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Labirinto. Spazio allegorico in Jorge Luis Borges

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labirinto Borges

L’opera di Jorge Luis Borges è densa di simboli: il labirinto è tra i più ricorrenti e rappresenta l’impossibilità dell’uomo di trovare una verità assoluta.

labirintoIl labirinto è una struttura, solitamente di vaste dimensioni, costruita in modo tale che risulti difficile per chi vi entra trovare l’uscita. Il nome è legato alla parola pre-greca labrys (doppia ascia, simbolo solare e regale), appartiene a molte tradizioni, dall’Egitto alla Cina, e come tutti i simboli è soggetto ad una molteplicità di significati e di interpretazioni, legate comunque all’immagine di un percorso arduo e pericoloso.

È famoso il mito greco di Dedalo, che costruì per il re di Creta Minosse un labirinto dalla pianta complicatissima, identificata col palazzo di Cnosso, al centro del quale fu posto il mostruoso Minotauro, metà uomo e metà toro, che verrà ucciso da Teseo; l’eroe troverà l’uscita del labirinto grazie al filo che Arianna gli aveva dato e che lui aveva lasciato scorrere lungo il percorso.

Il labirinto è connesso anche all’idea di un viaggio iniziatico che consente l’accesso al centro solo agli eletti; chi giunge al centro è introdotto ai misteri (morte, potere, immortalità) ai quali resta vincolato a vita. In epoca moderna, soprattutto a partire dalla psicoanalisi di Freud, il viaggio iniziatico attraverso il labirinto conduce simbolicamente all’interno di se stessi, nella memoria, nell’inconscio, la parte più misteriosa e segreta della persona.

Il labirinto, luogo enigmatico e misterioso per eccellenza, è presente in alcuni racconti della raccolta L’Aleph di Jorge Luis Borges. Il titolo della raccolta indica la prima lettera dell’alfabeto ebraico e, come ci ha abituati lo scrittore argentino creando situazioni immaginarie e surreali, tuttavia governate da estremo rigore logico e razionale, lo spazio allegorico rappresentato dal labirinto è improntato abbinando la letteratura al gioco, all’artificio creativo, alla “finzione”.

Il labirinto di Borges

La casa di Astrione

Ne “La casa di Astrione” il protagonista del racconto, Asterione il Minotauro, è un’inquietante figura che vive un’esistenza solitaria in una casa dalla struttura intricata. Temuto da tutti per la sua diversità, vive relegato nel suo labirinto lamentandosi della sua solitudine e auspicando che prima o poi qualcuno giunga a salvarlo.

“So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole. È vero che non esco di casa, ma è anche vero che le porte (il cui numero è infinito) restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali. Entri chi vuole.”

Il racconto di Borges rovescia il mito di Teseo e Arianna

Nel misterioso racconto, solo le ultime parole rivelano la vera identità del protagonista. In questa rielaborazione del mito, infatti, il ruolo del Minotauro è capovolto rispetto alla versione originale. Nel mito classico, esso è un mostro orribile e violento che si sazia soltanto di carne umana; qui egli vive solitario, aggirandosi nel labirinto-prigione, condannato alla solitudine dalla sua diversità: nessuna creatura lo accetta né lui dimostra un vero interesse verso gli esseri umani.

L’unico modo per uscire dal suo isolamento è l’invenzione di un doppio, un altro Asterione con cui dialogare e rispecchiarsi, ma che non può liberarlo dalla sua condizione. In questo senso, egli attende la morte come una liberazione, che gli sarà infine offerta da Teseo, qui nell’ambiguo ruolo di carnefice-salvatore. Asterione diventa così il simbolo della condizione umana, destinata all’incomunicabilità e alla solitudine.

“…la solitudine non mi duole, perché so che il mio redentore vive e un giorno sorgerà dalla polvere. Se il mio udito potesse percepire tutti i rumori del mondo, io sentirei i suoi passi. Mi portasse a un luogo con meno corridoi e meno porte! Come sarà il mio redentore? Sarà un toro o un uomo? Sarà forse un toro con volto d’uomo? O sarà come me? Il sole della mattina brillò sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue. “Lo crederesti, Arianna?” disse Teseo. “Il Minotauro non s’è quasi difeso.”

I due re e i due labirinti

Il breve racconto I due re e i due labirinti è una storia di vendetta e di orgoglio punito, in cui si contrappongono due tipi di labirinto: quello involuto e arduo del re di Babilonia, e quello senza scale, né porte né corridoi del re d’Arabia, perfetto e micidiale nella sua semplicità. Pubblicato per la prima volta nel giugno 1939, “I due re e i due labirinti” si apre con architetti e maghi riuniti dal re di Babilonia affinché costruissero un labirinto talmente complesso da far paura a chi non entrava e far perdere chiunque avesse osato farlo.

“Questa costruzione era uno scandalo, perché la confusione e la meraviglia sono operazioni proprie di Dio e non degli uomini.”

labirintoA costruzione compiuta, il re Babilonese approfitta della visita del re d’Arabia per burlarsene, introducendolo nello spaventoso labirinto dove vagò offeso e confuso fino alla sera, quando implorando l’aiuto divino gli apparvero le porte. Una volta fuori, il re arabo senza lamentarsi disse che egli possedeva un labirinto migliore e che un giorno lo avrebbe mostrato al babilonese. Tornato in Arabia, riuniti capitani e guerrieri non esitò a devastare il regno di Babilonia e ad imprigionare lo stesso re, che fu legato ad un cammello e lasciato morire nel deserto.

“Oh, re del tempo e sostanza e cifra del secolo! In Babilonia mi vorresti perdere in un labirinto di bronzo con molte scale, porte e muri; ora l’Onnipotente ha voluto ch’io ti mostrassi il mio dove non ci sono scale da salire, né porte da forzare, né corridoi da percorrere, né muri che ti vietano il passo.”

A parte la brevità di questa parabola, tratti caratteristici della narrazione allegorica di Borges sono costituiti dalla genericità, quasi fiabesca, dei riferimenti temporali e spaziali.

Su tale sfondo si realizza la storia dell’orgoglio punito e l’immagine dei due labirinti. Il labirinto mortale non è quello complesso, artificiale, frutto dell’ingegno di architetti e maghi, ma quello naturale, privo di scale, porte e muri, che è il deserto, la cui semplicità diviene strumento di punizione per il re di Babilonia che aveva voluto “burlarsi della semplicità del suo ospite.” Tutta la produzione letteraria di Borges è densa di simboli. Per Borges il labirinto è uno dei simboli più ricorrenti, esso rappresenta l’impossibilità da parte dell’uomo di trovare una verità assoluta, un senso definitivo della propria esistenza.

Maurizio Marchese

 

Bibliografia:

Jorge Luis Borges, “L’Aleph”, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2013.

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