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Michel Onfray e la morale edonista

1923
onfray

L’espressione “morale edonista” potrebbe apparire agli occhi dei più alquanto forzata e in gran misura assimilabile alla figura retorica dell’ossimoro: la morale attiene in linea di massima alla sfera spirituale ed ha a che fare con le regole del comportamento sociale; l’edonismo è solitamente riconducibile ad un atteggiamento considerato dai più egoistico, poiché mette al primo posto la ricerca del piacere. Michel Onfray, filosofo francese votato alla messa in pratica della filosofia, cerca di tracciare i contorni di una nuova moralità che possa adeguatamente inserirsi nella prospettiva edonista.

Il materialismo di Onfray

OnfrayIl testo La potenza di esistere, espressione che Onfray riprende da Spinoza, può essere considerato un compendio delle sue teorie, oltre che il manifesto del suo edonismo. Lo scritto è preceduto da una breve autobiografia, in cui egli narra delle vicissitudini legate ad un’infanzia difficile, che però non gli hanno impedito di sviluppare un pensiero critico e di costruire una personale visione del mondo. Fervente sostenitore dell’ateismo, Onfray parte dal presupposto che la storiografia abbia privilegiato sin dagli esordi della storia filosofica il platonismo e il discendente cristianesimo, a discapito di correnti laiche e maggiormente votate alla pratica esistenziale della filosofia. Basti pensare alla scarsa attenzione che gli studiosi e gli stessi filosofi hanno riservato agli epicurei e ai cinici. Da queste prime considerazioni si evince che la posizione di Onfray è indubbiamente materialista.

Riguardo al disprezzo che Hegel nutriva nei confronti di Diogene, egli infatti scrive:

L’hegeliano incarna a meraviglia l’imbecille che guarda il dito che indica la luna. Ogni teoria si dice, si scrive nei testi già pubblicati da Diogene […] Tutti teatralizzano il loro pensiero che non si trova solo su carta ma anche nel gesto del corpo. Il corpo serve a teatralizzare il pensiero, a mettere in scena idee.

Da qui l’importanza del corpo inteso come carne vivente, cioè il carattere immanente che sta alla base di tutto, e non quello virtuale e angelico di stampo platonico. Coloro che più di tutti si sarebbero avvicinati a questa accezione sono, secondo Onfray, proprio i Lumi dimenticati del XVIII secolo, come l’abate Meslier e La Mettrie, ai quali si deve l’idea di un mondo post-cristiano e la possibilità di una nuova concezione della morale e dell’edonismo.

Il prospetto concentrico della morale edonista

La riflessione sulla morale di Onfray si apre con una critica alla morale cristiana, che egli non ha difficoltà a connotare come inumana, giacché l’altro viene amato non per ciò che è in sé ma perché Dio lo richiede. A questa morale egli oppone l’etica aristocratica e selettiva, che immagina strutturata secondo uno schema ben preciso. Si tratta di un insieme di cerchi etici concentrici al cui centro sorge il soggetto. Il dispositivo in questione è inoltre soggetto a due tipi di forza: centripeta e centrifuga. L’etica si realizza attraverso il modo in cui questi cerchi entrano in relazione tra loro. Per Onfray questa è a tutti gli di effetti un’etica dinamica, che non poggia cioè su presupposti fissi come l’amore, l’amicizia, la gentilezza e la civiltà, ma sulle momentanee manifestazioni di questi. Egli, infatti, scrive:

Poiché l’Amicizia platonica non esiste, ma soltanto le sue incarnazioni, le prove di amicizia avvicinano, le testimonianze di inimicizia allontanano. […] Le unità di misura morali dipendono dall’impercettibile, dal microscopico visibile solo all’occhio esercitato alle variazioni atomiche. L’equilibrio di questo dispositivo è continuamente instabile, alla mercé di sconvolgimenti generati dal battito d’ali di una farfalla.

A fronte di ciò sorgono, però, una serie di perplessità che riguardano perlopiù la possibilità di costruire una morale edonista che poggi le basi su un equilibrio così precario e soggetto ad una continua ridefinizione. Se il bene assoluto deve coincidere con il piacere, come prescrive la morale edonista, come si raggiunge questo stato dal momento che alla base del prospetto concentrico vi è per l’appunto una continua tensione delle parti? Inoltre, Il piacere personale deve scavalcare quello dell’altro? Senza considerare che il piacere così concepito non tiene conto della nozione di desiderio inteso come mancanza.

Cortesia, erotismo e uguaglianza nella riflessione di Onfray

OnfrayOnfray tenta di rispondere ad alcuni dei quesiti suddetti in modo più o meno chiaro. Egli accentua in primo luogo il valore della cortesia nella pratica della morale edonista, attribuendole una funzione regolativa. La cortesia è infatti un insieme di rituali, gesti, espressioni e formule che favoriscono il funzionamento del rapporto con l’altro. Ciò porta il filosofo a ravvedere nella cortesia ciò che caratterizza più propriamente la componente erotica, intendendo quest’ultima come l’opposto della sessualità bestiale ed egoistica. Per ciò che concerne invece la teoria, sostenuta pervicacemente da Lacan e non solo, del desiderio come emblema della mancanza, Onfray arriva a sostenere una tesi del tutto avversa ad essa. Per il filosofo si tratta di una vera e propria leggenda, creata ad hoc dall’Occidente per sminuire l’erotismo femminile.

Già a partire dal Simposio di Platone, attraverso il mito narrato da Aristofane, viene portata in auge l’idea della frammentarietà e dell’incompletezza come base imprescindibile di ogni esistenza. La ricerca della soddisfazione, mossa però dall’idea che essa sia inattingibile, genera per Onfray non solo un insensato circolo vizioso ma un ulteriore grado di frustrazione masochistica. Il problema sarebbe che le strutture primitive (è il caso della famiglia composta da uomo e donna con differenti mansioni) sono divenute leggi fondanti della società. Alla base di questa dinamica vi sono questioni culturali e religiose, che hanno compromesso anche la capacità di distinguere tra procreazione, sesso e amore. Quel che sembra certo agli occhi dell’intellettuale francese è che la strada da percorrere sia ancora lunga prima che la società possa essere in grado di pensare positivamente all’appellativo di “Don Giovanni femmina” e solo quando ciò accadrà sarà possibile definire davvero il valore dell’uguaglianza.

Giuseppina Di Luna

Bibliografia

Michel Onfray, La potenza di esistere. Manifesto edonista, ed. Tea, Milano 2011.

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