Albergo dei Poveri di Napoli: il pauperismo napoletano

Il Real Albergo dei Poveri: cenni storici

L’Albergo dei Poveri è il palazzo monumentale più imponente di Napoli ed è tra i più grandi d’Europa. Fu progettato dall’architetto Ferdinando Fuga su ordine di Carlo di Borbone per accogliere e “riabilitare” tutti i poveri che, affollando in gran numero la capitale del Regno, davano vita a situazioni di disagio e delinquenza diffusa.

Nel ‘700, infatti, Napoli vide accrescere la popolazione urbana in maniera smisurata, arrivando verso la fine del secolo a contenere mezzo milione di persone, circa il 9% di tutti gli abitanti del Regno. La definizione di “mostro demografico” è eloquente per spiegare la crescita smisurata, avvenuta principalmente grazie all’apporto di genti dalle campagne: le condizioni della città peggiorarono e i resoconti dei viaggiatori dell’epoca spesso riportarono in risalto la situazione di degrado in cui versavano molte classi sociali.

Carlo III cercò di promuovere politiche di industrializzazione che, rimaste però circoscritte ai beni di lusso, non ridussero il grandissimo gap sociale ed economico della città; anche l’apporto delle colonie mercantili straniere fu una risposta del tutto insufficiente, in quanto rimasero sostanzialmente estranee alla realtà locale.

“Napoli suggerisce l’atmosfera stagnante di una città sovrappopolata e scarsa di risorse e di iniziative, di un retroterra povero e depresso”. (Luigi De Rosa)

Durante gli anni a ridosso del 1764 il fenomeno del pauperismo cominciò ad assumere nel Napoletano dimensioni sempre più inquietanti: per effetto della già citata mobilità dalle campagne verso le città “Folla di gente miserabile e di prostitute, di ragazzi senza famiglie, senza tetti, nudi, malsani (che) infestano gli abitanti coi loro lamenti, si cibano di cortecce, carogne o malfatto pane ed ammonticchiati dormono gli uni sugli altri per le strade”.

Pauperismo

Così è possibile leggere su un atto del consiglio provinciale. L’aumento dei fitti e dei prezzi in generale non fece che aggravare ulteriormente la situazione.

Era una Napoli dalle due facce: un’oligarchia mercantile e una ristretta élite di proprietari immobiliari si arricchivano speculando sul popolino, costretto in una condizione di continua precarietà economica. La beneficenza sembrava essere l’unico collante tra i due lati della Capitale.

L’Albergo dei Poveri: rimedio al pauperismo? (1751-1758)

Gino Doria, storico napoletano, attribuisce la nascita dell’ Albergo dei Poveri alla preoccupazione dovuta all’afflusso verso Napoli di una massa di circa 25.000 vagabondi e mendicanti attratti dalle esenzioni fiscali della città; i centri assistenziali privati già presenti sul territorio non furono, infatti, capaci di contenere la domanda.

La salita al trono di Carlo di Borbone mandò in crisi anche la beneficenza cristiana, con la stipula nel 1741 del Concordato con la Santa Sede che mirava a ridurre il numero dei conventi e a sottoporre a rigide prescrizioni fiscali tutti i patrimoni ecclesiastici: nonostante gli enti assistenziali cristiani continuarono a permeare l’intero territorio napoletano, evidente fu il contraccolpo per queste funzioni esercitate dal clero.

Con la Prammatica del 25 febbraio 1751, Carlo III istituì l’Albergo dei Poveri.

Quel zelo che mutua il nostro real animo non ci permette più di riguardare con occhio indifferente tutti quei disordini che derivano da tanti poveri che inondano questa popolatissima città. Poiché alcuni di essi siano vecchi e storpi; ad ogni modo, però, la maggior parte di essa è o vagabonda e robusta, e la si determina a professare le mendicità per menare espressamente vita oziosa e libertina; […] Quindi per giusta commiserazione dei primi e per dovuta previdenza degli altri, abbiamo desiderato di erigere in questa capitale un generale Albergo dei Poveri, e quivi introdurvi le necessarie arti.”

Elemento fondamentale per ricostruire la storia sociale e professionale dei reclusi all’interno dell’Albergo, è il “Giornale di Famiglia. Matricole uomini” degli anni 1751-1758: è possibile estrapolarne informazioni quali nome, provenienza geografica, modalità di entrata e uscita, professione.

Nei primi anni di funzionamento l’Albergo ospitava principalmente giovani, orfani e malati; dai dati raccolti è possibile notare come il 60% degli ospiti avesse meno di vent’anni mentre l’84 % degli internati era napoletano o comunque proveniente da altre zone del Regno.

Testimonianza della fragilità del livello di sussistenza era la presenza all’interno dell’Albergo dei Poveri dei lavoratori più umili, soprattutto riguardo quelle attività  soggette ad una richiesta molto variabile.

La rieducazione dei poveri reclusi sarebbe dovuta avvenire proprio attraverso la pratica del lavor, discriminante delle nuove istituzioni rispetto agli antiquati modelli della beneficenza privata.

Difficilmente il soggiorno aveva una durata ininterrotta. Non vi era, inoltre, una chiara selezione di chi poteva accedere ai servizi dell’Albergo e solitamente l’accesso era regolato da tre tipi di procedure:

  • un sistema informale di raccomandazione: tra il 1751 e il 1758, 324 persone sono ammesse per l’intervento dell’aristocrazia cittadina, 23 presentate dal Re e 12 dal celebre Padre Rocco, carismatico frate domenicano;
  • decisione della pubblica amministrazione: circa il 27% dei reclusi con trasferimento coatto;
  • volontari: circa il 19,8 %.

Crisi e Militarizzazione dell’Albergo dei Poveri (1764-1843)

Nei primi anni di vita dell’Albergo, Carlo III cercò di “nobilitare” la povertà, considerando l’ospizio e i suoi ospiti come una famiglia e cercando di non suscitare repulsione dall’esterno: furono fornite divise “d’uscita” ai reclusi, organizzati corsi di buone maniere e fu migliorata esteticamente l’imponente struttura.

Esternamente non doveva trapelare la situazione di degrado e povertà che regnava all’interno, vietando addirittura ai reclusi di stendere dalle finestre i panni sporchi. Tale opera soddisfaceva in realtà più i pregiudizi dei “benefattori”, che i primordiali bisogni dei “beneficiati”. Tutte le norme, appena citate, furono sospese alla fine del XVIII secolo, a causa delle difficoltà finanziare dell’ente e della scarsa volontà degli amministratori.

Il 1764, come già detto, fu un anno di svolta: crebbe vertiginosamente il numero degli internati e si cercò allora di varare una serie di regole per limitare l’accesso, come il “Saggio di regole per la buona economia del real albergo dei poveri”, scritto nel 1795 e rivisitato due anni ma con risultati deludenti.

Potevano aspirare ad un posto nella struttura gli orfani, coloro a cui mancava ogni umano aiuto”[…] “quei vecchi storpi che per l’età avanzata non siano in grado di procacciarsi il pane senza chiedere l’elemosina e mostruosi la cui veduta incomoda e funesta la città“.

Tutti questi espedienti si mostreranno totalmente insufficienti e i flussi continueranno ad aumentare senza sosta, provocando il peggioramento delle condizioni igieniche dell’Istituto e il proliferare di malattie legate alla cattiva igiene e ad una dieta sempre più limitata.

La morte, la fuga e l’auto-congedo dei reclusi diventarono le uniche possibilità reali di liberare dei posti. Gli amministratori dell’albergo deliberarono più volte per la sospensione delle ammissioni, ma tale provvedimento una volta emanato decadeva nel giro di qualche mese, soprattutto a causa delle pressioni esterne.

Riguardo al reinserimento dei reclusi nella società, lo sbocco principale si rivelava essere la leva militare. Nel 1843 la “militarizzazione” dell’albergo era una realtà consolidata e addirittura la vita interna fu affidata a direttori di disciplina scelti tra i militari e nominati dal re, per abituare le future leve alla vita militare.

Continuavano tuttavia ad essere richieste altre prestazioni, alcuni reclusi erano destinati al corpo dei pompieri, altri allo spazzamento delle vie di Napoli. Ormai l’Albergo dei Poveri sembrava essere diventato, come lo definisce Moricola, una semplice agenzia di collocamento. 

Francesco Ruffo, appena nominato commissario straordinario dell’Albergo, individuò il punto debole dell’intero apparato nella gestione contabile. Le testimonianze raccolte durante gli ultimi anni del Regno dimostrano una vera e propria crisi tra l’apparato e i suoi ricevitori/esattori con una progressiva perdita di autonomia da parte dell’Albergo dei Poveri. La funzione assistenziale si aggrovigliò su se stessa e il problema del pauperismo non venne rimosso, anzi peggiorò.

Tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 le spese governative per ciascun ospite diminuirono, con un ulteriore peggioramento delle condizioni generali e con una dieta sempre più povera per i reclusi: i pasti erano solamente due, carne e pesce scarseggiavano e la qualità dei cibi peggiorò a cause delle speculazioni dei fornitori: tutto ciò provocò un aumento delle malattie legate ad una bassa quantità di proteine e ferro nell’alimentazione (rachitismo, osteoporosi, oftalmia).

L’Albergo dei Poveri era ormai diventato per i cittadini napoletani, il Serraglio: i sogni di Carlo di una convivenza tra città e istituzione assistenziale, erano andati così totalmente in fumo.

Simone Varriale e Vittorio Di Blasio.

BIBLIOGRAFIA:

  • Moricola G. , L’ industria della carità. L’Albergo dei Poveri nell’economia e nella società tra ‘700 e ‘800, Liguori, 1994.