Home Letteratura straniera contemporanea (1850-2000) Letteratura tedesca (1850-2000) Viaggio nella lingua del nazismo #3: povertà e fanatismo

Viaggio nella lingua del nazismo #3: povertà e fanatismo

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Nel condurre il suo studio sulla lingua del nazismo, il filologo tedesco Victor Klemperer individua alcune caratteristiche principali della LTI. In seguito alla diffusione nel 1925 della «Bibbia del nazismo», il Mein Kampf di Hitler, e all’ascesa del partito nel 1933, la lingua del Terzo Reich cominciò inesorabilmente il suo processo di invasione di tutti gli ambiti della vita umana, sia pubblici che privati: dalla politica alla giustizia, dall’economia all’arte, dalla scuola allo sport, dalla famiglia all’esercito. Quest’ultimo dominio ha poi influenzato l’andamento e l’evoluzione della lingua del nazismo. Nonostante la sua lunga esistenza, la LTI, osserva Klemperer, è una lingua essenzialmente povera e monotona. Nei testi scritti e nei discorsi, tale povertà e tale monotonia ricorrono in continuazione non solo nei seguaci di Hitler, ma anche nei perseguitati e nei «nemici mortali del nazismo»: gli ebrei.

Una lingua di gruppo dovrebbe abbracciare solo quegli ambiti a cui il gruppo si riferisce, non la totalità della vita.

Lingua del nazismoLa povertà linguistica in tre epoche diverse

Victor Klemperer approfondisce l’elemento della povertà da tre punti di vista e in tre epoche storiche diverse che egli stesso ha vissuto: l’età guglielmina, quella della repubblica di Weimar e quella hitleriana. Durante gli anni della repubblica di Weimar, scrive Klemperer, veniva concessa «una libertà di scrittura e di parola addirittura suicida»: nessuno, infatti, avvertiva la necessità di seguire dei determinati principi morali e si sceglieva liberamente cosa scrivere, perseguendo così una libertà intellettuale che non era altro che simbolo del grande progresso rispetto all’epoca guglielmina. Ma anche quest’ultima non si è rilevata tanto meno libera.

L’età guglielmina

Riguardo l’età guglielmina, il filologo tedesco fa riferimento ai suoi studi sulla letteratura francese, realizzando che non c’erano grandissime differenze tra la Francia di Luigi XV e XVI e l’epoca di Guglielmo II. In Francia, infatti, gli illuministi riuscivano quasi sempre a pubblicare i loro scritti e qualsiasi condanna ad uno di loro non faceva altro che rafforzare la diffusione degli scritti rivoluzionari. Anche in Germania, specialmente durante gli anni della Grande Guerra, nonostante la censura, come afferma lo stesso Klemperer, «raramente si arrivava a decidere una proibizione!». L’epoca guglielmina, dunque, permise lo sviluppo non solo di correnti letterarie come il Naturalismo oppure l’Espressionismo, ma anche di unici generi e stili linguistici. Questa ricchezza andrà poi perduta con il nazismo e la «schiavistica uniformità che è la caratteristica principe della LTI»:

Il motivo di questa povertà sembra evidente: con un sistema tirannico estremamente pervasivo si bada a che la dottrina del nazionalsocialismo rimanga inalterata in ogni sua parte, e così anche a sua lingua.

La lingua come riflesso dell’uomo

La limitatezza della lingua del nazismo si evince anche dal fatto che la LTI non opera alcuna distinzione tra lingua parlata e lingua scritta, favorendo così, ad esempio, un’agile declamazione per radio dei discorsi di Goebbels pubblicati il giorno seguente sui quotidiani tedeschi. Ma la povertà della lingua del nazismo non agisce soltanto sull’obbligo di seguire un modello, un cliché, ma anche sulla mancata espressione di qualsiasi lato della natura umana. Tutte le lingue, infatti, riflettono le diverse esigenze dell’uomo: dalla ragione al sentimento, dal complesso dialogo alla semplice comunicazione, dalla preghiera al comando. La LTI è soltanto esecrazione, condanna, mira a svuotare l’individuo della sua personalità e volontà, a renderlo parte del gregge.

Il fanatismo della lingua del nazismo

lingua del nazismo
Manifesto celebrativo del Führer

Oltre ad essere una lingua povera, la LTI risulta anche monotona. Già nel 1940, Klemperer osservava nel suo diario come fosse addirittura possibile condurre un intero seminario sulla ripetizione nei discorsi nazisti del termine “fanatico” e dei suoi derivati:

i “fanatici” sono così frequenti come i suoni di uno strumento, come i granelli di sabbia sulla riva del mare.

Illuminismo e nazismo

Alla ripetizione si aggiunge anche il mutamento di significato. Per chiarire meglio questo cambiamento di valore, Klemperer svolge un’indagine filologica partendo dall’Illuminismo. I francesi usavano fanatique e fanatisme in un’accezione negativa: il fanatico, in origine, è colui che si trova in una condizione di estasi religiosa (la radice di questa parola è fanum, ossia il luogo sacro). Poiché gli illuministi lottavano contro tutto ciò che annullava la ragione umana, «il fanatico era la naturale controparte del loro razionalismo». Questo senso di indignazione legato a “fanatico” sopravvisse fino all’ascesa del nazismo: quando Hitler e il suo ministro della propaganda Goebbels cominciarono a farne largo uso, il termine “fanatico” assunse una connotazione positiva. Basti pensare ai tanti titoli di giornale in cui compariva “fanatica promessa solenne” oppure “fede fanatica” nel Reich e nel Führer. Dunque, in tutti gli ambiti e nel parlato e nello scritto, “fanatico” finisce per sostituire “appassionato”.

Pia C. Lombardi

Bibliografia

V. Klemperer, LTI. La lingua del Terzo Reich, Firenze, Giuntina, 2001.

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