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Guido Cavalcanti, la potenza dell’amore che distrugge

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Con Guinizzelli si è assistito alla nascita del dolce stilnovo e alla codificazione dei suoi temi, immagini e stili.  Si è anche visto come la lezione del poeta bolognese venisse seguita dai suoi contemporanei . Ma non tutti i suoi imitatori hanno seguito la sua scia e uno degli esempi più lampanti è costituito da Guido Cavalcanti.

Guido Cavalcanti, la vita

Cavalcanti
Ritratto di Guido Cavalcanti (1260-1300)

Cavalcanti nasce nel 1260 a Firenze, da una delle più ricche famiglie tra i guelfi bianchi. Nel 1267, allo scopo di garantire la pace tra guelfi e ghibellini, gli viene promessa in sposa Bice, la figlia del ghibellino Farinata degli Uberti.

Nel 1280 Cavalcanti figura tra i garanti della pace cittadina, ma tutto cambia nel 1293. Gli ordinamenti di giustizia, voluti da Giano della Bella, lo costringono a rinunciare alle cariche pubbliche.

Tuttavia il poeta continua ad inserirsi nelle vicende politiche della città. Partecipa ai violenti scontri tra i guelfi bianchi, capeggiati dalla famiglia dei Cerchi, e i guelfi neri con a capo il rivale Corso Donati. I disordini che ne derivano costringerà il consiglio dei priori (di cui faceva parte anche l’amico Dante), a condannarlo all’esilio a Sarzana nel 1300. Muore il 27 agosto dello stesso anno, a causa di un’infezione.

Il canzoniere poetico di Cavalcanti consta di due canzoni, undici ballate, trentasei sonetti, un mottetto e due frammenti costituiti da una stanza ciascuno.

Una poesia dottrinale

Per comprendere al meglio le rime del poeta fiorentino, è necessario tenere in mente la sua formazione culturale. C’è la filosofia di Averroè e quella di Aristotele, utili a comprendere la concezione che il poeta ha dell’amore: è un accidente, come ben spiega nella canzone Donna me prega.

Donna me prega, – per ch’eo voglio dire

d’un accidente – che sovente – è fero

ed è sì altero – ch’è chiamato amore:

sì chi lo nega – possa ’l ver sentire!

Ed a presente – conoscente – chero,

perch’io no spero – ch’om di basso core

a tal ragione porti canoscenza:

ché senza – natural dimostramento

non ho talento – di voler provare

là dove posa, e chi lo fa creare,

e qual sia sua vertute e sua potenza,

l’essenza – poi e ciascun suo movimento,

e ’l piacimento – che ’l fa dire amare,

e s’omo per veder lo pò mostrare.

 

In quella parte – dove sta memora

prende suo stato, – sì formato, – come

diaffan da lume, – d’una scuritate

la qual da Marte – vène, e fa demora;

elli è creato – ed ha sensato – nome,

d’alma costume – e di cor volontate.

Vèn da veduta forma che s’intende,

che prende – nel possibile intelletto,

come in subietto, – loco e dimoranza.

In quella parte mai non ha possanza

perché da qualitate non descende:

resplende – in sé perpetüal effetto;

non ha diletto – ma consideranza;

sì che non pote largir simiglianza.

[…]

Secondo Aristotele l’accidente è una caratteristica che conferisce qualità alla sostanza che esiste autonomamente. L’amore non ha vita propria, per cui si può definire come accidente della sostanza uomo.

C’è poi un luogo dove amore si manifesta, quello della memoria. Per Aristotele essa rappresentava l’emblema dell’anima sensitiva, capace di dare all’uomo le immagini di questi ultimi. Amore quindi è figlio della sensazione, per la precisione della percezione visiva: in effetti di una persona amata cosa ci resta impresso, se non la sua immagine?

Ma Cavalcanti non considera l’amore una virtù, perché non ha nulla di gratificante. Come si continua a leggere nella canzone, l’amore prende il controllo dell’anima dell’amante: lo fa passare dal riso al pianto, dalla gioia alla disperazione, arriva persino a fargli desiderare di morire. L’amore quindi “sbrana” l’animo dell’amante, facendogli provare una varietà di sensazioni per poi lasciarlo sprofondare nella totale disperazione.

 

[…]

L’essere è quando – lo voler è tanto

ch’oltra misura – di natura – torna,

poi non s’adorna – di riposo mai.

Move, cangiando – color, riso in pianto,

e la figura – con paura – storna;

poco soggiorna; – ancor di lui vedrai

che ’n gente di valor lo più si trova.

La nova – qualità move sospiri,

e vol ch’om miri – ’n non formato loco,

destandos’ ira la qual manda foco

(imaginar nol pote om che nol prova),

né mova – già però ch’a lui si tiri,

e non si giri – per trovarvi gioco:

né cert’ ha mente gran saver né poco

[…]

 

 

La donna cavalcantiana

Come l’amore cavalcantiano non ha nulla di salvifico, come lo era invece per Guinzzelli, allo stesso modo la donna cavalcantiana non conduce a Dio. Ma d’altronde non è nemmeno votata per quello scopo.

La sua bellezza è tale che l’uomo non riesce a descriverla, tanto da divenire quasi un essere mistico. Questo è il tema portante del sonetto Chi è questa che ven, che ogn’om la mira.

 

Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira,

che fa tremar di chiaritate l’âre

e mena seco Amor, sì che parlare

null’omo pote, ma ciascun sospira?

 

O Deo, che sembra quando li occhi gira!

dical’ Amor, ch’i’ nol savria contare:

cotanto d’umiltà donna mi pare,

ch’ogn’altra ver’ di lei i’ la chiam’ira.

 

Non si poria contar la sua piagenza,

ch’a le’ s’inchin’ ogni gentil vertute,

e la beltate per sua dea la mostra.

 

Non fu sì alta già la mente nostra

e non si pose ’n noi tanta salute,

che propiamente n’aviàn canoscenza.

 

CavalcantiGli effetti prodotti dalla donna sono tali che non possono essere descritti. Il suo passaggio per strada, mentre cammina, è tale che tutti gli uomini si girano per guardarla. Ma è difficile da descrivere con la sola ragione e solo questa caratteristica la avvicina a Dio, perché anche lei è ineffabile: un’esperienza mistica impossibile da descrivere a parole.

Voi che per li occhi mi passaste ’l core

e destaste la mente che dormia,

guardate a l’angosciosa vita mia,

che sospirando la distrugge Amore.

 

E’ vèn tagliando di sì gran valore,

che’ deboletti spiriti van via:

riman figura sol en segnoria

e voce alquanta, che parla dolore.

 

Questa vertù d’amor che m’ha disfatto

da’ vostr’ occhi gentil’ presta si mosse:

un dardo mi gittò dentro dal fianco.

 

Sì giunse ritto ’l colpo al primo tratto,

che l’anima tremando si riscosse

veggendo morto ’l cor nel lato manco.

E riecco in quest’altro sonetto il tema dell’amore che distrugge, qui raffigurato con la classica immagine del fanciullo alato che colpisce il poeta con i suoi dardi.

Ma c’è da notare una cosa: a rendere l’amante letteralmente paralizzato nell’animo sono gli occhi della donna amata, che non riflettono più l’amore di Dio come accadeva in Guinizzelli e come sarà poi nel Dante della Vita nova e del Purgatorio prima e del Paradiso poi.

Guido Cavalcanti non ha alcun dubbio. L’amore è lontano da avere in sé un qualcosa di positivo o virtuoso. È un’esperienza annichilante, capace di mettere sottosopra le certezze dell’uomo e di lasciarlo in uno stato profondo di angoscia senza (apparentemente) poterne uscire fuori.

La figura di Cavalcanti in Dante

Una figura così complessa come quella di Cavalcanti non poteva passare inosservata agli occhi dei suoi contemporanei, tanto da diventare quasi un personaggio letterario.

Nel X canto dell’Inferno Dante trova, tra le tombe infuocate degli eretici, due personaggi che sono legati alla vita privata di Cavalcanti: il già citato suocero Farinata degli Uberti e suo padre, Cavalcante.

Cavalcanti
Gustave Dorè – Dante incontra Farinata

Mentre il primo mantiene un atteggiamento sprezzante nei confronti della pena eterna, Cavalcante si mostra disperato quando chiede a Dante perché il figlio Guido non si trovi assieme a lui.

[…]«Se per questo cieco

carcere vai per altezza d’ingegno,

mio figlio ov’è? e perché non è teco?».

E io a lui: «Da me stesso non vegno:

colui ch’attende là, per qui mi mena

forse cui Guido vostro ebbe a disdegno»

[…]

Dante risponde alla sua domanda. Per raggiungere la visione di Dio è necessaria di certo la ragione, rappresentata da Virgilio (colui che attende là), ma da sola non è sufficiente per comprendere la teologia (rappresentata da Beatrice, il cui che Guido ebbe in disprezzo). Non basta la sola “altezza d’ingegno”, come invece Cavalcante superbamente pensava.

[…]

Di subito drizzato gridò: «Come?

dicesti “elli ebbe”? non viv’elli ancora?

non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».

 

Quando s’accorse d’alcuna dimora

ch’io facea dinanzi a la risposta,

supin ricadde e più non parve fora.

[…]

Nonostante la necessaria amarezza della risposta, Dante coltivava comunque la speranza che l’amico Guido potesse sfruttare il tempo dell’esilio per rivedere le sue posizioni materialiste e atee. D’altronde l’autore della Commedia, quando scrive il canto, non sapeva nulla della sorte di Cavalcanti e ciò giustifica la speranza di una sua “redenzione”.

La figura di Cavalcanti in Boccaccio

Alcuni anni dopo Boccaccio rende protagonista Cavalcanti di una novella del Decameron, la nona della sesta giornata.

Si narra di come il poeta fosse oggetto d’interesse di Betto Brunelleschi, capo di una famosa brigata fiorentina. Questi vorrebbe Guido tra le sue cerchia, in quanto affascinato dalla sua cultura filosofica. Ma il poeta non ci sta.

Un giorno Guido sta passeggiando presso il Corso degli Adimari, dove si trovavano alcune tombe di marmo. Betto lo raggiunge con la sua compagnia e lo accerchia, chiedendogli:

[…] Guido tu rifiuti d’esser di nostra brigata; ma ecco, quando tu arai trovato che Iddio non sia, che avrai fatto? […]

E la risposta di Cavalcanti è spiazzante:

[…] – Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace – ; e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fussi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò. […]

La brigata non capisce e inizia a pensare che Guido sia semplicemente fuori di testa. Ma Betto ha recepito il messaggio:

Alli quali messer Betto rivolto disse: – Gli smemorati siete voi, se voi non l’avete inteso. Egli ci ha detta onestamente in poche parole la maggior villania del mondo; per ciò che, se voi riguardate bene, queste arche sono le case de’ morti, per ciò che in esse si pongono e dimorano i morti; le quali egli dice che sono nostra casa, a dimostrarci che noi e gli altri uomini idioti e non litterati siamo, a comparazion di lui e degli altri uomini scienziati, peggio che uomini morti, e per ciò, qui essendo, noi siamo a casa nostra. […]

Guido ha semplicemente detto a quei giovani che possono dire di lui ciò che vogliono, perché si trovano di diritto a casa loro: la distesa di tombe. Betto comprende che loro, paragonati ai letterati, sono uomini morti perché senza spessore intellettuale e senza interessi che vadano oltre il perdere tempo.

Il ritratto che Boccaccio ci dà di Cavalcanti è particolare. È un uomo che mostra il proprio lato più schivo e riservato, poco incline alla superficialità. Un’immagine che ben si adatta a quella biografica e che ci trasmette la figura di un uomo riflessivo, interessato più alla natura umana che a quella di carne.

Ciro Gianluigi Barbato

Bibliografia

Gudio Cavalcanti – Rime (a cura di Marcello Ciccuto) – BUR

Dante Alighieri – Inferno (commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi) – Zanichelli

Giovanni Boccaccio – Decameron – BUR

Raffaele Giglio – In viaggio con Dante. Studi danteschi – Loffredo editore

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