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Globalizzazione: dall’economia agli aspetti politico-sociali

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L’analisi della globalizzazione comporta una doppia difficoltà. Alla ricchezza dell’argomento, infatti, si aggiunge la sua quasi inevitabile declinazione ideologica. Come ci dice, infatti, Tommaso Detti, professore emerito dell’Università di Siena, parlare di globalizzazione in modo apolitico è quasi impossibile. Essa viene, infatti, vista ora come l’origine di tutti i mali, ora come un fenomeno intrinsecamente positivo.

Chiunque segua la politica degli ultimi tempi, infatti, può percepire facilmente la sua importanza per i dibattiti quotidiani. Se, però, rinunciamo alle prospettive ideologicamente viziate, come può essere intesa di preciso la globalizzazione?

 

Origine del termine globalizzazione


Come appurato anche in un precedente articolo dedicato al concetto di “rivoluzione”, le scienze sociali spesso prendono parole in prestito da quelle naturali. Il termine “globalizzazione” non fa eccezione. Esso, infatti, rientra nella psicopedagogia ed indica quella funzione di apprendimento, tipica dei bambini, per cui la realtà esterna viene analizzata non nelle sue parti, ma in un tutto sintetico. L’analogia con il fenomeno sociale è evidente. Infatti la globalizzazione viene così definita:

“fenomeno di unificazione dei mercati a livello mondiale, consentito dalla diffusione delle innovazioni tecnologiche, specie nel campo della telematica, che hanno spinto verso modelli di consumo e di produzione più uniformi e convergenti; anche, le conseguenze politiche e sociali di tale unificazione”.

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Mappa dell’espansione di Netflix

Come si vede, il dizionario della prestigiosa enciclopedia Treccani, da noi consultato, pone l’accento anzitutto sugli aspetti economici della globalizzazione (parla, infatti, all’inizio della definizione, di “globalizzazione dei mercati”). Difficile dissentire poiché la globalizzazione è, sicuramente, innanzitutto un fenomeno economico.

Qui, però, sorge la prima questione. Quando datare, infatti, precisamente il suo inizio? Da un lato, vi è chi propende per un’epoca molto recente, ad esempio gli anni ’90 e la rivoluzione digitale. Altri fanno, invece, notare come l’interdipendenza economica globale avesse raggiunto livelli significativi già alla vigilia della prima guerra mondiale. Piuttosto, allora, che a fattori meramente numerici, come l’entità dei flussi transnazionali di capitale, per cogliere i caratteri specifici della globalizzazione del XXI secolo bisogna guardare alle modalità con cui si presenta. Per fare questo, introduciamo due termini molto particolari che ci aiuteranno nella nostra disamina.

 

Cocacolonizzazione e glocalizzazione

La parola cocacolonizzazione potrebbe sembrare un fantasioso neologismo (anche, per la verità, un po’ cacofonico). Sorprendentemente, invece, ha quasi sessant’anni: fu, infatti, coniata negli anni ’60 dal comunismo francese. Derivato dal nome della celeberrima bibita, il termine intendeva polemizzare con l’appiattimento culturale causato dalla diffusione, in tutto il mondo, dei medesimi stili di vita e, come abbiamo letto nella definizione di sopra, “modelli di consumo”. (C’è anche, come si può intuire, un chiaro attacco alla penetrazione neocoloniale delle grandi multinazionali). In effetti, per tornare al discorso precedente, cento anni fa sarebbe stato abbastanza improbabile pensare a una bibita venduta allo stesso modo tanto a New York quanto in un paesino dell’entroterra molisano.

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Certo, il commercio internazionale di bevande come i vini già esisteva, ma i livelli di espansione globale di prodotti come, appunto, la Coca-Cola® erano impensabili. Questo non soltanto per il diverso contesto economico-culturale, ma anche perché, obiettivamente, le tecnologie della nostra epoca offrono possibilità di interconnessione mai viste prima. Basti pensare, ad esempio, all’abbattimento delle distanze spazio-temporali grazie ai trasporti o a Internet.

Dall’altro lato, però, è anche vero che differenze profonde tra le varie realtà culturali permangono. Ecco, allora, che subentra la glocalizzazione. Termine elaborato anche da Bauman, esso indica l’applicazione a livello locale dei prodotti o servizi creati grazie alla globalizzazione. Questa interconnessione tra globale e locale ci permette di passare dagli aspetti economici della globalizzazione a quelli politico-sociali, strettamente interconnessi, che abbiamo letto nella definizione iniziale.

 

Le conseguenze politiche e sociali della globalizzazione

Delle conseguenze politiche della globalizzazione abbiamo in parte trattato in altri articoli, ad esempio quello sul regionalismo statale. La crescente interdipendenza a livello internazionale mette gravemente in discussione la sopravvivenza dello Stato-nazione così come lo conosciamo oggi. Si può dire, infatti, che la glocalizzazione di cui sopra riguardi non solo l’economia, ma anche la politica. Infatti, ai movimenti e partiti globalisti si contrappongono quelli neonazionalisti o che, comunque, vogliono salvaguardare la loro identità da quella che è percepita come una crescente omologazione.

Donald Trump, globalizzazione
Donald Trump, presidente USA, noto antiglobalista

Le conseguenze sociali, invece, richiederebbero da sole un articolo a parte. Alcune le abbiamo già analizzate: interconnessione tra le società, diffusione di abitudini culturali su scala planetaria, riduzione delle distanze sia temporali sia spaziali. Altre, invece, come ad esempio gli effetti della globalizzazione in settori come il clima, il lavoro o l’immigrazione, di cui sentiamo parlare tutti i giorni, animano discussioni che è impossibile riassumere qui. Ciò si deve, tra l’altro, al cosiddetto vizio ideologico che abbiamo accennato all’inizio dell’articolo, e che una trattazione divulgativa dovrebbe sempre cercare di evitare.

Francesco Robustelli

 

Sitografia

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L’immagine di copertina è ripresa dal sito: www.fondacoeuropa.eu

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