Walter Benjamin: pensieri sull’esperienza e la memoria

Benjamin
Walter Benjamin

Nel 1938 Walter Benjamin presenta all’amico Theodor Adorno e a Max Horkheimer, direttore dell’Institut für Sozialforschung di Francoforte, un saggio dal titolo Baudelaire e la Parigi del secondo Impero. Questo testo, rifiutato perché, secondo Adorno, «non La rappresenta nel modo in cui proprio questo lavoro La deve rappresentare», sarà, l’anno successivo, sostituito con un saggio del tutto nuovo, dove Benjamin riconsidera e rivaluta la figura del flâneur in relazione al celebre poeta francese Charles Baudelaire. Il nuovo elaborato (Di alcuni motivi in Baudelaire) sarà pubblicato sulla rivista dell’Istituto nel 1939.

Baudelaire e il lettore “mon frère”

Baudelaire contava su lettori che la lettura della lirica mette in difficoltà. (…) La loro forza di volontà, e quindi anche di concentrazione, non arriva molto lontano; essi preferiscono i piaceri sensibili, e conoscono bene lo spleen, che annulla l’interesse e la ricettività. [1]

Sin dalle prime pagine, Benjamin sottolinea il rapporto innovativo che si viene a creare tra Baudelaire e il suo lettore, oramai poco attento e interessato alla lirica tradizionale e soggetto, nel nuovo e più eccitante contesto metropolitano, a continui stimoli. Il poeta, dunque, si rivolge direttamente a chi può comprendere e capire la sua condizione di uomo torturato da (riprendendo le parole di Benjamin) chocs; a questo lettore, infatti,

Baudelaire dedica il poema introduttivo de Les Fleurs Du Mal: «Hypocrite lecteur, / mon semblable, / mon frère!». Non solo questa “corrispondenza di amorosi sensi” tra il poeta e il suo lettore, ma anche l’innovazione della lirica di Baudelaire spiegherebbero, a detta di Benjamin, il grande successo de I Fiori del male. Tale rinnovamento sta nell’allontanamento di Baudelaire dalla poesia tradizionale e dal tentativo di quest’ultima di “catturare” tra i suoi versi l’esperienza del lettore. Ma cos’è davvero l’esperienza?

Esperienza e memoria secondo Benjamin

Rifacendosi all’opera giovanile di , Matière et mèmoire del 1896, Benjamin spiega come l’esperienza

non consiste tanto di singoli eventi esattamente fissati nel ricordo quanto di dati accumulati, spesso inconsapevoli, che confluiscono nella memoria. [2]

Si crea, dunque, un forte legame tra Erlebnis (esperienza vissuta) e ricordo, legame che difficilmente può essere sciolto e approfondito se non attraverso l’opera di un altro grande autore francese, Marcel Proust.

Il ricordo in Proust

Ne Alla ricerca del tempo perduto Proust introduce una nuova condizione, quella della mémoire involontaire e della mémoire volontaire, «che è a disposizione dell’intelligenza». Il ricordo del passato affidato alla memoria volontaria è vuoto, non conserva nulla. Il vero ricordo, secondo Proust, risiede in un oggetto materiale e nell’aura che lo avvolge. Per lo scrittore francese tale oggetto (e il conseguente ricordo della sua infanzia a Combray) è costituito dalla madeleine, ma «che noi incontriamo questo oggetto prima di morire o che non lo incontriamo mai, dipende solo dal caso».

Mantenere un ricordo vago e impreciso è anche il fine ultimo della stampa che esclude i lettori dall’impossessarsi di qualsiasi tipo di esperienza. Dunque, con il sostituirsi dell’informazione alla relazione, si assiste a una «atrofia progressiva dell’esperienza». L’informazione giornalistica si allontana così dalla più antica narrazione che, attraverso la figura dell’autore/creatore, faceva dono al lettore della sua esperienza:

Essa [la narrazione] non mira, come l’informazione, a comunicare il puro in-sé dell’accaduto, ma lo cala nella vita del relatore, per farne dono agli ascoltatori come esperienza. Così vi resta il segno del narratore, come quello della mano del vasaio sulla coppa d’argilla. [3]

La coscienza in Freud

Il particolare concetto di memoria è preso in considerazione anche da Freud in un suo saggio del 1921, Al di là del principio del piacere: qui il celebre psicanalista indaga il rapporto tra memoria e coscienza. Mentre quest’ultima sorge «al posto di un’impronta mnemonica», la memoria è ciò che non è stato vissuto consapevolmente, non è alcuna Erlebnis. La coscienza è una sorta di protezione dell’organismo nei confronti degli spossanti stimoli che l’essere umano subisce ogni giorno dalla vita metropolitana. Nel momento in cui questa difesa viene meno, l’uomo è investito da una serie di chocs che, secondo Baudelaire, non sono altro che atto creativo. Il poeta francese, dunque, pone al centro del proprio lavoro artistico l’esperienza degli chocs.

La folla metropolitana: il nuovo pubblico di Baudelaire

Benjamin
Charles Baudelaire ed Edgar Allan Poe.

La metropoli e i suoi abitanti diventano i protagonisti di gran parte delle liriche de I fiori del male. La folla cittadina di metà Ottocento costituisce il nuovo pubblico cui gli scrittori e i poeti si rivolgono: non solo  con i suoi Les misérables, ma anche Poe e Baudelaire.

La poesia di quest’ultimo A une passante e il racconto dello scrittore inglese intitolato L’uomo della folla, per quanto possano essere diversi per le vicende e le storie narrate, si avvicinano non solo perché, come afferma Benjamin, rappresentano lo «schema di una catastrofe» (ossia, la nuova condizione metropolitana), ma anche perché riprendono la figura dell’uomo che si distingue dall’incedere della massa, il flâneur:

C’era il passante che si infila tra la folla, ma c’era ancora il flâneur che ha bisogno di spazio e non vuol rinunciare al suo tenore privato. La massa deve tener dietro alle sue faccende: il privato, in fondo, può flâner, solo quando, come tale, esce già dal quadro. [4]

Pia C. Lombardi

Note

[1] Walter Benjamin, Di alcuni motivi in Baudelaire, in Angelus Novus, p. 89

[2] Ibid. p. 91

[3] Ibid. p. 93

[4] Ibid. p. 107

Bibliografia

W. Benjamin, Angelus Novus, Torino, Einaudi, 2014.