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La brutalità umana nell’esperimento di Zimbardo

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Zimbardo

Nel 1971, Philip Zimbardo, psicologo statunitense, passò alla storia per uno degli esperimenti psicologici e sociali con i risvolti più drammatici e terribili di sempre: la prigione di Stanford. La decisione di condurre l’esperimento nacque in seno ad una opinione diffusa degli psicologici del tempo. Questi ritenevano che i comportamenti violenti e le condotte anti-sociali adottate nelle carceri fossero conseguenza di personalità malate dei soggetti. Zimbardo dimostrò, invece, che i comportamenti dei detenuti non erano altro che l’esito delle situazioni contestuali in cui si trovavano.

Le caratteristiche dell’esperimento

L’esperimento della prigione di Stanford fu anticipato dalla pubblicazione di un annuncio su un quotidiano locale, che richiedeva volontari per una ricerca, con una retribuzione di circa 15 dollari al giorno. A rispondere furono più di cento studenti, anche se ne furono scelti solo 24. Erano tutti maschi, definiti stabili psichicamente e senza deficit, disabilità o reati passati. Gli sperimentatori assegnarono casualmente i ragazzi ai gruppi di prigionieri e di guardie.

L’esperimento iniziò ufficialmente la mattina del 15 agosto quando Zimbardo, con l’aiuto della polizia di Palo Alto, riuscì ad inscenare l’arresto di coloro che erano stati scelti come prigionieri. I ragazzi, dopo essere stati fotografati, schedati, denudati e disinfettati, furono accompagnati nella prigione simulata all’interno dei sotterranei del dipartimento di psicologia dell’università di Stanford. In questo luogo, Zimbardo aveva riprodotto meticolosamente la struttura di una prigione, grazie all’aiuto di un ex detenuto.

I prigionieri furono costretti ad indossare divise informi con numeri identificativi sul petto e sulla schiena, che sarebbero diventati i loro nuovi nomi. Inoltre, indossavano calze di nylon sulla testa per non essere riconosciuti e catene alle caviglie. Furono anche costretti ad attenersi al rispetto di diciassette regole stabilite dalle guardie. A queste ultime, invece, furono date uniformi color kaki, occhiali da sole scuri che impedivano il contatto visivo. Possedevano manganelli, fischietti e manette proprio come veri agenti di polizia. Alle guardie non fu specificato nessun metodo o strategia di comportamento per gestire i carcerati.

Brutalità e comportamenti antisociali

Nel giro di poco più di due giorni dall’inizio dell’esperimento, cominciarono a registrarsi i primi episodi di violenza. Le videoregistrazioni ripresero un climax ascendente di brutalità e abusi. Le guardie si imposero con forza sui carcerati con diverse imposizioni disumane e brutali: intonavano canzoni umilianti, li facevano defecare nei secchi o pulire le latrine a mani nude. Addirittura i prigionieri furono incatenati con sacchetti di carta sulla testa e poi percossi. A loro volta, i prigionieri attuarono svariati tentativi di fuga e di rivolta e iniziarono scioperi della fame, inasprendo così le guardie e la loro condotta.

Allo scadere del sesto giorno, gli sperimentatori decisero di interrompere l’esperimento. Fra questi si distinse Christina Maslach, psicologa dello staff di Zimbardo, che si batté affinché tutto fosse fermato per salvaguardare il benessere psico-fisico dei soggetti.

Gli effetti postumi dell’esperimento si rilevarono sia in coloro che si erano calati nei panni delle guardie, sia in quelli che erano stati i prigionieri. I primi, quando assunsero la piena consapevolezza di ciò che avevano compiuto, mostrarono sentimenti di angoscia e senso di colpa. I secondi, invece, registrarono alti livelli di stress, manifestando taltolva anche disturbi emotivi.

Zimbardo studia Gustav Le Bon

L’esperimento di Zimbardo si inserisce in una cornice teorica che tiene conto delle considerazioni di Gustave Le Bon in riferimento alle masse. In particolare, Le Bon sosteneva che l’appartenere ad una massa o ad un gruppo implicasse un effetto di deindividuazione, attraverso cui le persone sono portate a vedere se stesse solo in termini di una identità di gruppo. Tutto ciò abbatte i normali canoni normativi e annulla le acquisizioni morali e civili del singolo. La massa risulta essere impulsiva, mutevole e irritabile. È, peraltro, influenzabile, credula e acritica. I sentimenti della massa sono semplici ma esagerati.

Qual è la posizione della psicologia sociale?

Zimbardo
Philip Zimbardo

Per i motivi menzionati, secondo Philip Zimbardo, l’esperimento può essere interpretato come una forma di psicosi collettiva che spinge a credere che la prigione finta, nell’esperienza psicologica vissuta dai soggetti, sia avvertita come vera. Tutto ciò è riconducibile ad un altro elemento significativo della psicologia sociale: l’errore fondamentale di attribuzione. Secondo questa teoria, teorizzata nel 1977 dallo psicologo L. Ross, le persone tenderebbero a sovrastimare il peso dei fattori disposizionali e sottostimare il peso dei fattori situazionali. Questa distorsione spiega l’originaria posizione teorica da cui Zimbardo partiva e, al contempo, quanto le situazioni, gli eventi ed il contesto abbiano peso sul comportamento umano.

Conclusioni

L’esperimento di Zimbardo ci apre alla riflessione. Innanzitutto, la ridotta responsabilità personale, l’abbattimento dei freni inibitori e l’incerto senso di moralità sono dimensioni esperite da tutti, quando calati in dimensioni gruppali. Senza dubbio, il tentativo di comprendere il perché si arrivi a tanto non è riducibile esclusivamente al frame teorico a cui qui si è fatto riferimento. Per questo è possibile fermarsi ad un gradino più basso dell’analisi, pensando unicamente al senso di stupore che suscita l’incredibile banalità del male. Una banalità che non si esaurisce nelle forme in cui questo viene praticato, ma che si estende anche alla facilità con cui questo è compiuto.

Lo stesso padre della psicoanalisi, in Considerazioni attuali sulla morte e sulla guerra, offre una ulteriore e significativa interpretazione del male e dell’umana tendenza a compierlo. Freud, infatti, scrive:

La più profonda essenza degli uomini è costituita da moti pulsionali che sono di natura elementare, comuni a tutti, miranti al soddisfacimento di certi bisogni originari. Tali moti pulsionali per sé stessi non sono né buoni né cattivi perché si classificano solo sulla base di come la società li condanna […] La società civile che esige una buona condotta ha dunque costretto ad obbedire alla civiltà un gran numero di uomini, i quali tuttavia non seguono in ciò la loro natura. Vi è dunque un numero infinitamente maggiore di uomini i quali accettano ipocritamente la civiltà che non di individui veramente civili; e può anche darsi che un certo grado d’incivilimento ipocrito sia in fin dei conti indispensabile per la conservazione della civiltà.

Natalia Nieves Mordente

Bibliografia

D.G. Myers, Psicologia sociale -seconda edizione– McGraw Hill Education, 2013

Zimbardo, Effetto lucifero, Raffaello Cortina Editore, 2008

Freud, Il disagio della civiltà, Bollati Borighieri,2012.

FONTI MEDIA:

www.medicinaonline.com

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