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Giovanni Papini al crepuscolo dei filosofi

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Filosofia e parricidio

La filosofia, materia ambigua: più s’inabissa nell’animo umano, più ne illumina le mura, ne rischiara l’entroterra. Non si annichilisce al cospetto della notte, si serve, invece, di quella perché la sua fiamma risplenda ancor più lucentemente, e il silenzio non diviene che il luogo dove abbandonare i semi della critica e lasciare che germoglino in dialogo. Il pensiero non può che aspirare a uno studio particolare dell’individuo sul mondo, alla ricerca delle dinamiche, siano esse sociali o metafisiche, d’una realtà circoscritta.

Per mezzo della filosofia, oppure profilandola in quell’eterno carattere di ambiguità, il filosofo immagina ed edifica sistemi, ne saggia la solidità finché nuove teorie non ne distruggono le fondamenta e così via. Filosofia è dunque parricidio, l’assassinio dei propri maestri. Quel che è definito “un passo avanti” risulta, in verità, un licenziamento omicida della propria educazione in un costituirsi di infrastrutture, al fine di edificare solidamente il grande edificio del pensiero. Si può, tuttavia, dissezionare il corpo filosofico e presentarlo nella sua intera mediocrità? È un’opera chirurgica di questo tipo che prova a compiere nel 1906 Giovanni Papini.

Papini in inquietudine

papiniPapini il nietzscheano, Papini l’interventista, Papini il cattolico. Un’anima inquieta, francamente superomistica, immersa durante la giovinezza in quella corrente primonovecentesca dell’esaltazione della velocità e della guerra come aspirazione alla mobilità che fu il movimento futurista italiano a opera di Filippo Tommaso Marinetti. Quando le riviste infuocavano il mercato editoriale italiano promosse, insieme con Prezzolini, Lacerba, dunque La Voce, sempre pronto a una nuova beffa contro le teorie socialiste e il positivismo. La conversione, in seguito, una Storia di Gesù che riscosse meritato successo dagli ambienti cattolici: s’era infiltrata l’età adulta dentro il dannunziano culto della giovinezza, quella tranquillità (ben descritta dalle prose iniziali del volume Cento pagine di poesia) lontana dagli uomini che si abbandonava al pessimismo più oscuro di Gog e del Nuovo diario di Gog. Oltre l’uomo finito, dove la citazione è al titolo della sua precoce autobiografia, un uomo infinito, privo di meta.

È nella sua prima vita che lo scrittore produce le analisi saggistiche de Il crepuscolo dei filosofi, recentemente ri-edito dalla Circolo Proudhon Edizioni, vicino a quel Crepuscolo degli idoli con cui Nietzsche vuole “capovolgere tutte le cose”.  Un “saggio di filosofia futurista”, il Crepuscolo, come sostiene lo stesso autore sul terzo numero della rivista Lacerba, una decostruzione del pensiero filosofico secondo i canoni di quel movimento che esaltava nella mobilità il fremito della vita stessa. Il suo è un licenziamento della filosofia per un pensiero che sia affine alla vita. Era forse tale primato della pratica che persuase il giovane ad avvicinarsi alla polemica futurista?

Nella buona e nella cattiva fede

 “Questo non è un libro in buona fede”, scrive l’autore nella prefazione, è piuttosto un libro “ineguale, parziale, senza scrupoli, violento, contraddittorio, insolente”: in pratica un ritratto dell’autore stesso, nichilista eppure ferocemente dedito alla vita, nel cui animo convivono piuttosto pacificamente Cristo e il Diavolo. La proposta di Papini è un invito al massacro di quell’inutile creatura filosofica al fine di generare “nuove forme di attività mentali più degne”. Che dire? Un progetto piuttosto ambizioso. È per esso che la filosofia è spogliata d’autorità, le accademie denudate nella beffa, i sistemi immiseriti nello spazio dell’umano.

Così, dove il pensiero filosofico tradisce l’autobiografia invece di illuminare una strada priva d’ostacoli, l’opera papiniana diviene, ancora una volta, doppia, contraddittoria. Se la vita pratica dev’essere ciò che anima davvero il pensiero a dispetto dell’astrazione di un sistema, allora possiede un primato sul pensiero stesso, eppure non deve plagiarlo come scrittura di sé, della propria vita, pena la creazione di mostri filosofici. Nietzsche, ad esempio, scrive l’autore nel capitolo a lui dedicato, “sentendosi fiacco e infermo […] ha voluto credere all’energia ed esaltare la sanità”.

Verità e menzogna (in senso extra-individuale)

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Da sinistra Aldo Palazzeschi, Carlo Carrà, Giovanni Papini, Umberto Boccioni, Filippo Tommaso Marinetti

In tale dimensione la filosofia non diviene che un tentativo di discolpa delle debolezze terrene, una biografia che delinea verità menzognere. Se la storia del pensiero filosofico ha prodotto in perpetua lotta allora vi è un continuo progresso verso il miglioramento, come non ci fosse che da raggiungere un Pensiero Puro, scevro da contestazioni, al pari delle scienze mediche cui sottende il cammino verso un’oasi dell’organismo non più “migliorabile”, bensì perfettamente sana. Nella ricerca affannosa di una purezza che si affranchi dallo sguardo dell’individuo, tuttavia, la filosofia non può che soccombere e annullarsi nell’immobilità; così nel suo conformarsi completamente a quell’individuo non può che essere annichilita dalla sua pubblica mondanità. Tale, il più terribile paradosso.

Antonio Iannone

Bibliografia

F. NIETZSCHE, Il crepuscolo degli idoli, ovvero come si filosofa col martello, a c. di F. Masini, Adelphi, Milano 1983
G.PAPINI, Il crepuscolo dei filosofi, Circolo Proudhon Edizioni, 2015.

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