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Michael Billig e la banalità del nazionalismo occidentale

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Alzabandiera alla Piazza dei Tre Poteri di Brasilia

Tra tutte le teorie che si occupano dell’argomento nazionalismo, una delle più interessanti è sicuramente quella del sociologo Michael Billig. Egli, in un suo testo del 1995, si concentra sui modi in cui la nazione viene comunicata dallo Stato ai propri cittadini. Il titolo dell’opera, molto particolare, è un’efficace anticipazione della tesi che propone: “Banal nationalism“. In che modo, però, il nazionalismo sarebbe “banale”?

Il nazionalismo come fenomeno moderno occidentale

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Michael Billig

Michael Billig è professore di scienze sociali all’università di Loughborough. La sua teoria sul nazionalismo si inserisce negli approcci cosiddetti modernisti allo studio del fenomeno. Contrariamente a chi sostiene che le nazioni esistano ab aeterno, come i primordialisti, oppure che siano basate su comunità preesistenti, tesi degli etnosimbolisti, i modernisti affermano che esse sono un prodotto della modernità.

Le narrazioni nazionaliste, infatti, secondo questi ultimi non si sarebbero mai potute trasmettere a comunità estese come le nazioni contemporanee senza l’aiuto di mezzi quali la scuola o la televisione. Questo vuol dire che il nazionalismo, lungi dall’essere – solo – il movimento estremista cui spesso associamo la parola, è un’ideologia che ritroviamo nella vita di tutti i giorni. Soprattutto, argomenta Billig, mentre la cultura occidentale è spesso portata a vederlo come un fenomeno esotico e “barbaro”, esso anima anche e soprattutto le società dei Paesi più avanzati.

Ogni Stato, infatti, ha bisogno di cementificare la fedeltà dei suoi cittadini “comunicando” loro l’identità nazionale. Questo avviene con pratiche quotidiane, alle quali spesso non facciamo nemmeno caso, e che giustificano la dicitura, da parte di Billig, di “banal nationalism”.

Il nazionalismo banale nello sport

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Tifosi russi all’ultimo mondiale di calcio

Uno dei campi a cui viene applicata la teoria di Billig è lo sport. Le competizioni, infatti, sono spesso organizzate su base nazionale e quasi sempre gli spettatori sostengono gli atleti loro compatrioti. Quanto appena detto ci sembra così ovvio che suona strano considerare altri criteri in base ai quali potremmo scegliere chi supportare, come la bravura tecnica.

Lo sport, tuttavia, a nostro avviso non è del tutto calzante con il discorso di Billig per due motivi. In primis, si tratta di una manifestazione di nazionalismo evidente e, per così dire, rumorosa. L’autore preferisce, invece, rivolgere la sua attenzione a modalità più sottili e quotidiane – per l’appunto, “banali” – di riproduzione dell’ideologia. Soprattutto, inoltre, durante i grandi eventi sportivi il nazionalismo è qualcosa cui le persone aderiscono spontaneamente. Piuttosto che il loro comportamento, però, a Billig interessa analizzare quello delle istituzioni dello Stato che devono comunicare loro tale sentimento.

Un esempio da lui proposto è quello della scuola. Luogo di formazione dei cittadini per eccellenza, essa è, pertanto, la prima fonte di comunicazione dell’identità nazionale. Ritroviamo quest’ultima dappertutto, dai programmi scolastici alle cerimonie che spesso hanno luogo nei plessi. In alcuni Paesi del mondo, vi risuona settimanalmente o persino quotidianamente l’inno nazionale. Tutto, insomma, contribuisce a socializzare gli alunni come membri di una determinata comunità.

Il flagging secondo Billig

I meccanismi individuati da Billig, tuttavia, non sono solo pratiche materiali. Uno dei suoi contributi principali sta nello studio del flagging. Il termine deriva dalla parola “flag“, “bandiera”. Questo proprio perché, secondo l’autore, l’esistenza della nazione viene espressa già semplicemente dall’esposizione dei simboli che la rappresentano. Le bandiere sono i più evidenti, ma pensiamo anche alle monete, ai francobolli e a tutti i documenti ufficiali. Le immagini hanno una forza comunicativa potentissima cui spesso non prestiamo attenzione. Eppure, sono le prime cose che usiamo quando vogliamo mostrare il nostro sostegno all’identità nazionale, come nel caso delle competizioni sportive di cui abbiamo parlato sopra.

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La raffigurazione della nazione si insinua anche in contesti dove non ce la aspetteremmo e dove, a una riflessione più attenta, potrebbe risultare persino insensata. Un esempio di ciò, secondo Billig, è dato dalle previsioni del meteo. Spesso esse vengono trasmesse con una cartina del nostro Paese sullo sfondo. I fenomeni atmosferici, però, sono forse dipendenti dai confini tracciati dagli esseri umani?

Infine, possiamo individuare un ultimo dominio del banal nationalism nella pubblicità. Quanto spesso vediamo prodotti reclamizzati sia con discorsi sia con immagini che fanno riferimento all’identità nazionale? Indirizzarsi a dei consumatori ben precisi, dopotutto, è da sempre una strategia di marketing vincente. Nel caso della comunità nazionale, però, affinché tale gruppo di consumatori esista, è necessario che essi se ne sentano parte. Proprio a questo serve, quotidianamente, il banal nationalism.

Francesco Robustelli

Bibliografia

Painter, Jeffrey, Geografia politica, ed.SAGE Publications, 2009, it.UTET, 2011

M. Billig, Banal Nationalism, ed.SAGE Publications, 1995, in Painter, Jeffrey, op.cit.

Sitografia

The banal nationalism of intercultural communication advice

us.sagepub.com

Fonti media

commons.wikimedia.org

sputniknews.com

us.sagepub.com

www.meteoweb.eu

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