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L’Infinito: poetica e pensiero di Leopardi

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Infinito Leopardi

L’ infinito, scritto da Giacomo Leopardi nella natia Recanati nel 1819 (approssimativamente, tra la primavera e l’autunno) viene inizialmente pubblicato sul «Nuovo Ricoglitore» del dicembre 1825, per poi comparire nell’edizione dei Versi del conte Giacomo Leopardi (Stamperia delle Muse, Bologna, 1826) e successivamente nei Canti (Piatti, Firenze, 1831).

Infinito
Leopardi in un ritratto postumo del 1845 (olio su tavola), commissionato da Antonio Ranieri al giovane pittore Domenico Morelli

Al poeta si presenta una visione limitata dell’orizzonte, ostacolata da una siepe, posta sulla cima di un colle. La vista impedita permette a Leopardi di fantasticare e meditare sull’infinito.

L’idillio si basa su un confronto continuo tra limite e infinito, tra suoni della realtà e il silenzio dell’eternità. Il componimento è in endecasillabi sciolti, forma metrica che Leopardi trova più adatta per rendere il ritmo e i moti dell’animo.

Oltre ad essere una delle più celebri liriche di Leopardi, l’infinito è un concetto peculiare della filosofia del recanatese che si presta, come s’è visto in varie circostanze, a diverse riflessioni ed interpretazioni. L’idillio leopardiano è un componimento connotato da un forte intimismo lirico: in esso l’elemento del paesaggio naturale è strettamente legato all’espressione degli stati d’animo dell’uomo.

Tale espressione del proprio io non vuole essere una fuga nell’irrazionale o nel sogno (come accade nella lirica romantica), ma solo una nuova occasione di un’ampia riflessione sul tempo, sulla storia e sul triste destino degli uomini. Gli idilli leopardiani, inoltre, presentano differenze stilistiche rispetto ad altre composizioni, in particolare colpisce l’abile e sapiente mescolanza di registri linguistici che spazia da quello letterario a quello semplice, piano e colloquiale.

«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quiete

io nel pensier mi fingo, ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello

infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s’annega il pensier mio:

e il naufragar m’è dolce in questo mare».

infinito
Monte Tabor

L’ascesa al Monte Tabor, rifugio ideale del poeta, si configura in ultima analisi come uno studio visivo-prospettico degli elementi del paesaggio: la siepe che impedisce la vista dell’orizzonte e l’ostacolo percettivo che permette la fuga della mente dall’esperienza immediata dei sensi.

Al di là della siepe si schiudono dunque spazi senza limite, silenzi profondi e pace assoluta, portatrice di sgomento, e indizio di quell’eternità a cui l’improvviso stormire del vento tra le fronde conduce il poeta, il cui io naufraga, cioè si annienta, fondendosi con l’universo.

Così, tra la minaccia del silenzio (sovrumani/silenzi, e profondissima quiete/io nel pensier mi fingo, ove per poco/il cor non si spaura) e la presenza sonora della natura (E come il vento/odo stormir tra queste piante), il pensiero afferra l’inafferrabile universalità dell’infinito, superando la contingenza.

Dall’infinito a “In mezzo al nulla”

Nello stesso anno, il 1819, Leopardi scriveva tra i pensieri dello Zibaldone:

“Io era spaventato nel trovarmi in mezzo al nulla, un nulla io medesimo. Io mi sentiva soffocare considerando e sentendo che tutto è nulla, solido nulla”.

Con “infinito” e “spazi al di là della quiete” il poeta si riferisce al futuro, che ci apparirà sempre come una dolcissima illusione che non abbandonerà mai l’uomo. La siepe, invece, è il muro che divide il presente dal futuro, il poeta dall’infinito e lascia solo immaginare in cosa consista il nostro fato. L’infinito è “l’eterno”, l’”immensità” del “mare” in cui per Leopardi è “dolce” fare naufragio. Mentre non è certo “dolce”, ma soffocante e spaventoso, fare naufragio “in mezzo al nulla”. “Tutto è nulla”.

L’espressione non è da intendere come un piatto rifiuto “del principio di non contraddizione”. È ovvio che per lui l’essere ancora vivi non equivale all’essere morti. La vita non è la morte. L’essere non è il nulla. Dunque “tutto è nulla” (e “un nulla io medesimo”) nel senso, appunto, che tutto è “in mezzo al nulla”, ossia viene dal nulla e va nel nulla. “Essere” significa trovarsi provvisoriamente “in mezzo al nulla”. Il nulla soffoca in quanto è sentito e considerato, il nulla è “solido”.

Se, e poiché, per Leopardi la verità scoperta dalla ragione è che “tutto è nulla, solido nulla”, allora la conoscenza della verità è la fonte dell’angoscia più profonda in cui l’uomo può precipitare. Infatti (scrive l’anno successivo) la felicità consiste nell’ignoranza del vero.

Con la lirica L’infinito, Leopardi non smentisce se stesso. Infatti, se conoscere la verità equivale a essere infelici, allora solo immergendosi nella non-verità, cioè nell’illusione, l’uomo può avere quel poco di felicità che gli è concessa.

E l’illusione suprema è pensare che l’eterno esiste ed è infinito, e che nell’eterno l’uomo può salvarsi dal nulla a cui la morte lo conduce: nell’eterno è dolce naufragare. La dolcezza del naufragio è tutta percepita all’interno dell’illusione.

È lo stesso Leopardi ad affermare esplicitamente, nello stesso 1819, il carattere illusorio dell’eterno: “Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni. Dunque, l’eterno in cui è dolce naufragare e che procura il maggior dei piaceri possibili, non può essere verità, ma è mera illusione.”

Nella lirica “L’infinito”, il cantore del nulla canta dunque l’illusione dell’infinito e dell’immensità dell’eterno. La canta, nel senso che vi si avvolge, vi sta dentro, e quindi non può dire che sta avvolto nell’illusione. Si è illusi proprio perché si considera verità ciò che invece è illusione.

Che l’illusione sia tale lo si può sapere quando se ne esce: quando il canto finisce e ci si pone dinanzi alla verità non illusoria. E proprio questo accade nello Zibaldone, dove il filosofo riflette sul cantore.  Gli appunti leopardiani danno un esplicito chiarimento riguardo al senso dell’Infinito:

“L’anima s’immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario.” 

Se nel canto e nei Pensieri compaiono le stesse parole: “siepe”, “spazio”, nel primo l’infinito è sentito stando all’interno dell’illusione del poeta, e quindi non è sentito ed espresso come illusione ma come verità; mentre nello Zibaldone il filosofo vede la verità angosciante e soffocante, cogliendo l’illusione conosciuta come tale, e pertanto conosce il carattere illusorio e immaginario dell’infinito.

Lo conferma l’uso che fa del verbo fingere (“io nel pensier mi fingo”): il poeta riconduce il significato di fingere a formare, foggiare. All’interno dell’illusione, “io nel pensier mi fingo” significa che, quando la “siepe” non gli fa vedere gran parte “dell’ultimo orizzonte”, allora nel suo pensiero si formano e si fanno innanzi quegli spazi e silenzi infiniti.  Il cuore gli “si spaura”, quando sono essi a farsi avanti come infiniti ed eterni. “Ove per poco/il cor non si spaura”.

La paura di questo impaurirsi non è l’angoscia di chi si sente in mezzo al nulla. E inoltre manca ancora un “poco” perché la paura si produca. Essa sta nella dimensione del timore dell’uomo che viene a trovarsi di fronte a Dio; al Rimedio a cui, peraltro, l’uomo affida dapprima la sua salvezza. I pensatori dell’Occidente si accorgeranno in seguito che “il Rimedio è peggiore del male”, ossia è peggiore della morte annientante.

Quell’espressione è di Nietzsche, ma è innanzitutto Leopardi a esprimerne il senso essenziale. Considerando il cristianesimo (soprattutto nel quale Dio è il Rimedio) come aspetto primario del platonismo, Leopardi vede in esso “il massimo dei danni” inferti alla natura, in quanto essa è desiderio infinito di felicità.

Maurizio Marchese

Bibliografia:

E. Severino, In viaggio con Leopardi-La partita sul destino dell’uomo, Milano, Rizzoli, 2015.

A. Caracciolo, Leopardi e il nichilismo, Milano, Studi Bompiani, 2002

G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, a cura di Fabiana Cacciapuoti con un preludio di Antonio Prete, Roma, Biblioteca Donzelli, 2014

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