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Pulp Fiction: analisi del film di Quentin Tarantino

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Pulp Fiction

Alcune pellicole sono capaci di stravolgere i classici capisaldi del cinema. Tra queste spicca Pulp Fiction, scritto, diretto e in parte interpretato da Quentin Tarantino. Il film, datato 1994, è catalogabile nel genere gangster pulp, esplosivo mix tra thriller, drammatico e commedia. Girato e prodotto interamente a Los Angeles, California, nel 1995 conquista l’oscar nella categoria miglior sceneggiatura originale. Essendo tale sceneggiatura scritta a quattro mani, il premio viene conferito allo stesso Tarantino e a Roger Avary.

Pulp Fiction ha, inoltre, il merito di rilanciare John Travolta, consacrare Bruce Willis e Uma Thurman e scoprire l’innato talento espressionistico e recitativo di Samuel L. Jackson. Si segnalano poi gli immancabili Tim Roth ed Harvey Keitel.

Pulp Fiction: cronologia frammentata, personaggi caricaturali e battute fuori contesto

Pulp Fiction

La pellicola presenta una durata complessiva di due ore e trenta minuti, durante le quali si avvicendano le storie dei vari personaggi, intersecandosi tra loro senza seguire un ordine cronologico. Proprio la tecnica della cronologia frammentata, già utilizzata qualche anno prima ne Le iene, si conferma come uno dei marchi di fabbrica del regista statunitense. Come in gran parte dei film da lui scritti e diretti, Tarantino compare recitando un ruolo da comprimario per non interferire con il lavoro degli attori principali. Le poche scene che lo ritraggono davanti alla macchina da presa vengono girate dall’allora giovanissimo Robert Rodriguez.

La pellicola presenta una caratterizzazione maniacale e caricaturale di ciascun personaggio, degli scambi di battute assolutamente originali seppur fuori dall’asse narrativo e monologhi profondi e geniali. Il colorito mix di elementi contribuisce a rendere Pulp fiction un cult movie appassionante sotto diversi punti di vista.

Pulp Fiction: twist e versetti biblici stile pulp

Pulp Fiction è intriso di scene ed aforismi memorabili, due su tutte entrate di prepotenza nella storia del cinema moderno. La prima è il twist danzato sul piccolo palco di un ristorante da Vincent Vega (John Travolta) e Mia Wallace (Uma Thurman). Si tratta di una scena che racchiude tutta la disarmante spensieratezza caratteriale dei due personaggi. I ballerini incrociano raramente gli sguardi, mentre i corpi danzano distanti l’uno dall’altro, incuranti dei passi da ballo rispettivamente compiuti. Ciò nonostante la coppia mostra asettica complicità, quasi a sottolineare una sorta di empatica armonia celata nel disordine. La danzatoria performance segna il ritorno del redivivo Travolta nella versione dancer che tanta celebrità gli ha donato verso il finire degli anni ’80 col personaggio di Tony Manero.

La seconda, nonché scena madre del film, vede assoluto protagonista uno spiritato Samuel L. Jackson nelle vesti del feroce gangster Juler Winnfield. Quest’ultimo recita a memoria un appositamente creato brano del Vecchio Testamento (Ezechiele , versetto 17, passo 25). Il sicario guarda fisso negli occhi la sua prossima vittima senza mai interrompere le frasi di monito, dopodiché le spara a sangue freddo. La scarica di proiettili appare inevitabile conseguenza dell’enfasi recitativa mostrata dal personaggio durante il minaccioso monologo. La sequenza si rivela un perfetto connubio tra sacro e profano, in cui le parole bibliche si fondono alle spietate azioni compiute dal gangster.

Quentin Tarantino, l’imperfezione alla base del coinvolgimento emotivo

Pulp Fiction

<< Lascio che il pubblico si rilassi, si diverta e poi d’improvviso… boom! voglio trasportarli improvvisamente in un altro film »

In Pulp Fiction ciascun personaggio è un mondo a sé stante legato ad un unico universo, con specifiche debolezze e contraddizioni caratteriali. I dialoghi tra i protagonisti, spesso fuori trama, sono studiatamente creati per confondere e condurre lo spettatore a riflettere sulle reali tematiche sottese alla violenza umana. Trattasi di conversazioni poco cinematografiche, assai spartane, incentrate sulla quotidianità delle situazioni. Non vengono offerte certezze o punti di riferimento in merito alla sorte spettante ai protagonisti, tutto è costantemente in bilico.

La missione professionale del maestro Tarantino appare abbastanza tangibile, egli vuole sorprendere attraverso lo schock emotivo, punta ad abbattere lo spettro delle ovvietà tipiche dei classici cliché cinematografici old school. Lo spettatore ha sempre il vivo sospetto che il film possa cambiare direzione poiché molte cose gli appaiono celate sotto altra veste o forma, nulla viene dato per scontato, tutto potrebbe nascondere un lato… pulp.

Davide Gallo

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