello della singolarità dell’atto intellettivo. Pertanto, se l’intelletto è unico per tutta la specie umana, come può allo stesso l’uomo intendere in modo singolare? Questo punto sarà, ad esempio, il focus della critica mossa da Tommaso.

Se di averroismo, dunque, si vuol parlare in relazione alla speculazione di Sigieri, va sottolineato che si tratta di un averroismo problematico. La cui problematicità è evidenziata dallo stesso autore. Alla luce di queste considerazioni, si può ben comprendere il motivo per il quale la recente storiografia abbia riconosciuto tutta la pregnanza filosofica di un pensatore “spregiudicato”.

Alessandra Bocchetti

Bibliografia:

Petagine A., Aristotelismo difficile, Vita e pensiero, Milano 2009.


Commenti

Commenti