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Baudelaire e le donne: l’ambivalenza della “femme fatale”

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Baudelaire

BaudelaireL’amore di Charles Baudelaire per le donne è espresso come gusto della vita, fascinazione della bellezza e sogno impossibile di “un altrove” dove l’esistenza scorra serena e speranzosa.

D’altronde la donna amata ha sempre ispirato autori la cui poesia sembra essere un viaggio irripetibile di libertà alla ricerca di uno sguardo benefico che suggestiona e che solo le donne sanno indossare, ma il poeta parigino ha cantato idealizzando la figura femminile a modo suo, guardando alle due forme complementari dell’amore umano senza riuscire però a fonderle insieme: la forma spiritualizzata e consacrata dello slancio amoroso dell’anima, riducendo il corpo a semplice mezzo per l’incontro delle due anime; così come ne ha cantato la forma materiale della passione sensuale e carnale.

La donna per Baudelaire: la “femme fatale”

La donna ha una forza suggestiva tale da influenzare profondamente il lavoro di Baudelaire, ed è una figura essenziale per un processo interiore che ha affinato la sensibilità di dandy del poeta. Vediamo solo alcuni dei numerosi versi baudelairiani dedicati alle donne.

BaudelaireIl poeta francese vede nell’amore sensuale una fonte di evasione attraverso l’erotismo e il piacere estetico. La bellezza della donna e il profumo dei suoi capelli, rianimano un mondo di sensazioni. Baudelaire analizza anche le amarezze di questo amore: tradimenti, crudeltà, perversione, turbamenti dell’animo.

La donna del poeta francese è una figura ambigua: tanto bella e benefica quanto terribile ed ingannatrice. L’amore piuttosto che portare pace, ha un gusto del peccato e della morte. L’amore carnale per una donna corrisponde all’amore satanico, che porterà il poeta a non poterne più fare a meno.

La donna non è più legata ad un ideale religioso e la perfezione femminile non è la madonna o donna-angelo degli stilnovisti, ma diviene una figura ambigua, spesso cattiva: una “femme fatale”, cosciente della sua sessualità e dell’effetto che ha sugli uomini, proprio per questo l’uomo prende una posizione “sottomessa” diventa dipendente dalle passioni che lei gli ispira e pur invocando la libertà non la desidera.

Le poesie dei “Fiori del maleche hanno per soggetto le donne testimoniano la mancanza d’inserimento del poeta nella realtà: l’uomo che aspira alla perfezione in ogni ambito diventa vittima dei propri sensi. L’uomo quindi precipita nella tentazione di un amore che non ha più niente di celeste, ma che preserva tratti demoniaci come nel caso della poesia Il vampiro:

“Tu, come lama di coltello
sei entrata nel mio cuore in lacrime!
Tu, forte come una torma
di demoni folle e in ghingheri,

sei venuta a fare del mio spirito
umiliato il tuo letto ed il tuo regno!
Tu, infame alla quale son legato
come il forzato alla catena,

come il testardo giocatore al gioco,
come il beone alla bottiglia,
come la carogna ai suoi vermi!
Maledetta! Maledetta!

Ho pregato la spada rapida
di conquistare la mia libertà;
ho detto al perfido veleno
di scorrere me vile;

macché! Il Veleno e la Spada
con disprezzo m’han detto:
“Sei indegno di esser strappato
alla tua maledetta schiavitù,

imbecille! se pure i nostri sforzi
ti liberassero da quel dominio,

tu stesso coi tuoi baci resusciteresti

il cadavere del tuo vampiro!”

Baudelaire
Jeanne Duval ritratta da Édouard Manet

In questa poesia, la donna è per Baudelaire una femmina perversa che si accosta alla figura del vampiro. L’eros non è quasi mai capace di distaccare estasi e disprezzo e l’artista trova la donna tanto più seducente quanto più ripugnante, bisognosa di trovare vittime ogni giorno. La poesia è un chiarissimo sfogo contro Jeanne Duval, attrice con cui Baudelaire visse una storia d’amore tormentata, piena di litigi e abbandoni mai definitivi.

La figura diametralmente opposta alla donna-angelo è espressa nella poesia di ispirazione dantesca dal titolo, appunto, La Beatrice. Al contrario della donna di Dante, quella di Baudelaire non dona beatitudine. Questa lirica è la rappresentazione di un episodio surreale in cui diavoletti o piccoli esseri malvagi accerchiano il poeta per schernirlo sminuendo anche la sua poesia. Il poeta potrebbe tranquillamente restare indifferente, ma resta fortemente mortificato quando si accorge che in questa folla infernale che lo insulta c’è anche la sua donna:

“In terre brulle, prive di verzura

Gridavo il mio lamento alla natura,

Poi vagando di sentiero in sentiero.

Quando una nube nel fulgor del giorno

Discese minacciosa a me dintorno:

Una schiera di diavoli viziosi

Simili a nani crudeli e curiosi

Si misero a osservarmi con freddo occhio,

Come folla che attorno a un pazzo è in crocchio,

Sghignazzare e bisbigliare li vidi,

Scambiarsi torve occhiate, cenni infidi.

«Godiamoci questa caricatura

Che d’Amleto imita gesti e figura,

Lo sguardo perso in cielo, chioma al vento:

Non vi fa pena questo bel portento,

Bavoso istrione bolso e degradato,

Che sol perché sa l’arte d’ispirato

Col canto vuol attrarre ai suoi motivi

Aquile grilli prati in fiore rivi

E noi maestri di queste arti trite?»

Avrei potuto volgere la testa,

Poiché l’ardire mio nella tempesta

L’infernal tresca dall’alto sovrasta,

Se non avessi in quell’onda nefasta

Visto (non trema il cielo a tali eventi?)

Lei, la mia donna dagli occhi lucenti,

Che con loro del mio soffrir rideva

Mentre laide carezza concedeva”

Baudelaire

Le realtà astratte presentate con il pretesto della donna risultano ambivalenti: per Baudelaire, la mente e il corpo, l’anima e la sensualità sono strettamente legate: bellezza plastica e bellezza spirituale sono simili, e questo è probabilmente il motivo per cui Baudelaire le mescola nella sua poetica. Inoltre, l’attrattiva fisica delle donne a causare movimenti spirituali nel poeta.

La donna come figura angelica nella scansione di un amore platonico è cantata da Baudelaire. Nella poesia A una passante” nel contesto urbano di una Parigi caotica Baudelaire vede una bella donna e rimane stupefatto al suo passaggio: quando lei se ne va lui pensa ad un’occasione persa che non ci sarà mai più.

“La strada era assordante, urlava tutt’intorno.
Esile ed alta, in lutto, regina dolorosa
Una donna passò, con la mano fastosa
Sollevando il vestito, di trine e balze adorno.

Leggera, nelle gambe una scultorea grazia.
Negli occhi suoi, ove s’annuncia l’uragano,
Bevevo, come quello che s’è fatto ossesso e strano,
La dolcezza che incanta, il piacere che strazia.

Un lampo… poi la notte! Bellezza fuggitiva,
Che con un solo sguardo la vita m’hai ridato,
Non ti vedrò più dunque che nell’eterna riva?

Altrove, in lontananza, e tardi, o forse mai!
Non so dove tu fuggi, tu non sai dove vado,
Io ti avrei certo amato, e tu certo lo sai!”

Qui la donna è ancora più bella per la sua tristezza: il suo occhio rappresenta uno sconvolgimento dello sguardo, la sua dolcezza è qualcosa di eterno e il suo piacere è qualcosa di pericoloso, che uccide. Il lampo rappresenta l’apparizione, il rivivere, la sua esaltazione emotiva per pochi secondi. Con la notte si riferisce al senso di vuoto che il poeta prova dopo che la donna è scomparsa e ritorna alla sua noia esistenziale.

La dedica di Baudelaire de “I Paradisi artificiali”

BaudelaireBaudelaire pubblica, nel 1860, I paradisi artificiali, un saggio che tratta l’uso di droghe, soprattutto hashish ed oppio, come palliativi alla grigia realtà e mezzi per assecondare il gusto dell’ ”infinito” tanto desiderato e mai appagato.

L’opera si apre con la dedica ad una donna celata con l’acronimo “J.G.F.” che si pensa fosse una certa Juliette Gex-Fagon, anche se gli studiosi propendono a identificarla in Jeanne Lemer. Se così fosse, la dedica dovrebbe essere letta come “A Jeanne Grand Femme” (A Jeanne Gran Donna), oppure “A Jeanne Gracieuse Feline” (A Jeanne Graziosa Felina), riferendosi alla poesia erotica “Il gatto” dei Fiori del male in cui la donna è paragonata al felino sensuale e graffiante.

Proprio all’inizio de “I paradisi artificiali” compare questa dedica, dove il poeta francese spiega il motivo per cui abbia dedicato un’opera sulle sostanze psicotrope e i piaceri artificiali ad una donna, fonte di piaceri naturali.

“Agli ingenui sembrerà strano e persino incoerente che un quadro delle voluttà artificiali sia dedicato a una donna, la fonte più comune delle voluttà naturali. Ma tant’è: come il mondo naturale penetra nel mondo spirituale e lo alimenta, contribuendo a formare così quell’ineffabile amalgama che chiamiamo individualità, allo stesso modo la donna è la creatura che proietta l’ombra maggiore o la maggior luce nei nostri sogni. La donna è fatalmente suggestiva, vive una vita tutta diversa dalla sua propria, vive spiritualmente nelle fantasie che suscita e feconda.”

La donna cantata da Baudeaire, nel bene o nel male, condiziona l’atteggiamento dell’uomo, come un ambiguo angelo custode che si cela dietro ogni nostra manifestazione esistenziale: è lei che scuote la nostra coscienza e ci spinge all’azione, alla conquista o alla poesia.

Maurizio Marchese

Bibliografia

Charles Baudelaire, I fiori del male, traduzione e cura di Antonio Prete, Feltrinelli, Stampa Nuovo Istituto d’Arti Grafiche-BG, 2010.

Charles Baudelaire, I paradisi artificiali, a cura di Nicola Mustichiello, BUR, Milano, 2011.

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