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Averroè: il pensiero del filosofo arabo medievale

1619
Corano Averroé

Abū l-Walīd Muhammad ibn Ahmad Rushd, conosciuto al mondo latino con il nome di Averroè, fu medico alla corte degli Almohadi ed ha il grande merito di aver cercato di conciliare la filosofia e la religione, fondata sulla Parola rivelata.

Il commento ad Aristotele

Averroè
Ritratto di Averroé.

Averroè nacque Cordova il 14 Aprile del 1126 e morì a Marrakech il 10 Dicembre 1198. La soluzione che propone Averroè è, per lui, decisiva, e si trova nel Trattato decisivo sull’accordo della religione e della filosofia.

Questo scritto, però, non fu molto noto al mondo latino che conobbe Averroè principalmente per il suo commento a tutte le opere di Aristotele – eccezion fatta per la Politica; i commenti sono di tre generi formalmente diversi:

  • brevi: sono parafrasi originali o sinossi delle discipline cui corrispondono i titoli delle principali opere di Aristotele;
  • medi: commenti più concisi e organizzati per questioni dove è più complicato distinguere il pensiero di Averroè da quello di Aristotele;
  • lunghi: si trovano in questo tipo di commento dirette citazioni del testo, secondo il genere della glossa letterale analitica.

Per Averroè la filosofia di Aristotele è la più perfetta espressione storica – nientedimeno! – della speculazione razionale umana ma si rende necessario epurare dall’aristotelismo le influenze platoniche e neoplatoniche che si sono ad esso sovrapposte durante i secoli; ed è anche ad Avicenna che Averroè si riferisce perché, secondo lui, il difetto del pensiero avicenniano sta nel non aver saputo comprendere in modo adegualo la situazione e la limitazione reciproca tra filosofia e teologia. Non si pensi, però, che Averroè volesse estendere il controllo del pensiero razionalistico anche sui temi relativi alla fede; di questo fu infatti accusato il nostro filosofo che fu costretto all’esilio prima in Andalusia e poi a Marrakech.

Averroè
Il filosofo Averroè ritratto da Raffaello

Averroè e l’accordo tra fede e ragione

Al contrario di ciò che sostenevano i suoi accusatori, Averroé fu un convinto sostenitore della necessità di accordo tra fede e ragione, cioè tra una comprensione vera e profonda del Corano correlata ad una lettura puramente razionale della realtà conoscibile.

L’accordo, se sia fede sia ragione sono strumenti di accesso alla verità, sta nel riconoscimento e nel rispetto reciproco dei rispettivi campi d’azione – per inciso, aveva dunque ragione al-Ghazālī quando criticava quei filosofi che pretendono di spiegare i misteri divini.

Siccome Dio è assolutamente altro, cioè diverso, rispetto al mondo e i ragionamenti umani non possono comprendere i modi e le vie di salvezza di coloro che rispettano la Parola divina, i filosofi che hanno provato a svelare il mistero di Dio sono caduti in errore.

Come i filosofi però errano quando vogliono occuparsi di dottrine concernenti la salvezza ultima dell’uomo, così coloro che seguono il kalām sbagliano quando vogliono esprimere giudizi su realtà naturali non inerenti alla Rivelazione: come dice un famoso proverbio, a ciascuno il suo.

La critica ai teologi

Averroè, inoltre, limita e critica il ruolo dei teologi: costoro, infatti, hanno la presunzione di essere in grado di comprendere ciò in cui credono e si servono dell’allegoria al fine sfruttare la Parola rivelata per i propri scopi; da questo abuso nasce il vero opinabile da cui scaturiscono mali quali il fanatismo o le guerre di religione. Sono dunque i filosofi a dover usare la ragione per arrivare alle conclusioni che fanno da fondamento alla conoscenza scientifica e alla buona convivenza tra gli uomini.

La verità è conosciuta in quanto tale soltanto da Dio e l’intelligenza umana può interpretarla in vari gradi; la scienza umana non è mai del tutto esauriente e può costantemente essere migliorata. Solo Dio, quindi, conosce in modo assoluto e se le verità della scienza contrastano la Rivelazione è proprio in virtù della assoluta conoscenza da parte di Dio.

È vero ciò che gli uomini conoscono ma è legato al fatto che la loro condizione conoscitiva è pur sempre limitata e, quindi, il vero per gli uomini è pur sempre relativo. Dove la ragione non giunge deve intervenire la fede – i miracoli, ad esempio, sono veri ma inspiegabili.

Luigi Santoro

Fonti

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Fonte citazioni: Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, IV, v. 144.

Ulteriori informazioni: G. d’Onofrio, Storia del pensiero medievale

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