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Storia del Teatro a Napoli: la commedia napoletana

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Napoli è una città “friccicarella”, che trova svariati modi di esprimersi. Dalla poesia alla musica, dal teatro al grande cinema internazionale, la città palpita sotto gli occhi dei suoi abitanti. Fin dall’antichità, l’arte ha rivelato al mondo i segreti del cuore di Napoli, partendo proprio dalle sue strade.

La vita di Napoli: arte, dialetto e teatro

La Campania preromana ha visto una fioritura della drammaturgia quale espressione di una civiltà contadina, come dimostra la diffusione autonoma delle Atellane. Importate dalla cultura italica per oscurare l’oscenità dei fescennini versus, esse mantennero quel linguaggio libero e spregiudicato che le caratterizzava. Dalle commedie plautine alle numerose espressioni artistiche che si sono susseguite nei secoli, il comico risulta quel genere che, più di ogni altro, riesce a rappresentare l’esistenza reale e viva della collettività, di una città che si riconosce negli atteggiamenti e nel linguaggio della scena. Personaggi che, attraverso il tipo fisso, permettono al pubblico popolare di partecipare al divenire di una condizione sociale. Il comico dà voce al declassato, al povero, ritagliando spazi dedicati a massime e proverbi propri della saggezza popolare.

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Dalle strade…

Il teatro a Napoli ha inizio per le strade della città, quando nel Medioevo giullari e buffoni si aggiravano vestiti di abiti colorati e dalla testa e dal mento raso. L’interesse per le feste teatrali si consolida a Napoli con l’arrivo di Alfonso d’Aragona. Pier Antonio Caracciolo, che per primo scrisse teatro nel vernacolo napoletano: è l’inizio di un’opposizione alla raffinata cultura accademica e un tentativo di partecipazione del genio popolare napoletano al teatro nazionale. Jacopo Sannazzaro fu uno degli illustri scrittori di farse. L’autore si avvale del napoletano per cogliere la realtà che lo circonda nei suoi famosi gliommeri, configurandosi quale esempio più antico di teatro scritto in napoletano. Le esperienze di Caracciolo e Sannazzaro ci restituiscono il profilo naturale e schietto del popolo napoletano. La genuinità espressiva si realizza attraverso l’uso del dialetto, per trattare umoristicamente le convenzioni sociali del tempo.

…al teatro

Il Cinquecento è il periodo della Napoli delle villanelle, del canto popolare dal colorito chiassoso ed esuberante. Le opere teatrali sono ricche di proverbi, motti e arguzie, simboli dell’indole del popolo, come le storie raccontate sulla scena. In questo clima di attivismo culturale, spiccano le opere del napoletano Giambattista della Porta. L’uso del vernacolo, limitato al tipo “napoletano”, la scoperta del mondo attraverso il buffo, senza dimenticare l’aspetto moralistico. Sul finire del Cinquecento dal polo teatrale di Venezia si andava diffondendo lo zanni, il servo furbo della satura latina. Le maschere determinano una certa fissità della Commedia, all’interno di un progetto ideale di unità dello spettacolo. È il momento di un personaggio che diventerà il simbolo di una città e del suo popolo: Pulcinella, rozzo, realistico.  Il personaggio giunse persino in Francia, stabilendo quel contatto culturale tra Napoli e Parigi, che si realizzò soprattutto nel Settecento.

Il teatro in musica

napoliDa Venezia il dramma giunse a Napoli, in un misto di musica e poesia. Si tratta, secondo Croce, di drammi italo – spagnoli, ossia basati su riprese e traduzioni di drammi spagnoli, dai quali deriva anche il carattere realistico. La grandezza di Napoli nel Settecento riguarda anche le sue dimensioni demografiche. La città si collocò al terzo posto come capitale europea, dopo Londra e Parigi. Viaggiatori per diletto e non affollavano le strade della città, colmi di pregiudizi o di meraviglia. Questi ricercavano un passato antico o per vedere da vicino quanto si leggeva dagli scrittori che li avevano preceduti. Si trovarono immersi nel fervore del teatro napoletano: uno scenario complesso e ricco di contraddizioni, riflesso della società del tempo. L’ambiguità dell’esistenza diventa spettacolo: non solo i teatri, ma anche piazze, mercati, chiese, sono i luoghi in cui la teatralizzazione della vita può raggiungere una espressione verso il mondo esterno, un ponte fra le realtà. La scena conferiva unità a questo universo di ambiguità, catturando i gusti che venivano da lontano, conservando la verosimiglianza.

La commedeja pe mmuseca in dialetto

Agli inizi del Settecento, i San Bartolomeo e  dei Fiorentini gareggiavano per mettere in scena le opere in musica. Nell’ottobre del 1709 al teatro dei Fiorentini viene messa in scena una commedia in musica in dialetto napoletano, Patrò Calienno de la Costa; è l’esordio dell’opera buffa napoletana. La commedeja pe mmuseca in dialetto napoletano è un fortunato esperimento del teatro partenopeo del primo Settecento. Il genere introduce scorci di vita quotidiana, con personaggi e situazioni comuni, popolari. Le scene sono tratte dalla realtà viva e colorita di Napoli. I vecchi espedienti dell’intreccio fanno posto alle novità, in una convivenza di opposti e ambiguità. L’aspetto più innovativo si riscontra nell’uso che si fa del vernacolo. Esso è impiegato non per delineare un tipo fisso, ma per conferire uno spessore letterario all’opera. Il palcoscenico pullula di personaggi denotati da una evidente gestualità, che si fanno portavoce di affetti nobili.

Il tramonto della napoletanità

Nelle opere buffe la scena riproduce le strade, i luoghi più conosciuti di Napoli. Tra fine Settecento e Ottocento lo spirito della prima commedeja pe mmuseca in lengua napolitana comincia ad affievolirsi, lasciandosi alle spalle l’anima comica della città, per spiccare il volo oltre i confini partenopei. Il  fenomeno di standardizzazione di queste opere riguarda il sempre minore utilizzo del dialetto, che costituiva il dna dell’opera buffa. Il napoletano, che conferiva quell’armoniosa musicalità poetica inimitabile, rappresenta ora l’aspetto folkloristico di un popolo e della sua espressione comica. L’opera buffa ha l’occasione di farsi conoscere, grazie a Paisiello e Cimarosa, ma perde quell’identità popolare che la contraddistingueva. In questa seconda fase cambia anche l’ambientazione, che non sono più le strade di Napoli, sacrificando la credibilità dei personaggi.

Giovannina Molaro

Bibliografia:

Altamura, A., Il dialetto napoletano, Napoli, Pironti, 1961.

Capone, S., L’opera comica napoletana (1709-1749): teorie, autori, libretti, documenti di un genere del teatro italiano, a cura di Carmela Lombardi, Napoli, Liguori, 2007.

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