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Nichilisti incapaci: Beckett attraverso Günther Anders

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Günther Anders

Günther Anders, filosofo e saggista allievo di Husserl e Heidegger, si è dedicato principalmente allo studio dei rischi legati allo sviluppo della tecnica. Il suo capolavoro filosofico, L’uomo è antiquato, pubblicato nel ’56, analizza infatti gli effetti dei media a lui contemporanei e si interroga sul significato e le implicazioni di un oggetto quale la bomba atomica.

Tuttavia Anders è stato anche un prolifico scrittore di narrativa e un attento critico in campo artistico, dalla letteratura alla pittura e scultura. Il suo contributo più famoso è probabilmente Kafka. Pro e contro, ma le sue analisi toccano anche autori come Alfred Döblin, Bertold Brecht e Samuel Beckett.

Günther Anders
Günther Anders nel 1949

L’interpretazione andersiana di Aspettando Godot si trova all’interno del sopracitato testo sulla tecnica e dà una lettura del pezzo teatrale di Beckett lucida e profonda. Respingendo in toto qualsiasi tendenza religiosa, Anders descrive le vicende di Vladimir ed Estragon come la parabola dell’uomo senza senso.

Una parabola negativa

Aspettando Godot, senza dubbio, è uno dei più celebri pezzi teatrali del ‘900. Fu pubblicato per la prima volta nel ’52 e messo in scena l’anno successivo. I protagonisti Vladimir ed Estragon sono in attesa di un tale Godot, di cui sanno poco o nulla, men che meno quando e se riusciranno ad incontrarlo. Articolata in due atti, la pièce ripete in realtà gli stessi eventi senza alcuna progressione effettiva.

La lettura di Anders mette a fuoco i punti salienti dell’opera per ricostruire l’immagine dell’individuo post-moderno, incapace di dare senso alla propria vita. Privo di una vera e propria trama, di tensione drammatica o di eventi sospinti da personaggi, l’opera si qualifica come una delle più rappresentative del teatro dell’assurdo.

“…la favola distrutta, che non va avanti, diventa la favola adatta a illustrare la vita che non va avanti”.(p. 203)

Il carattere del tutto amorfo dell’opera di Beckett è giustificato dal suo obiettivo, perseguito in modo radicale, ovvero descrivere un’umanità priva di direzione. Anders ne individua il fulcro nella totale perdita di contatto con il mondo, che rende impossibile qualsiasi tipo di tragicità. Paradossalmente, è proprio l’inattingibilità del tragico l’ultima forma di tragedia a sopravvivere. Tutto diviene farsa su di un piano essenziale, sicché si parla di “farsa ontologica”. I protagonisti sono “clown pigri o paralizzati”, posti in un non-luogo e incapaci di interagire propriamente con il mondo.

Vivere per passare il tempo: la condizione umana tra Günther Anders e Samuel Beckett

L’interpretazione di Anders si inscrive nella sua analisi della tecnica. Tramite mass media, globalizzazione e diffusione del consumo di massa, è cambiato il modo con cui ci rapportiamo al mondo. La nostra autonomia tende ad atrofizzarsi, poiché siamo sempre più abituati ad “essere fatti fare” piuttosto che fare noi stessi. Orfani di qualsiasi senso, indugiamo in azioni insensate e viviamo per inerzia, perché ci “ritroviamo a vivere”.

Secondo Günther Anders, si tratta esattamente di ciò che Beckett mette in scena. L’inettitudine dei protagonisti e l’inanità dei loro gesti traspare da ogni riga del testo. Essi restano perpetuamente (per aspettare Godot) e per questo la loro condizione essenziale è l’attesa. Beckett ha più volte aggirato la questione dell’identità del misterioso personaggio e Anders motiva la cosa sottolineando che la parte più rilevante del titolo sia l’aspettando. Si badi che non si tratta dell’attesa di qualcosa, sia essa di Dio, del destino o della morte. Piuttosto, si tratta della vita che continua a vivere nonostante la mancanza di senso e si convince di aspettare qualcosa.

Se i due si chiedono se sia il caso di abbracciarsi o rallegrarsi, se Estragon si sfila e infila la scarpa più volte, se iniziano frasi e discorsi destinati a rimanere inconclusi, è perché tentano di “riempire” il tempo che si staglia loro davanti. Il tempo non è che una “poltiglia” da smuovere in qualche modo, in maniera speculare al nostro dedicarci a hobby e “passa-tempo”.

Non sorprende dunque che la comparsa di Pozzo e Lucky sia ammaliante. Rappresentazione vivente della figura hegeliana servo-padrone, essi si “mettono in moto” reciprocamente. Lucky trascina Pozzo ed è da lui costretto, mentre Pozzo è trascinato da Lucky e lo costringe a farlo. Immobilizzati nell’attesa, i protagonisti non possono che invidiare una pur non invidiabile forma di movimento.

La consolatoria immagine dei nichilisti incapaci

Nel loro far da specchio a coloro che sono incapaci di prendere decisioni da sé, i personaggi appaiono privi di progettualità. La stessa percezione del tempo, che potrebbe assumere una forma, se guidata da un progetto, è compromessa. Solo Vladimir ricorda ciò che è accaduto in passato, come dimostra il secondo atto, mentre Estragon, Pozzo e Lucky ricordano confusamente o non ricordano affatto. Non a caso il saggio è intitolato “Essere senza tempo”.

Al contempo, sono anche incapaci di comprendere l’irredimibile condizione di insensatezza in cui si trovano a vivere e perciò risultano estremamente tragicomici. È proprio per questo che Günther Anders li delinea non come nichilisti, ma come individui incapaci di nichilismo. Perseverano nell’attesa poiché non sono in grado di prendere posizione davanti al mancato arrivo di Godot. Che il suicidio, la scelta più estrema verso se stessi, sia a più riprese preso in considerazione, ma mai messo in atto, ne è la prova.

La riuscita del capolavoro di Beckett sta nel rappresentare la condizione attuale e perfino il destino dell’individuo contemporaneo. Eppure, lo spettatore sembra ostinarsi a rimanere ignaro della sua condizione, reale e non fittizia come nel caso dei personaggi. Tanto che, dice Anders, più che Estragon e Vladimir, siamo noi ad apparire dei buffoni.

Günther Anders
Samuel Beckett

Nonostante il tono desolante dell’opera, Anders chiude con una considerazione forse non consolante, ma almeno consolatoria e agrodolce. Osservare i protagonisti e ridere delle loro insensatezze, percependoli al contempo vicini a noi, suscita solidarietà e un, seppur effimero, conforto. Anche se si tratta di un conforto senza un progetto o uno scopo, tutto ciò dimostra comunque che:

“…il calore è più importante del significato; e che non è al metafisico che spetta l’ultima parola, ma soltanto a colui che sente amore per l’umanità”. (p. 217)

Giovanni Di Rienzo

 

Bibliografia

Günther Anders, L’uomo è antiquato. Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, Torino, [1956] 2007.

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