Home Antica Grecia Mitologia greca La maledizione di Edipo: i Sette contro Tebe

La maledizione di Edipo: i Sette contro Tebe

7561

Edipo, prima di morire, maledisse i suoi figli augurandogli morte reciproca nello stesso giorno. Il preludio così di una guerra per la successione al trono di Tebe era stato lanciato: Polinice fu cacciato dalla città da Eteocle e, dopo il rifiuto del padre di aiutarlo a sconfiggere l’infame germano, trovò rifugio in Argolide, presso il re Adrasto di Argo. Qui il re organizzò una delle guerre più famose del mito greco: i Sette contro Tebe.

Il “leone” ed il “cinghiale” combattono alla corte di Adrasto

 

Da parecchio tempo, ad Argo, giungevano i principi delle più nobili casate di tutta l’Ellade per chiedere in sposa Argia o Deipile, le figlie del re Adrasto.

Il sovrano, per non inimicare tutti i pretendenti scegliendo due persone a caso, consultò l’oracolo di Delfi; il responso della Pizia fu quello di aggiogare ad un carro a due ruote il cinghiale ed il leone che combattono nel suo palazzo; in parole povere, Adrasto avrebbe dovuto far maritare le figlie con un leone ed un cinghiale.

Il significato dell’oracolo

Mentre Adrasto rifletteva sulla non facile interpretazione dell’oracolo, in quella stessa notte, Polinice arrivò ad Argo ed incontrò Tideo, anche lui esule, di Calidone, punito per aver involontariamente ucciso suo fratello. Poco dopo, s’udì un fracasso d’armi: i due stavano combattendo per chiedere al re un posto per la notte.

Adrasto uscì dal portone della reggia per separare i contendenti, quand’ecco che vide i segni distintivi sugli scudi dei due ed intuì così il responso dell’oracolo: il leone ed il cinghiale sono gli stendardi delle casate dei Cadmei e degli Oineidi.

Il re così li fece accomodare nella sua reggia ed in poco tempo diede in sposa Deipile a Tideo e Argia a Polinice. Adrasto promise, come dono di nozze, ad ambo i generi di reinsediarli nelle rispettive città, ovvero il primo a Calidone ed il secondo a Tebe. Dopo un anno nacquero Diomede e Tersandro.

I Sette contro Tebe

I Sette contro Tebe
Stadio di Nemea

Adrasto riunì i principali capitani argivi per muovere guerra a Tebe, considerata più vicina rispetto a Calidone; costoro furono Capaneo, Ippomedonte, Partenopeo, figlio di Meleagro ed Atalanta, ed Anfiarao, suo cognato, nonché indovino di Argo.

Quest’ultimo tentò di sottrarsi in tutti i modi alla guerra perché predisse la disfatta della missione, nonché la sua morte e quella di tutti i membri che vi avrebbero partecipato.

Polinice però non si fece impietosire dalle parole dell’indovino: l’odio che provava verso suo fratello era troppo grande, tanto da renderlo cieco e sordo di fronte agli avvertimenti del veggente. Così, su consiglio di Tideo, donò ad Erifile, moglie di Anfiarao, la collana appartenuta alla sua bisnonna Armonia, ottenendo in cambio l’assenso alla missione del cognato di Adrasto. La donna, corrotta dall’avidità di avere quel prezioso monile, convinse il marito a partecipare alla missione. L’esercito così fu pronto alla spedizione, noto a tutta la mitologia col nome di Sette contro Tebe.

Il segno di malaugurio a Nemea

Nel corso della loro marcia, i Sette contro Tebe si fermarono a Nemea dove regnava Licurgo, chiesero al re se potevano far abbeverare i loro cavalli, il sovrano acconsentì e li fece accompagnare alla fonte da Ipsipile, ex principessa di Lemnos, ora schiava e bambinaia. Nel tragitto, la donna aveva con sé Ofelte, il figlio di Licurgo. Nei pressi della fonte, la donna posò un attimo il bimbo a terra per riprendere fiato quand’ecco che un serpente lo aggredì e lo uccise con un morso. Il rettile poi fu ucciso da Adrasto.

Anfiarao interpretò quel gesto come un segno di malaugurio, così Licurgo istituì i “giochi nemei” in onore di suo figlio dove ognuno dei Sette contro Tebe vinse le sette sfide.

I preparativi dell’assalto

Giunti sul monte Citerone, Adrasto inviò Tideo in veste di araldo ai tebani con la richiesta che Eteocle rinunciasse al trono in favore di Polinice, ma questi non solo rifiutò in malo modo, ma nel ritorno gli inviò contro una pattuglia per annientarlo. Tideo uscì vittorioso da ogni duello.

Adrasto organizzò così l’attacco alla città e dispose che i Sette contro Tebe ponessero l’assedio ognuno ad una delle sette porte in questo modo:

  • Porta di Preto -> Tideo
  • Porta Elettra -> Capaneo
  • Porta Nuova -> Adrasto
  • Porta Atena Onca -> Ippomedonte
  • Porta Nord -> Partenopeo
  • Porta Omoloide -> Anfiarao
  • Settima Porta -> Polinice

Il sacrificio di Meneceo

I Sette contro Tebe
Capaneo che scala una delle porte di Tebe

L’esercito tebano andò in difficoltà arretrando quasi tutto dentro le mura della città, così Eteocle consultò Tiresia il quale gli riferì che i Tebani avrebbero avuto la meglio sugli eserciti argivi solo se un principe di sangue reale si fosse volontariamente offerto in sacrificio ad Ares, dio della guerra.

Meneceo, figlio di Creonte, si offrì così volontario scagliandosi dalle alte mura della città. In quel frangente, uno dei generali argivi, Capaneo, raggiunse l’apice di Porta Elettra e qui si burlò degli dei sostenendo che neanche avrebbero avuto la forza di fermarlo. Zeus adirato lo fulminò senza esitare. Il disegno degli dei appare così chiaro: sono dalla parte dei Tebani.

La morte degli eroi

L’esercito ritrovò vigore e riuscì a frenare e respingere l’avanzata degli argivi. Ippomedonte e Partenopeo caddero subito dopo. Tideo fu ferito a morte da Melanippo. Atena, da sempre protettrice degli eroi più valorosi, corse sull’Olimpo per prendere una fiala per donargli l’immortalità. Anfiarao da sempre ostile a Tideo perché lo riteneva responsabile di questa disfatta, si allontanò, uccise Melanippo, gli tagliò la testa e gliela portò.

Questa è la tua vendetta! Spacca il cranio ed inghiotti le cervella

Tideo obbedì.

Nel frattempo Atena era arrivata col filtro, ma appena vide la terribile scena del cannibalismo di Tideo, la rovesciò a terra disgustata, vomitò e fuggì; Tideo morì subito dopo.

L’ultima fase: la morte di Eteocle e Polinice

 

Polinice superò la Settima Porta e qui vi trovò il fratello Eteocle. Il primo suggerì di stabilire la successione del trono a colui che avrebbe vinto il duello; Eteocle accettò. Non ci furono né vinti, né vincitori perché ambo i fratelli, dopo un’aspra battaglia, morirono per le ferite riportate, così come vaticinato da Edipo.

Creonte così assunse il comando dei superstiti organizzando un contrattacco: di quei sette solo due erano in vita. Adrasto però vide che il carro che trasportava Anfiarao era inghiottito da una crepa sorta nel terreno a seguito di un fulmine lanciato da Zeus. Con Anfiarao morì anche il suo auriga Batone.

Oramai rassegnato così alla sconfitta, Adrasto riuscì a salvarsi in groppa al suo fedele cavallo Arione che lo portò sano e salvo ad Argo.

La pietas di Antigone

I Sette contro Tebe

Il giorno successivo alla lotta, Creonte, di nuovo reggente sovrano di Tebe (per la terza volta) decise di concedere i riti funebri solo ad Eteocle decretando così di lasciare Polinice alla polvere ed alle fiere. A questa decisione si oppose Antigone, la quale provò pietà per il fratello fedifrago; così decise d’innalzare lo stesso una pira cui depose il suo cadavere.

Creonte in lontananza vide del fumo elevarsi al cielo e subito capì le intenzioni della ragazza, così la murò viva.

Emone, figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone, tentò di convincere il padre a liberarla, ma vanamente.

Dopo pochi giorni, Tiresia avvertì il re di nuove sciagure nel caso in cui Polinice non fosse stato seppellito secondo le tradizioni.

Il sacrificio di Antigone: la definitiva distruzione di una stirpe

Creonte fu ancora una volta irremovibile nelle sue scelte, il veggente così avvertì il re che le Erinni stavano per muoversi contro di lui. Poco dopo, il re cedette alle richieste dell’indovino, e così decretò la liberazione di Antigone dalla prigionia. Ma era troppo tardi: la ragazza era già morta suicida.

Emone per la disperazione tentò dapprima di uccidere il padre, poi, non riuscendoci, si suicidò dinnanzi a lui. La madre Euridice seguì il figlio nella tomba. A Creonte non rimase altro che consegnare la città ad un nuovo re rimanendo così solo con i suoi pensieri.

Marco Parisi

Bibliografia:

  • Karoly Kerenyi, Gli dei e gli eroi della Grecia, Il Saggiatore
  • Robert Graves, I miti greci, Longanesi e C.
  • Stefano Andreani e Bruno Traversetti, Miti degli dei e degli eroi, Gherardo Casini Editore
  • Eschilo, I sette contro Tebe
  • Sofocle, Antigone

Commenti

Commenti

CONDIVIDI