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Cosa vuol dire chiamarsi Antonio!, recensione dello spettacolo di Antonio Fusco

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Cosa vuol dire chiamarsi Antonio

Antonio Fusco, regista della compagnia teatrale “…e Cumpagnia bella”, ha compiuto una scelta coraggiosa a dare vita a Cosa vuol dire chiamarsi Antonio!. La commedia è un libero adattamento di The importance of being Earnest di Oscar Wilde, opera ricca di giochi di parole e riferimenti difficilmente trasponibili in un contesto diverso da quello originario. Nonostante la complessità del processo, Antonio Fusco è riuscito a dar vita a una rappresentazione briosa che ben si confà alla nuova ambientazione partenopea.

Cosa vuol dire chiamarsi Antonio! è andata in scena al teatro Il Principe, sito in Via Ripuaria, Contrada Torre Scafati, 63 (Varcaturo), dall’8 al 10 febbraio 2019, riscontrando un buon successo di pubblico. Della gestione del teatro si occupa l’omonima associazione culturale, dedita, inoltre, alla promozione di ogni forma di cultura sul territorio.

Cosa vuol dire chiamarsi Antonio!: la trama

La trama di Cosa vuol dire chiamarsi Antonio! non si discosta troppo da quella dell’opera di Oscar Wilde. I protagonisti della vicenda sono due giovani nobili, Alberto Tortora (l’attore Luigi Merola) e Gaetano Piscopo (Giosia Moccia), legati da una burrascosa amicizia. Alberto, innamorato della bella Adelina (Gabriella Valente), nipote di Gaetano, farà di tutto per ottenerne la mano, incontrando però l’opposizione della madre della ragazza (Valentina Ferullo). Gaetano, invece, un po’ per sfida e un po’ per noia, cercherà di sedurre la giovane Cecilia (Roberta Ianniello), pupilla di Alberto.

Le schermaglie amorose dei due amici, che entrambi si fingono Antonio Tortora, immaginario fratello di Alberto, si incroceranno in un vortice di equivoci e colpi di scena. Ad alleggerire l’atmosfera le divertenti gag legate ai personaggi del maggiordomo Nicola (Angeloantonio Pezone), del nobile Ubaldo Piscitelli e dell’imbranato Pasqualino (interpretati ambedue da Antonio Fusco). Più serio invece il contributo offerto dalla governante Matilde (Maria Antonietta Riegel) e dal saggio Osvaldo Passalacqua (Attilio Miani), determinanti per lo scioglimento dell’intreccio.

Da Londra a Napoli: uno spostamento nel tempo e nello spazio

Cosa vuol dire chiamarsi Antonio! oltre a trasferire i personaggi ideati da Wilde da Londra a Napoli, li sposta anche nel tempo. Dal XIX secolo essi compiono un balzo in avanti, fino al XX, negli anni tra le due guerre mondiali.

L’originale critica di Wilde alla società inglese e alla vuotezza dei suoi rituali sociali, estranei ai sentimenti autentici e all’inventiva umana, si arricchisce di elementi nuovi. L’aristocrazia, infatti, viene ritratta in una fase di decadenza, in cui deve scegliere se trasformarsi, adattandosi ai tempi, o rassegnarsi a scomparire. Alcuni personaggi accettano tale realtà, preparandosi alla sfida e risolvendo di rifiutare di prendersi troppo sul serio, come Ubaldo Piscitelli. Altri, invece, si rifugiano ancora di più nella vuotezza dei simboli, prendendo la strada dell’intransigenza e restando intrappolati nel passato, come donna Saveria, madre di Adelina.

Sullo sfondo si staglia una Napoli viva e pulsante, con i suoi costumi centenari e le sue “maschere”, fedelmente riprodotti e integrati nella costruzione narrativa. Particolarmente interessante in tal senso è nuovamente Ubaldo Piscitelli, personaggio nato dalla fantasia del regista. Egli è, infatti, il tipico “zio napoletano“, sveglio, facile al riso e al motto di spirito, intelligente, di larghe vedute e in grado di farla sempre franca. Il suo rapporto con la moglie è poi caratterizzato dalla bisbetica conflittualità tipica della commedia napoletana ravvisabile in molte opere di Eduardo De Filippo.

Cosa vuol dire chiamarsi Antonio
Una scena dello spettacolo

Altro personaggio tipicamente partenopeo è il maggiordomo Pasqualino, uomo dalla pessima vista che fatica a comprendere ciò che gli accade intorno, interpretando tutto alla lettera. Perennemente confuso, egli non fa che combinare guai, lamentandosi poi incessantemente delle proprie – piccole o grandi – disgrazie.

Ottima anche la costruzione dei personaggi femminili, portatori di diversi tipi di femminilità e dotati di uno spazio proprio, indipendente da quello dei loro partner. Anche nella realizzazione di tali personaggi è presente l’ironia del regista che si rifà ad altrettanti archetipi partenopei.

Alessandro Ruffo

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